Thomas Berger.
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IL PICCOLO GRANDE UOMO.
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Parte 3.
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Titolo originale: LITTLE BIG MAN.
Traduzione di: Luciano Bianciardi.
1999. Rizzoli Superbur Narrativa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Capitolo 16. La moglie indiana.
Capitolo 17. Nella valle del Washita.
Capitolo 18. La grande magia di Capelli Lunghi.
Capitolo 19. Al Pacifico e ritorno.
Capitolo 20. Wild Bill Hickok.
Capitolo 21. Mia nipote Amelia.
Capitolo 22. «Bidoni» e bufali.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 16.
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LA MIA MOGLIE INDIANA.
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«Fermo, fratello» urlai in lingua cheyenne. «Parliamo.»
E poi, tutto teso a fissare su di lui la mia attenzione, scesi
per quella ripida sponda, diritto incontro a lui, mentre la
mia pistola sparava senza che io lo volessi, per la stretta delle
mie mani.
Egli levò il coltello, con le dita della mano sinistra che
stringevano il polso destro, in modo da dare maggior forza all'urto.
Vale a dire, stavo per prendere una bella coltellata sotto
l'arco della cassa toracica. Il mio sparo accidentale se n'era
andato in aria.
Ebbene, la distanza era di appena sei palmi, ma il tempo
che si impiega in una azione qualsiasi è relativo, e io rammento
di essere rimasto appeso, immobile nello spazio come il
soggetto di una fotografia o di un quadro. Ombra aveva in testa
due penne di aquila, oblique l'una rispetto all'altra. Sulle
sue spalle scure erano gocce di sudore. Portava un collare di
porcospino adorno da un filo di perline azzurre; e fra il bicipite
destro e l'incavo del gomito, un braccialetto di rame: fra le
gambe una braca di flanella rossa, sporca. Teneva gli occhi
scuri e stretti fissi sul mio ventre, suo bersaglio, e teneva le
braccia salde all'urto. Il colore predominante del suo viso dipinto
era il vermiglio, con sovrapposti fulmini gialli.
Quasi a mio piacimento calavo verso la punta del coltello,
e quando la urtai pensando per così dire pateticamente che sarei
rimasto sbudellato, il tempo riprese a correre, e io gli precipitavo
addosso a grande velocità, ed ero ancora illeso, perché
senza volerlo, e non so come, io avevo alterato lo stile del mio
cadere e ricevetti la lama nella camicia fra braccio e costole.
Mi parve calda per la vicinanza e per la minaccia restata insoddisfatta.
Se mi avesse tagliato, non avrei sentito nulla:
questa la singolarità del coltellaggio. Ebbene, rotolammo sulla
sabbia e sugli arbusti, e lui era un indiano possente, anche se
aveva una cinquantina d'anni. Io avevo perso la pistola, lui
impugnava ancora il coltello. Eppure cercai di parlare, ma lui
mi aveva ficcato il pollice in gola a tal punto che poteva entrarmi
dentro fino al palato. Essendo piccolo e agile lo colpii
più volte al basso ventre, con il ginocchio, ma le sue ferree
palle sostennero questi colpi senza alcun effetto, mentre io cominciavo
a sentire gli esiti paralizzanti della sua stretta, sotto
l'orecchio sinistro.
Fui presto inchiodato fra le sue cosce, che sembravano una
tenaglia di acciaio, dopo quarant'anni di cavalcare, e adesso
desideravo che il coltello mi entrasse dentro liberandomi da
questa pressione che mi sfiatava e mi scuriva la vista.
Levò alta la lama, un'arma da macellaio, di cui non riesco
a dimenticare ogni minimo particolare. Ma allora un forellino
gli si aprì sul mento, e da quello venne un rivoletto di sangue.
Due 'volte deglutì, come per liberarsi di un ossicino che gli
fosse rimasto ficcato in gola. Soltanto allora sentii il colpo. La
spalla gli si squassò, come se fosse spinto da dietro: un altro
colpo. Lasciò cadere il coltello e si piegò verso di me, con il liquido
che gli ruscellava dal collo, ma gli occhi ancora aperti.
Poi io lo spinsi sul petto e lui ricadde all'indietro, piegandosi
alla vita come se fosse di gomma, perché le sue gambe erano
ancora serrate attorno alle mie costole, e mi stavano ancora uccidendo,
e serrando le mani assieme a mo' di mazza, lo colpii
all'ombelico: così la morsa si allentò come un giocattolo
quando ne rompi la molla.
Poi saltò giù il Pawnee Orso Matto dalla riva sovrastante
e mettendo la canna dello Spencer a un dito dalla fronte di
Ombra, gli tirò un terzo colpo, e rapidamente gli levò la chioma,
mi guardò, tolse la braca a Ombra, e ripulì lo scalpo sulle
parti intime del morto, dicendomi in lingua pawnee qualche
cosa che suonava vittoria.
Mi aveva salvato la vita, certo, ma io so quello che aveva
provato Orso Giovane quando avevo fatto la stessa cosa per
lui anni prima: non gliene fui grato. Ombra che Appare alla
Vista mi aveva guidato nella mia prima incursione, essendo
sempre stato per me come un fratello maggiore o come uno
zio. Gli volevo bene. Quel che mi gravava sul cuore non era
tanto il fatto che fosse morto, perché prima o poi tutti dobbiamo
morire. Né che la morte fosse stata violenta, perché un
Essere Umano non può morire in altro modo. E neanche il
fatto che, in modo complicato, fossi stato io lo strumento della
sua perdita. No, la cosa triste era che Ombra non si era per
nulla accorto del mio essere. Mi aveva combattuto come un
nemico. Ma d'altra parte non ero forse lì per questo, per combattere
i Cheyenne?
Accidenti che forza aveva nelle gambe. A fatica riuscivo a
respirare, tuttora. Mi alzai e vidi Orso Matto salire su per la
riva e subito dopo ricomparve in groppa al cavallo, agitò il
fucile e trottò via. Non aveva detto nulla della perdita del cavallo
che mi aveva prestato lui.
Non avevo avuto il tempo di chiedermi come mai Ombra
fosse presente in quel luogo, ma adesso, muovendomi lentamente
perché ero assai dolorante, mentre gli scavavo un poco
di fossa con il suo stesso coltello e lo ricoprivo, pensai che da
queste parti ci potevano essere altri Cheyenne, fra gli arbusti,
e che se volevano spararmi nella schiena, facessero pure.
Meglio questo che incontrarli faccia a faccia e vedere i miei vecchi
amici e fratelli.
Ma ero riuscito a fargli sporcare di sabbia la punta del suo
lungo naso, quando sentii un fruscio fra gli arbusti, ed è strano
come il mio istinto di autoconservazione sorse senza uno
sforzo deliberato di volontà, e afferrai la rivoltella, feci girare
il tamburo e rimisi i cappellotti al loro posto. Questo in un
istante, poi strisciai sul fondo. L'arbusto tremava: chiunque
fosse, qualcuno ci stava dentro. Stetti un momento a guardare,
poi scostai i rametti e mi feci avanti, prima la pistola, la mia
faccia dietro il cane. Stavo guardando una radura bastante a
una persona appena, e quella persona giaceva sul dorso. Era
una donna indiana con la gonna alzata e le gambe aperte, e di
tra le gambe stava partorendo.
La piccola testa scura già stava uscendo, gli occhi chiusi e
l'aria un poco stizzita nel fare il suo ingresso nella realtà, e
ora le spallucce che passavano con fatica. Non c'era altro rumore
che il graffiare d'un ginocchio contro l'arbusto, già sentito
prima. Lei stava a guardare l'avvenimento e di tanto in tanto
stringeva fra i denti un malloppo di pelle di daino; forse
dai suoi occhi uscì una goccia di umore, ma non successe altro.
Era rimasta lì sin dal principio, e questo era il motivo della
presenza di Ombra e del suo gran lottare.
In occasioni simili le donne Cheyenne si appartano sempre
fra gli arbusti, e quando è finita se ne vengono via con il
neonato e riprendono il lavoro di sempre. In questo caso l'unica
differenza era che la donna tornava al suo lavoro nel pieno
di una battaglia. Ma il piccolo doveva pur venire al mondo
quando fosse pronto a venirci.
Io ero imbarazzato e per più di un motivo, perché il parto,
per un Cheyenne, richiede un pudore estremo, tanto più, direi,
perché a questa donna sarebbe dispiaciuta meno la morte di
Ombra che la mia presenza lì a osservarla. Eppure ero incantato,
perché nel raggio di mezzo miglio dalla suola delle mie
scarpe continuava la sparatoria, come continuavano le grida
sulla grande giornata dei Pawnee... Usciva dal corpo della
donna il sederino liscio del bambino. La donna spinse ancora
e il resto del bambino, liscio come un pesce, emerse e cadde
sulla coperta azzurra stesa sotto di lui, e lei si alzò, diede un
morso all'ombelico, lo legò sul pancino del piccolo, lo sculacciò
perché si destasse, ed egli lo fece da vero Cheyenne: con
un lieve trasalimento, ma quasi senza rumore. Secondo me
egli già sapeva che un grido avrebbe fatto accorrere il nemico
contro la sua tribù, quindi si guardava bene dal far chiasso e
avrebbe fatto sempre così. Questa era la prima e l'ultima sculacciata
che riceveva da una persona della sua razza, mentre
entrava in una vita che altrimenti avrebbe conosciuto ogni genere
di mutilazione.
Arretrai e scesi sul mucchio di sabbia sotto cui era sepolto
Ombra. Un minuto dopo la donna venne fuor degli arbusti, e
camminava forte, vigorosa, sicura di sé, con la testa del bambino
che sporgeva dalla coperta tenuta sul petto. Quando mi
ebbe adocchiato, cercò il coltello alla cintura, e io pensai che
questa era una brutta cliente per me, nonostante il neonato.
Misi avanti la pistola, cosa che può sembrarti brutale se tu
non ti metti in testa che un Cheyenne, uomo o donna, quando
si tratti di uomo bianco ha la testa parecchio dura.
Dico: «Guarda. Se non stai a sentirmi io sparo a te e al
bambino. Ombra che Appare alla Vista è rimasto ammazzato
dai Pawnee. Se tu sei parente di Ombra forse hai sentito parlare
di Little Big Man, perché così io mi chiamavo quando vivevo
nella banda di Pellevecchia. Io ero amico dei Cheyenne
fino a che mi rubarono la moglie e il figlio. Ecco perché adesso
sono qui. Voglio portarti con me e barattarti con loro
due».
Mi osserva attentamente con quegli occhi scuri e dice:
«Va bene».
«Far questo non mi piace» dico. «Col neonato e il resto.
Ma non ho scelta.»
«Va bene» risponde, e si mette seduta, apre il vestito all'ascella
e comincia ad allattare il neonato.
«Bada» dico io. «Sarà meglio spostarsi su terreno coperto.
Potrebbe piombarci addosso, e senz'avviso, un Pawnee e
ucciderti senza darti il tempo di spiegare.»
«Prima bisogna che lui mangi» mi dice tutta tranquilla e
rimane al suo posto.
E allora io rimasi di guardia sul margine dell'avvallamento,
mentre si continuava a parlare. Io non conoscevo questa
donna - piuttosto ragazza, troppo giovane quando vivevo
fra loro perché mi accorgessi di lei, se pur c'era stata. Immaginavo
che fosse la figlia di Ombra, e questo spiegava il fatto
che lui la sorvegliasse, ma poi risultò che era una di quelle
giovani figlie che lui educava, come ho già detto, a controllarsi
nel ridere quando lui raccontava storie buffe.
«Tuo marito lo hanno fatto fuori?»
«Gli uomini bianchi» dice senza scomporsi, a me parve.
Era una bella indiana, quando potei guardarla bene, con il viso
pieno come una fragola e gli occhi grandi, tagliati un po'
alla cinese, e le palpebre di sotto lucide: belle ciglia, anche se
brevi, sotto la linea vermiglia che segnava la fine dei capelli.
Le trecce lucide erano intrecciate con pelle di lontra, portava
una collana di perline e aveva orecchini di ottone.
Cominciai a chiedere dove, anziché chi, perché era probabile
che non mi dicesse il nome di lui, quando sulla pianura
sovrastante sentii il galoppo di almeno tre cavalieri: cavalli
non ferrati, e questo voleva dire indiani, ma se Pawnee o
Cheyenne io non potevo dire, e finché durò, a me dispiacque il
loro avvicinarsi in egual misura. Siccome non parlavo pawnee,
forse non avrei avuto il tempo di usare il linguaggio dei segni
prima che colpissero questa donna. Se si trattava di Cheyenne,
be', allora era ovvio quel che sarebbe successo.
Parlo di questo perché forse tu ti chiedi cosa successe subito
dopo: afferrai quella ragazza e la misi supina in mezzo agli
arbusti, con il neonato che ancora stava attaccato alla mammella,
e mi accucciai accanto a lei, tenendola ferma, anche se
lei non faceva resistenza.
Arrivarono i Pawnee, e io li distinsi da come parlavano, e
a quanto pare ispezionarono di cima a fondo la bassura senza
però scendere. Poco dopo se ne andarono, dopo che uno, come
mi parve di capire dal rumore, ebbe fatto un po' d'acqua stando
in sella, sulla riva.
Eppure la ragazza e io restammo dove eravamo per qualche
tempo, e io mi accorsi che standole vicino seduto sui talloni
lei appoggiava contro di me il corpo saldo, come per reggersi,
e, senza volerlo, nell'abbracciarla, la mano mi entrò nell'apertura
laterale del suo vestito da nutrice e il seno sinistro,
quello disoccupato, greve di latte, mi fu in mano. Io lo carezzai
dolcemente. Non so perché, dato che nella circostanza non
avevo alcuna voglia del genere. Ma io e lei e il piccolo, il quale
adesso s'era addormentato con la boccuccia che ancora gli
tremava contro il teso capezzolo, eravamo una specie di famiglia.
Io li avevo protetti, come deve fare un padre, e come
non avevo fatto con Olga e il piccolo Gus.
Rovesciò la testa all'indietro e mi posò la guancia calda
sulla fronte. Odorava di latte, quella fragranza agrodolce, e
poi di tutto quello che odorano i Cheyenne, e che io ricordavo
nel mio passato: fuoco, terra, grasso, sangue, sudore, e selvatico,
molto selvatico.
Dice: «Ora ti credo. Tu sei Little Big Man, e io sarò tua
moglie al posto di quella che hai perso, e questo è tuo figlio».
Me lo mette fra le braccia, e lui per un istante si sveglia e giuro
che, piccolo com'era, mi sorride con quegli occhi neri e lucidi.
Provai una sensazione strana.
Lei dice: «Sarà meglio che andiamo. È probabile che si
radunino a Spring Creek».
«Chi?»
«La nostra gente» risponde, come se fosse inutile spiegarlo.
«I Pawnee hanno avuto grande magia oggi, ma la
prossima volta li batteremo e gli taglieremo i cosi; e le loro
donne dormiranno sole e piangeranno tutta la notte.»
Io avevo ancora il bambino in braccio.
«Hai un bellissimo bambino» mi dice, guardandoci tutti
e due, ammirata, poi se lo riprese. «Hai del bagaglio che ti
debba portare?»
Io rimasi basito e non risposi, allora lei si sistema il piccolo
in seno, si stringe la cintura per assicurargli le gambe, poi
avanza su per la riva fin dove era il mio cavallo morto, prende
la coperta e la mia giubba, che mi ero tolto per legarla dietro,
e ritorna sotto. Pareva disillusa, che dovesse portare soltanto
questo.
«Stanotte i lupi mangeranno mio padre» dice. «Potremmo
fargli un catafalco, ma qui manca il legname ed è troppo
lontano portarlo dove sono gli alberi.»
Poi si ritrae, perché io vada per primo, come si conviene a
un uomo. Credo che solo in quel momento capii quale fosse la
sua intenzione.
«Non possiamo ritornare alla tribù» dico.
«Credi che gli uomini bianchi ti lascerebbero avere una
donna che appartiene agli Esseri Umani?» chiede. Qui aveva
ragione, anche se esagerava. Non sarebbe stato delitto, ma sarebbe
parso strano a Frank North se io fossi tornato, dopo
quella battaglia, con una famiglia improvvisamente acquisita
dal nemico. Certo, potevo sempre presentare questa donna e
questo bambino come legittimi prigionieri, e soltanto allora li
avrebbero abbandonati alle sevizie dei Pawnee per poi consegnarli
a qualche forte dell'esercito, merce di scambio contro i
bianchi catturati dai Cheyenne. Proprio questo avevo avuto in
mente, prima, con l'idea di governare il baratto, e di riavere
Olga e Gus. Ma adesso, in un momento così insolito, ero diventato
realistico. Nessuno mi aveva detto che la mia famiglia
bianca fosse ancora in vita, pur avendo io controllato tutti i
forti lungo l'Arkansas. E quelli lungo il Platte quando lavoravo
alla ferrovia.
La verità era un'altra: io avevo ormai concluso, pur senza
ammetterlo, che fossero già morti.
Dico: «Arrabbiati come sono, i Cheyenne mi sparano a
vista».
La mia donna rispose: «Io sarò con te».
Fu così che ritornai in mezzo agli Esseri Umani. Non ebbi
rimpianti, perché mi lasciavo dietro solamente il cavallo, dal
maniscalco di Julesburg, e la mia parte nel piccolo nostro affare
di trasporti. In quanto a mia sorella Caroline, dovrei dire
che poco prima di scendere a Julesburg, mi disse che Frank
Delight, padrone del bordello e del saloon, aveva chiesto la
sua mano in matrimonio, e lei tendeva a prendere in favorevole
considerazione la proposta.
Non entrerò nei particolari del nostro tragitto lungo il
fondo del burrone, fino a un burrone che l'intersecava e poi
oltre, per uscire da dietro una collina che ci nascondeva ai
Pawnee, che peraltro non incontrammo più. E continuammo,
un miglio dietro l'altro, su e giù, e poi sopraggiunse la notte e
quella donna sistemò certi arbusti e ci mise sopra una coperta
e lì dentro dormimmo, guancia a guancia per ripararci dal
freddo che di solito sopravviene di notte nella prateria, dove
di continuo soffia il vento.
Il giorno dopo raggiungemmo lo Spring Creek e lungo il
fiume trovammo una radunata della tribù, con gente come noi
che continuava ad arrivare. Come mi aspettavo, fui un paio di
volte per scontrarmi con certi giovani Soldati Cani, ma la mia
donna li scacciò, come aveva promesso, perché aveva la lingua
puntuta e sapeva quel che voleva.
Dall'ultima volta che lo avevo visto, Pellevecchia si era
fatto un tepee nuovo, ma io riconobbi il suo scudo appeso all'entrata.
«Aspetta qui, donna» dico, e lei fece quel che le dissi, e
io entrai.
«Nonno» dico.
«Figlio mio» mi saluta, come se lo avessi visto appena
due minuti prima. «Vuoi mangiare?» Non avevo mai conosciuto
uomo dal carattere più cordiale.
Quando riuscii a distinguerlo mi parve lo stesso di sempre,
solo che teneva gli occhi chiusi. Pensai che stesse sognando, e
subito si mise a descrivere quello che era successo giù nel burrone.
«Vidi che tu tornavi fra noi» dice. «Tu non potevi far
nulla per Ombra che Appare alla Vista. Sapeva che oggi sarebbe
morto e me lo aveva detto. La nostra medicina non è
stata buona contro i fucili che sparano. Forse non avremmo
dovuto ritornare alla strada di ferro, ma i giovani volevano distruggere
un altro carro di fuoco, se riuscivano a prenderlo. È
molto divertente vedere quel coso grosso che tossisce e sparge
una nube di faville come se volesse mangiarsi il mondo, mi
dicono, poi incontra il binario che noi abbiamo alzato in aria
e ricade sulla groppa, sempre soffiando vapore, e poi muore
con un grande sfrigolio.»
Mi misi seduto accanto a lui e poi naturalmente fumammo.
E osservando che nel frattempo non aveva mai aperto gli
occhi, alla fine conclusi che non poteva aprirli ed ebbi la maleducazione,
forse, di chiederglielo.
«È vero che sono cieco» ammette lui. «Anche se la pallottola
di fucile non mi colpì gli occhi, ma mi trapassò la nuca,
tagliando il canale per cui la visione raggiunge il cuore.
Guarda» disse, aprendo le ciglia. «I miei occhi ancora vedono,
ma tengono ogni cosa per sé, e questo è inutile perché il
mio cuore non lo riceve.»
I suoi occhi mi parvero abbastanza chiari. Immagino che
fosse rimasto tagliato il nervo, oppure ottuso in qualche modo.
«Dove è successo, nonno?» Gli porsi la lunga pipa.
Mi parve piuttosto imbarazzato, e il fumo gli rimase dentro
a lungo, prima di uscirgli dal naso e dalla bocca.
«Sand Creek» dice alla fine.
E io ebbi un gemito: «Ah, no!».
Lui dice: «Rammento il tuo consiglio. Ma noi non siamo
andati, dopo tutto, al Fiume della Polvere. Anzi, andammo al
trattato. Ti dico io come fu. Gobbo non aveva mai preso parte
a una riunione, e fra gli altri bisogni aveva quello di portare
una medaglia d'argento come quella che ho io. E allora i nostri
giovani han detto: "Perché i bianchi non dovrebbero darci
dei regali, se noi ci parliamo? Noi stiamo sempre al nord, e
questi Cheyenne del sud si pigliano tutto loro”. Devo ammettere»
continua Pellevecchia «che neanche a me sarebbe dispiaciuto
avere una coperta rossa nuova.
«E fu così che ce ne tornammo indietro, e toccammo la
penna che gli uomini bianchi avevano mandato in nome del
loro Padre, e Gobbo si ebbe la medaglia e i giovani le accette
nuove, coltelli e occhiali, e poi andavamo al Fiume della Polvere,
ma il capo dei soldati disse: "Dovete rimanere qui. Questo
voi avete convenuto quando toccaste la penna”. Ma ti dico
io che questo non lo capivo. In ogni modo, io so molto poco
di trattati, perciò pensai che il capo dei soldati aveva ragione,
pur essendo quel posto molto brutto, senz'acqua e senza selvaggina.
E poi i soldati aggredirono il villaggio dove avevamo
messo il campo con Cuccuma Nera, e fecero fuori parecchi di
noi, e fu lì che mi colpirono alla nuca e diventai cieco».
Allora io temetti il peggio e chiesi della Donna del Pantano
dei Bufali.
«L'han fatta fuori a Sand Creek» dice Pellevecchia. «E
anche la Donna della Vacca Bianca. E Brucia Rosso nel Sole e
Naso Tagliato e Orso Uccello.»
«Mio fratello Brucia Rosso nel Sole.»
«Sì, e sua moglie e i figli. E molti altri, che nominerò soltanto
se tu vuoi piangerli, anche se questo fu diversi inverni
or sono e ormai essi avranno raggiunto l'Altra Riva, dove l'acqua
è dolce, il bufalo abbondante e dove non ci sono uomini
bianchi.»
Queste ultime parole adesso le pronunciava in un modo
speciale: non proprio con odio, perché Pellevecchia era troppo
uomo per mettersi lì a insultare i suoi nemici. Era un vinto,
come i ribelli sconfitti della Guerra Civile. E non era uno
sconfitto. Forse non era neanche un vincitore, ma non di certo
un fallito. Non si potevano chiamare falliti i Cheyenne solo
perché non avevano avuto una locomotiva che funzionasse
così bene come quelle della U.P. o perché non avevano inventato
un fucile che sparasse diritto.
Tanto per controllare le mie impressioni, gli chiedo: «Tu
hai in odio gli americani?».
«No» dice, chiudendo i suoi occhi lucidi seppure morti.
«Ma ora li capisco. Non credo più che siano stupidi o pazzi.
Ora lo so, che non scacciano i bufali per sbaglio o che per caso
incendiano la prateria con il loro carro di fuoco o che derubano
gli Esseri Umani per un malinteso. No, queste cose loro
le vogliono fare, e riescono a farle. Sono un popolo potente.»
Prese qualcosa che aveva alla cintura e accarezzandola disse:
«Gli Esseri Umani credono che ogni cosa sia viva: non soltanto
gli uomini e gli animali, ma anche l'acqua e la terra e le
pietre e anche i morti e le cose dei morti come questa chioma.
La persona che aveva questa chioma adesso è calva sull'altra
riva, perché adesso il suo scalpo è mio. Ecco come stanno le
cose.
«Invece gli uomini bianchi credono che ogni cosa sia
morta: pietre, terra, animali, e gente, anche la loro stessa gente.
E se nonostante questo le cose insistono a cercare di vivere,
gli uomini bianchi le fanno fuori. Ecco la differenza fra uomini
bianchi ed Esseri Umani» conclude.
Allora io guardai meglio lo scalpo che accarezzava, che
era d'un biondo serico. Per un istante fui certo che proveniva
dalla testa morta di Olga, e capii che da qualche parte, fra le
sue sozzure, doveva avere anche la chioma di Gus, questo vecchio
selvaggio fetente, che campava la sua vita in mezzo all'assassinio,
alla rapina e allo squallore, e stavo quasi per accoltellarlo
quando tornai in me e vidi che quella chioma aveva
il colore del miele più che quella della mia moglie svedese.
Dico questo perché dimostra come possa rovesciarsi da un
momento all'altro la passione di un uomo, quando gli si fa
memoria di quello che ha perso. Avevo appena finito di commuovermi
per la faccenda del Sand Creek, e adesso ero stato
pronto a ucciderlo.
E Pellevecchia, pur essendo cieco, avvertì il mio stato d'animo.
Chiede: «Hai tu un grande dolore oppure è soltanto
amarezza?».
Glielo raccontai, ed egli non aveva mai saputo dell'incidente
che toccò a Olga e a Gus. Non poteva mentire. Ho già
detto che sbalordisce cosa e come gli indiani sappiano di fatti
lontanissimi da loro; ma allo stesso modo ci sono cose che essi
non sentono. A quei tempi era cosa comune la cattura di donne
e di bambini bianchi. Il Cheyenne di una banda poteva anche
non sapere della gente catturata da un'altra banda, a meno
che le due bande non fossero accampate insieme.
Poi Pellevecchia disse: «Oggi i nostri giovani sono adirati.
Molte volte non hanno la pazienza di attendere il riscatto o
di barattare i prigionieri, invece impazziscono di rabbia e li
fanno fuori. Ma non è forse la voce di Luce del Sole quella
che ho appena inteso fuori del mio tepee? È la vedova di Scudo
Piccolo, che fu ucciso due mesi or sono, ma ora sarà la tua
nuova moglie e ti darà un figlio nuovo, sì che tu abbia quello
che avevi prima, e anche meglio, perché naturalmente la donna
degli Esseri Umani è superiore a tutte le altre!».
Non era senza cuore, stava solo cercando la migliore verosimiglianza,
come deve fare un indiano con il tipo di vita che
mena. Anche le sue due mogli erano state massacrate, e lui le
aveva piante il giusto tempo per poi trovarsi le sostitute. Queste
ultime erano andate e venute nel tepee mentre lui parlava:
donne giovani, anche stavolta sorelle, forse avevano cinquantanni
meno del capo, ma accidenti se non erano incinte.
«Va bene» dissi. «Ma ti dico questo, che se ritrovo la
mia prima moglie e mio figlio, le voglio portar via, chiunque
sia l'uomo che li tiene. E se li hanno fatti fuori, lo stesso toccherà
al colpevole.»
«Certamente» disse Pellevecchia, perché non c'era cosa
che un indiano capisse meglio della vendetta, e se vendetta
non avessi voluto, lui mi avrebbe deriso.
Non poteva esserci periodo peggiore per stare con i
Cheyenne. Li stavano braccando su tutta la frontiera, e ogni
volta che sfuggivano ai loro persecutori, commettevano qualche
altra offesa contro i bianchi. Dunque io sarei stato un rinnegato
unendomi a loro, esposto ai pericoli che mi sarebbero
venuti dalla mia stessa razza. E d'altro canto ero sotto la minaccia
continua dei Cheyenne, giacché per molti di loro solo
la vista di un viso pallido era motivo di strage. Riconosco che
mi salvai grazie soltanto alla banda di Pellevecchia, una banda
a sé, messa insieme scegliendo nell'esercito di Capo Zampa
di Tacchino, il quale sempre aveva comandato la lotta contro
la ferrovia, così rimasi quasi sempre in mezzo al gruppo che
mi aveva visto crescere, e mentre aveva ancora una sua forza
la leggenda di Little Big Man. Mia moglie Luce del Sole era
una buona difesa e naturalmente anche Pellevecchia. Ma c'erano
guerrieri fattisi adulti mentre io ero lontano dalla tribù,
come il giovane Pancia Tagliata, che un giorno assalì una stazione
di posta e tornò con una brocca di whiskey, e che poi
mi dice:
«Voglio che tu vada a nasconderti nella prateria, perché
se anche non desidero ucciderti adesso, lo farò appena ubriaco.
Mi dispiace, perché mi dicono che sei un buon uomo, ma proprio
questo succederà».
Ora il miglior modo per farsi ammazzare era permettere a
un giovanotto così di darti degli ordini, allora gli dico: «Credo
che sia meglio che esca tu nella prateria, a bere, perché io
son fatto così, che quando vedo un ubriaco mi entra in corpo
qualcosa, e bisogna che gli spari, foss'anche mio fratello. Non
posso farci nulla: sono fatto così».
Stavolta accettò il mio consiglio e io scampai anche altre
minacce simili, ma non posso dire che fossi molto popolare, e
questo mi dispiaceva se ripensavo alla mia adolescenza lungo
il Fiume della Polvere sotto il nome di Little Big Man, ma ormai
ero adulto, e l'età matura implica sempre disillusioni. Ero
proprio fortunato ad avere ancora in testa tutti i miei capelli.
Campavo alla giornata, e c'è una certa dolcezza in questo tipo
di vita, anche quando hai uno scopo lontano, come era il caso
mio, perché io lasciavo che lo scopo venisse a me, anziché rincorrerlo,
e sapendo che sarebbe venuto, per il resto potevo
campare senza uno scopo apparente come un indiano, e mangiare
carne di bufalo arrosto quando si trovavano i bufali, e
stendermi sotto un albero e guardare mia moglie Luce del Sole
che lavorava sodo col piccolo addormentato in quella specie
di culla che aveva sul dorso. Il piccolo si chiamava Ranocchio
Disteso sul Pendio, perché il giorno della battaglia della ferrovia
proprio un ranocchio avevamo incontrato e soltanto allora
era parso che si destasse il neonato, e sia Luce del Sole che io
eravamo convinti che è giusto che un piccolo si scelga il nome
da sé.
Quando giungemmo al campo indiano, Luce del Sole aveva
dovuto piangere suo padre morto, e se anche sapeva farlo
molto bene, piangendo e gemendo con uno strepito orrendo,
doveva piantarla quando si trattava di nutrire Ranocchio, e
neanche se la sentì mai di strapparsi i capelli o di ferirsi, con
lui sul dorso. Così ebbe il soccorso delle sue parenti, per tutta
una notte e per il giorno successivo, giacché Ombra era stato
uomo di grande reputazione ed era terribile che non avesse un
catafalco a difendere il suo cadavere dai lupi. Così queste donne
urlarono e gemettero fino a perdere il fiato, come fanno i
bambini quando li prende un attacco isterico. Voglio dire i
bambini bianchi, perché quelli indiani non lo fanno.
Per esempio il nostro Ranocchio, legato alla sua culla, con
la sua testolina scura, quando non dormiva e non mangiava,
quegli occhi neri studiavano ogni cosa da vicino e mai erano
dispiaciuti. Spesso mi faceva ricordare il piccolo Gus, perché
mio figlio aveva sempre avuto il temperamento pacato di sua
madre, ma c'era una differenza assai netta. Gus si divertiva
sempre a guardare il mio orologio da taschino, che gli mostravo
come fanno tutti coi bambini, che restano incantati. Ranocchio
no. Non che gli dispiacesse, perché nulla gli dispiaceva,
ma non gliene importava nulla: lo guardava, lo ascoltava, e
basta.
O forse quello che non l'interessava era la persona che teneva
l'orologio. Per quanto Luce del Sole e Pellevecchia parlassero
di lui come di mio figlio, lui non ci cascava. Non mi
odiava; per lui ero semplicemente una specie di arnese che a
volte lo prendeva fra le braccia e lo stringeva, e lo faceva balzare
su per aria e a lui piaceva il gioco, e il contatto, ma non
ci trovava niente di personale.
Ma anche stavolta, forse il difetto era mio, perché seppure
gli volevo bene, non avevo la mano giusta per farlo crescere e
non riuscivo a vedere un futuro per noi due in quanto padre e
figlio, dovessi o non dovessi ritrovare Olga e Gus. Coi
Cheyenne era finita. Loro lo sapevano, e lo sapevo io, e il mio
piccolo Ranocchio lo sapeva da sempre. Il meglio che avrei
potuto fare, per comportarmi da padre, sarebbe stato portarlo
a Omaha o a Denver e mandarlo a scuola. Fare di lui un
bianco, abituarlo a vivere in una casa fissa e per bene, e alzarsi
tutti i giorni e andare al lavoro in orario. Ma tu hai già visto
quello che pensava dello strumento per misurare il tempo.
In ogni modo, non avrei potuto chiedere una moglie più
ardente di Luce del Sole. Quella donna mi era completamente
devota, a tal punto - e mi dispiace dirlo, ma era vero - che
cominciava a seccarmi. Immagino che le circostanze del nostro
incontro avessero a che fare con l'atteggiamento reciproco di
tutti e due. A lei pareva una cosa particolarmente commovente
che io fossi comparso in un momento di estremo bisogno
- anche se in fondo esagerava: era abbastanza forte per mettere
al mondo quel bambino da sola, e cavarsela - mentre
per me, all'inizio, lei era stata un carico, che avevo assunto su
di me lì nel burrone come misura di emergenza, e che sembrava
farsi sempre più greve vivendo nel campo.
Debbo una spiegazione, perché come tu sai il maschio
Cheyenne non fa mai quel che il mondo bianco intende come
lavoro. Quando non andavo a caccia, passavo la più gran parte
del mio tempo sdraiato supino sotto un albero, oppure,
mancando l'albero, all'ombra del tepee. Giocavo un poco con
gli altri guerrieri, e a volte montavo il cavallo che mi aveva
dato Pellevecchia, ma non avevo alcuna voglia di vincere la
corsa per via del fatto che non volevo fastidi coi perdenti.
Non partecipai mai ad azioni di guerra o di attacco, perché ormai
avvenivano sempre contro gli uomini bianchi. Può darsi
che a te la mia sembri una posizione insostenibile, ma se le
cose stanno così allora tu non hai ancora capito gli indiani, in
mezzo ai quali tu puoi vivere in ogni rapporto possibile, tranne
quello dell'inimicizia assoluta, e io credo che tu potresti
sopravvivere persino a quest'ultima situazione, a patto di avere
un difensore leale. Io ne avevo due: il capo e mia moglie. A
volte un giovane troppo sicuro di sé arrivava con uno scalpo
di bianco, fresco, con l'intenzione di offendermi, ma io o lo
trattavo come avevo trattato Pancia Tagliata, oppure lo guardavo
come se fosse di vetro, a seconda della situazione e del
giudizio che mi facevo del suo carattere. Oppure, se c'era Luce
del Sole, lo aggrediva in tal modo che io, dentro di me, mi
mettevo dalla sua parte, perché la mia donna aveva la lingua
pungente, e come forse non ho detto, mentre le ragazze
Cheyenne erano timide e dolci anche nel parlare, le donne
sposate erano proprio il contrario e specializzate in argomenti
che nel mondo civile sono più consueti nelle taverne che nei
salotti dove si adunano le signore. Era lecito che parlassero in
questo modo, credo, perché in pratica erano rispettabilissime.
Di rado fra gli Esseri Umani vedevi donne con il naso mozzo.
Non ho forse detto che l'indiano taglia il naso alla sua donna
se la trova a civettare con un altro uomo?
Ebbene, amico, immagino che uno scapolo sia singolarmente
svantaggiato di fronte a una rispettabile sposa in ogni
parte del mondo, e Luce del Sole era pronta a giudicare la potenza
del giovane e a discutere in modo sfavorevole la qualità
delle sue doti, eccetera, con le altre donne che le ridevano accanto,
e fra le altre, magari, una giovinetta per cui quello aveva
un debole, e il poveraccio se ne andava: arrivato eroe, se
ne ripartiva buffone.
Ora, come se non fosse stato già abbastanza brutto farmi
difendere da una donna in questa maniera, Luce del Sole, per
giunta, si vantava delle mie qualità. Innanzi tutto il modo in
cui l'avevo salvata dal Pawnee, e la sua storia era notevolmente
esagerata rispetto a quello che era successo davvero, noi due
accucciati fra quegli arbusti, io che ne affrontavo cinque o sei
abbattendone tre. Non mentiva: credo che proprio questo vedesse
attraverso le lenti deformanti del suo ricordo. Naturalmente
se riusciva a parlare delle capacità sessuali di un uomo
a lei perfettamente ignoto, pensa cosa sapeva fare dell'uomo
con cui viveva: ero diventato uno stallone.
E io ti dico che m'imbarazzava caratterizzarmi in questo
senso, ma tu sai com'è, a volte una persona è vittima della sua
stessa vanità, sì che io per poco non mi uccisi per essere pari
alla mia reputazione, durante le notti sotto coperta di bufalo.
Gesù, certe mattine io non mi reggevo in piedi, avevo la sensazione
di aver preso un calcio di cavallo alla vita. Credo che
non sia giusto dire questo, perché Luce del Sole era mia moglie
e se anche un uomo può parlare all'infinito di adulterii e
di fornicazioni, l'argomento è di cattivo gusto quando si riferisce
a un matrimonio per bene. Non so perché.
Il solo modo grazie al quale finalmente mi sganciai fu che
Luce del Sole rimase incinta. Dev'essere stato verso la fine di
marzo del '68, calcolando in base a quel che successe nove
mesi dopo: altrimenti non avrei avuto idea alcuna del tempo,
perché ormai mi trovavo fra i Cheyenne da tre stagioni e avevo
preso l'abitudine di datare le cose dal volo verso settentrione
delle anatre selvatiche, per esempio, che indicava l'arrivo
della primavera, come anche la comparsa del pelo nei feti di
vitello estratti dalle vacche da noi uccise.
In questo periodo ci muovemmo soprattutto fra l'Arkansas
e il Platte, che oggi si chiama Nebraska meridionale, e in
quest'ultimo stato stavano costruendo un'altra ferrovia: la
Kansas Pacific, lungo il Fiume della Collina Fumosa, che era
stato un buon posto per i bufali, e in questo modo la selvaggina
si fece più scarsa e noi si mangiavano più radici che carne.
E i soldati ci stavano sempre alle costole, e anche i Pawnee,
ma grazie al comando supremo di Pellevecchia, per quanto
cieco, il nostro villaggio li evitò sempre, anche se le nostre incursioni
diedero luogo a piccoli infortuni.
La nostra banda continuava a vivere separata dagli altri
Cheyenne, anche se di tanto in tanto li incontravamo, e in tal
caso io chiedevo di Olga e di Gus. E questa era una faccenda
delicata, essendo io bianco, e forse non sempre mi dicevano la
verità. In ogni modo non ci guadagnai altro che maggiore
diffidenza, perché spesso questi indiani avevano con sé bianchi
prigionieri e non volevano che io andassi a ficcare il naso nei
loro tepee.
In questo Pellevecchia non era di grande aiuto. La cecità
aveva temperato la sua lussuria - non poteva più adocchiare
ragazze grasse - ma aveva anche rafforzato la sua intenzione
di fare a modo suo. Nell'autunno del '67 successe che il governo
firmò un altro trattato con i Cheyenne meridionali, gli
Arapaho, i Kiowa e i Comanche, e con questo trattato gli indiani
accettavano di starsene nell'Oklahoma occidentale, che a
quei tempi si chiamava le Nazioni. Un corriere trovò il nostro
campo e consegnò un invito a Pellevecchia, ma il vecchio capo,
dopo Sand Creek, ne aveva abbastanza di trattati e non
volle partecipare all'incontro. E non intendeva neanche sottostare
a quelle clausole.
«Non voglio vivere in un posto brutto» mi disse, alludendo
alle Nazioni occidentali. «Lì l'erba è scarsa e l'acqua è
amara. E quello è il Paese dei Serpenti, che ora, lo so, sono
nostri amici, ma si accoppiano coi cavalli e questo fatto me li
rende strani. Anche la Gente del Violino Stridulo - Apache -
ci vanno, e sono valorosi ma estremamente brutti, piccoli, con
le gambe storte e non belli come gli Esseri Umani. Parecchio
tempo fa, quando li combattevamo, io catturai una donna
Apache, ma era come giacere con un cactus, così la rimandai
alla sua gente con qualche regalo, che era grande insulto...
«Mi dicono che Cuccuma Nera è andato alla riunione. Io
conosco fin troppo bene quel tipo di trattati dove lui tocca la
penna. Ero a Sand Creek con lui e ci persi la famiglia, gli
amici e la vista. Senza occhi, vedo più chiaro di lui.» Ora poteva
anche essere interesse mio restare giù al sud, e anche
spingerlo a unirsi alla massa dei Cheyenne meridionali, perché
se la mia famiglia era ancor viva, probabilmente doveva essere
là. Ma non potevo, proprio non potevo. Avevo una sorta di
debolezza per questo vecchio indiano.
E allora dissi: «Non capisco perché tu non vai su al Fiume
della Polvere. Se tu lo avessi fatto quando io te lo dissi,
non saresti poi stato a Sand Creek».
«Ti dico il perché» dice Pellevecchia. «Io preferisco la
terra del Fiume della Polvere. Ci sono nato, sul Rosebud
Creek. Anzi, la mia magia si dimezza quando scendo al disotto
del Fiume Shell» perché così chiamava il Platte, lui. «Ma
gli americani, a parte qualche cacciatore, se ne infischiano della
terra. Finché gli Esseri Umani ci rimangono, non avranno
fastidio dagli uomini bianchi.»
«Proprio quello che dico io» faccio, e mi chiedo se il vecchio
diavolo oltre alla vista non avesse perso anche il senno.
«Sì» disse lui. «E io, capo dei più grandi guerrieri che vi
siano sulla faccia della terra, dovrei evitare il pericolo come
un coniglio? Dovrei lasciare che mi mandino via da questa
terra dove per ottanta estati ho cacciato bufali e Pawnee? Un
Essere Umano è sempre andato dove gli è parso, e se qualcuno
ha tentato di fermarlo, lui l'ha fatto fuori, o si è fatto uccidere.
Se fossi così vile, la mia gente non mi rispetterebbe più.
Ci sono molti bei giovanotti in questa banda, ed essi non hanno
più i dubbi che avevano i guerrieri del tempo passato.
Hanno deciso di combattere gli uomini bianchi, dovunque li
trovino, e sganasciare quei binari di ferro e deragliare i carri
di fuoco. Una volta fatto questo, ammazzeranno tutti gli americani
che rimangono, in modo che si possa di nuovo cacciare
senza disturbo e fare la guerra ai Pawnee.»
«Nonno» dico io. «Tu credi davvero che sia possibile fare
questo?»
«Figlio mio» dice Pellevecchia. «Se non è possibile, allora
il sole brillerà su una giornata buona per morire.»
Avvenne la battaglia di Beecher Island, nella quale cinque
o seicento Cheyenne accerchiarono cinquanta guide bianche
alla biforcazione dell'Arickaree, su un tratto sabbioso, e ce li
tennero assediati nove giorni. Ma i bianchi anche stavolta erano
armati di Spencer a ripetizione e respinsero tutte le cariche,
ammazzando moltissimi indiani, e fra i tanti il grande
guerriero Cheyenne Naso Romano. Poi venne la cavalleria.
Io non c'ero, ma c'erano i nostri giovani, e tornarono al
campo carichi di stanchezza e di disfatta. Io rimasi per qualche
tempo dentro la tenda, in modo da evitare incidenti, ma non
sarebbe stato necessario, per come si sentivano. I Cheyenne
non avevano ancora armi da fuoco degne del nome, e io penso
che debba sentirsi piuttosto male un uomo quando, avendo
il vantaggio del numero, deve lasciarsi battere dall'altro solo
grazie al suo superiore armamento. Da parecchio tempo avevo
seppellito quella mia pistola, e di solito tenevo fuor di vista il
Ballard: sarebbe stato sciocco accrescere il malumore.
Dunque gli indiani, adesso, intendevano affrontare il problema
dall'estremità opposta ed escogitare una qualche magia
che li rendesse impervi alle pallottole. Un tale pareva esserci
riuscito, perché allo scontro di Beecher Island era stato colpito
al petto e fece una sua magia sopra la ferita che si richiuse
senza effetti dannosi, e da allora si chiamò A Prova di Pallottola.
In questo modo, con la stessa magia, sistemò diversi
guerrieri, e un paio di settimane dopo lo scontro tornarono a
battersi contro la cavalleria. Di sette Esseri Umani che usarono
quella magia, due furono immediatamente fatti fuori e A
Prova di Pallottola li riportò al campo e cercò di farli risuscitare.
Uno stirò un poco la gamba, si fermò, tentò di alzarsi, ma
non si alzò, né si alzò l'altro. A Prova di Pallottola dovette
ammettere il suo insuccesso.
Credo che per via di questi fatti Pellevecchia e anche i più
fieri fra i suoi giovani dovettero limitare le proprie ambizioni
alla semplice sopravvivenza, e dopo un certo tempo ci ritrovammo
nel villaggio di Cuccuma Nera, che gli uomini bianchi
in seguito chiamarono ”il grande statista indiano”. Credo
perché di continuo firmava trattati per mantenere la pace e cedeva
terreno di caccia dei Cheyenne alle ferrovie e ai contadini.
In ogni modo fu così che mi trovai alla battaglia del
Washita. E come al solito, dalla parte che perse.


CAPITOLO 17.
NELLA VALLE DEL WASHITA.

Ci unimmo a Cuccuma Nera alla fine della grande cacciata
estiva al bufalo che vide radunate tutte le tribù della zona,
e poi ci spostammo giù verso le Nazioni, oltre il fiume Canadian,
oltre i Monti dell'Antilope, fino al Washita, in quella riserva
che era stata assegnata ai Cheyenne con il trattato di
Medicine Lodge. Lì erano diversi campi, distesi lungo il fiume
per una decina di miglia, sotto di noi altri Cheyenne, e
Arapaho, Kiowa, Comanche e anche qualche Apache. Gli indiani
avevano idea di svernare in quella vallata, che era ricca di
alberi.
Era bello, veramente bello, e Pellevecchia aveva esagerato
con la sua truce descrizione. Continuava a dire che l'acqua era
amara, ma io non la sentivo così. In ogni modo non dissi nulla,
perché in questo raduno era superato sia da Cuccuma Nera
che dal Capo Piccolo Corvo degli Arapaho e anche da Satanta,
il famoso tagliagole Kiowa che si dipingeva di rosso fino
alla vita e andava in giro suonando una tromba di ottone. E
tutti questi non badavano molto a Pellevecchia, perché proprio
lui aveva avversato la riunione di Medicine Lodge ed era
povero e aveva una banda così piccola. C'è sempre dello snobismo
fra le persone che comandano, siano esse bianche o indiane.
Perciò il mio capo se ne stava quasi sempre da solo e continuava
a sognare, e di tanto in tanto predicava, ma ormai attirava
scarso pubblico, perché i suoi giovani gli facevano la
colpa di non essere andato a quel raduno, per via degli altri
indiani i quali si vantavano dei regali ricevuti per averlo fatto,
e del grande spettacolo messo su dalle varie tribù a cavallo dinanzi
ai commissari governativi, perché un pellerossa non
vuole perdersi l'occasione di fare mostra di sé. Ai tempi andati,
quando ero ragazzo, ci accampammo accanto a certi Sioux
sul Fiume della Sorpresa e un'estate quelli cominciarono a urlare
e a sparare, e credendoli attaccati noi uscimmo in loro
aiuto, per scoprire poi che era soltanto una festa. Gobbo ne
chiese il perché, ma quelli risposero che non lo sapevano, ma
che lo facevano i soldati di Forte Laramie e i Sioux non volevano
farsi trovare scarsi, in quanto a festeggiamenti. Allora
Gobbo disse che forse gli Esseri Umani dovevan farlo anche
loro, e per tutto il giorno facemmo un gran baccano e sprecammo
munizioni. Più tardi pensai che doveva essere il Quattro
Luglio.
Forse tu ti sarai chiesto che cosa accadde ai due indiani
con cui crebbi fra i Cheyenne, ma parevano scomparsi da questa
seconda residenza: il mio nemico Orso Giovane il Contrario
e Cavallino, che era heemaneh.
Non erano rimasti uccisi, perché avevo chiesto di loro e
seppi che erano andati in altre bande. Immagino per cercare
la compagnia di tipi del loro genere, essendo troppo piccolo il
campo di Pellevecchia per permettersi più di un esemplare
della loro esotica professione. Un Contrario deve sentirsi molto
solo, dovendo parlare alla rovescia con la gente normale, e
anche se un heemaneh passa molto tempo con le donne, a pettegolare,
a cucire eccetera, probabilmente desidera la compagnia
di altri che capiscano il suo punto di vista.
Mi mancavano, tutti e due, per un motivo simile. Non
avevo alcun amico, a parte Pellevecchia, né avevo nemici privati,
personali. C'era molta sgarberia verso di me, come ho già
detto, e non appena ebbi imparato a passare davanti ai giovani
della banda di Pellevecchia senza dare troppo nell'occhio,
ci unimmo al grande raduno attorno a Cuccuma Nera e ricominciarono
le scorribande, perché se anche i Cheyenne, ufficialmente,
figuravano in pace, essi sostenevano che questo non
valeva però per gli uomini bianchi, e continuavano a fare incursioni
negli allevamenti e nelle fattorie, finché il tempo si
manteneva buono, poi, quando rientravano e mi vedevano, ritiravano
fuori le armi anche in mezzo al villaggio. Non che
dispiacessi io a questi giovani guerrieri, ma la mia pelle. Questo
voglio dire di Orso Giovane, il quale mi conosceva benissimo
essendo mio nemico personale; e adesso che non c'era più
io m'accorgevo che la sua inimicizia mi aveva dato non poca
soddisfazione, una inimicizia particolare e speciale, perché eravamo
cresciuti insieme.
In quanto a Cavallino, era incapace di odiare dato il
suo genere di vita, ma era sempre una compagnia piacevole,
buono a intonare una canzone, o a ballare e per discorrere alla
leggera, non dovendo preoccuparsi continuamente della
propria virilità e della magia come sempre facevano i guerrieri
Cheyenne. Per quanto riguarda i heemaneh, preferisco quelli
indiani perché, a differenza dei loro simili di pelle bianca,
sanno stare al posto loro.
Cavallino e Orso Giovane: li ritrovai tutti e due al grande
campo giù sul fiume Washita, e te ne voglio parlare.
Eravamo alla fine di novembre, il fiume aveva un velo di
ghiaccio e nella valle c'era un palmo di neve che di giorno si
scaldava un poco ma di notte gelava formando una crosta, sì
che uscendo dal terreno battuto del campo, tu rompevi e facevi
cricchiare il ghiaccio peggio di un branco di bufali e magari
per giunta ti tagliavi le caviglie. Gli indiani continuavano ad
arrivare da tutti i punti a questo loro alloggio invernale:
gruppi di guerrieri ma anche villaggi al completo con donne,
bambini, branchi di cavalli e cani. Una volta sistemati, io andavo
sempre in giro cercando facce bianche, e avendo avuto di
già qualche spiacevole incontro con questi guerrieri, mi dovetti
tingere come avevo fatto alla battaglia del Solomon anni
prima e scambiai due pelli conciate di Luce del Sole con un
uomo di medicina, il quale mi diede in cambio uno di quei copricapi
di bufalo completo di corna, per coprirmi i capelli rossi.
Ma non mi servii di colori, e preferii tingermi di nero, tinta
che mero fatta io stesso con il carbone e il grasso. Per il resto,
essendo i miei panni molto consunti, portavo i gambali e una
coperta azzurra. La gente sapeva tuttora che io ero bianco, ma
forse mi giudicava meglio per essermi fatto, nella misura
umana delle possibilità, indiano anche io.
Be', amico mio, il giorno di cui sto parlando, era arrivato
un villaggio e si era sistemato sul fiume circa un miglio sotto
di noi, vicino al grande gomito a ferro di cavallo del Washita,
dove l'acqua era profonda un otto palmi appena abbandonata
la riva, e questo chi conosceva il posto andava dicendo ai nuovi,
caso mai volessero fare quel bagno freddo che di solito
fanno i Cheyenne al mattino. Accidenti, alcuni lo fecero, si
tuffarono proprio mentre le donne stavano alzando le tende e
nuotarono in quel gelo coi pezzi di ghiaccio che tenevan loro
compagnia. Proprio allora capitai da quelle parti e vidi Orso
Giovane in mezzo alla corrente. Nuotava in una maniera strana:
a colpi alternati la sua testa si levava dall'acqua fino a
scoprire le narici, e gli occhi restavano chiusi sì che l'acqua gli
scorreva sopra, e siccome non respirava con la bocca, l'impressione
era di un cadavere salito a galla su dal fondo.
Mentre lo guardavo, mi sentii salutare da una voce che
era troppo melodiosa sia per un guerriero Cheyenne sia per
una donna adulta, ma semmai pareva la voce di una ragazzina,
ed era infatti Cavallino. Indossava un bellissimo vestito di antilope
bianca, con una frangia lunga otto pollici. Mai visto di
meglio. Sul davanti portava cucite magnifiche perline di vetro
d'ogni colore e anche con quel freddo sole d'inverno dava
l'impressione di come possono essere le Luci del Nord quando
illuminano il Gran Canyon. E portava anche cinque o sei
braccialetti e un filo di perline così lungo che potevano farlo
inciampare, e i lobi delle orecchie erano tesi dal gravame dei
grandi dischi di rame che ci portava.
Dal modo di avvicinarsi a me, immaginai che volesse rimorchiarmi,
perciò mi affrettai a dirgli chi ero.
E lui dice: «Ah sì, ti conosco» e si mette a ridere, e io
credo che ormai questa fosse una sua abitudine, sicché mentre
cominciava a darmi sui nervi, cercavo di non farlo vedere, per
amore dei tempi andati.
Ci fu una piccola riunione lì sulla riva del fiume, sulla neve
calpesta, e naturalmente lui non mi chiese che cosa facevo
lì, perché sarebbe stato scortese fra due giovani cresciuti insieme,
ma dovetti accettare un abbraccio che fu più sororale che
fraterno.
«Hai lasciato la banda di tuo padre?» gli chiedo dopo essermi
sciolto dalla sua stretta.
«Vero» dice, giocherellando con le perline. «Fu dopo
Sand Creek. Me lo disse mio padre. Disse che la sua magia
andava male e che aveva portato sfortuna al resto della sua
famiglia e voleva che non mi succedesse niente perché ero
troppo carino. Eppure non me ne sarei andato, se non fosse
stato per il fatto che Orso Giovane - accennò verso l'acqua
- ci lasciò dopo Sand Creek. Ebbe un incidente, laggiù. Tu
sai che un Contrario non può stare seduto o disteso sul letto,
ma dorme sempre sulla nuda terra. Ebbene, la notte prima
dell'attacco, Orso Giovane, senza svegliarsi in sogno, si alzò
da terra, si fece un giaciglio con una pelle, e ci si distese sopra
e ci passò il resto della notte, in questa maniera. Così si destò
al mattino e ne fu inorridito. La morbidezza della pelle di bufalo
gli aveva tolto la potenza del Contrario, sicché quando
venne lo scontro, lui era debole come un bambino, e io dovetti
aiutarlo a fuggire via dai soldati su per il letto asciutto del
fiume e a nascondersi.»
«Me ne dispiace» dico, e anche sinceramente, perché
l'inimicizia fra me e Orso Giovane era sempre andata in una
direzione sola, anche se qualche volta lui mi seccava.
Ma Cavallino, e questo immagino che fosse tipico di un
heemaneh, lasciò cadere con una certa negligenza. Dice:
«Ah, se la cavò. Ci unimmo alla banda del Picchio dalle Ali
Rosse, e Orso Giovane vendette il suo Arco di Fuoco e anche
la potenza del Contrario a qualcun altro, e così fu libero di
sposarsi».
Proprio in quell'istante l'oggetto di queste parole uscì dal
fiume Washita, scrollandosi di dosso l'acqua per non farla gelare,
e siccome Cavallino interruppe il nostro discorso per
asciugare Orso Giovane con una coperta rossa e per aiutarlo a
indossare i suoi panni, pensai che avesse partecipato a quelle
nozze.
Così quando Orso fu tutto vestito e mi guardò, io non
potei trattenermi dal punzecchiarlo un poco, perché se anche
nessuno fra i Cheyenne condanna un heemaneh, si può benissimo
dar gomitate all'uomo che ci vive insieme.
Dunque dico: «Stavo appunto parlando alla tua bellissima
moglie».
Lui dice: «Va bene» e sorride senza cattiveria, mi parve,
e strizzandosi le trecce per tirarne via l'acqua: «Ora vieni a
conoscere quell'altra».
Cedette a Cavallino la coperta bagnata e ne prese una
asciutta, ci si ravvolse e ci guidò in mezzo alle tende, in mezzo
ai branchi dei cani, e indicando un animale dal muso aguzzo
che aveva molto del coyote, disse a Cavallino di cucinarlo per
l'ospite, e allora Cavallino gli diede un colpo in testa con una
mazza che portava alla cintura adorna di perline e poi trascinò
il corpo giallo e smorto per le zampe di dietro insieme alla
coperta bagnata e giungemmo a uno squallido tepee ed entrammo.
Al centro era acceso un bel fuoco e sopra stava appesa la
solita pentola nera con la solita donna robusta a rimestarci
dentro, solo che il viso era bianco sotto lo sporco e la chioma
era bionda nonostante l'untume rappreso. Era Olga.
Orso Giovane si rivolge a me e mi mostra quel che a me
pare un ghigno cattivo, ma subito capii che era semplice orgoglio,
perché non sapeva affatto che la sua moglie femmina e
io eravamo fra noi apparentati e non soltanto dalla razza comune.
Dice: «Fumiamo, e poi mangeremo».
Olga ha un aspetto terribile, in quanto alla persona, perché
indossa un abito di pelle, sporco, e i gambali e vecchi mocassini
ridotti quasi in brandelli. Orso prendeva forse il suo
bagno regolare senza far caso alla temperatura, ma io credo
che Olga se ne astenesse altrettanto regolarmente. Ho già detto
che vidi i suoi capelli biondi, ma in realtà erano verdastri,
e la coda di un cavallo trasandato non poteva essere più
intricata.
Ora, io avevo lasciato tutte le mie armi nella tenda, per
dimostrare le mie intenzioni pacifiche a qualunque guerriero
dovessi incontrare, e Orso Giovane era un uomo enorme, alto
più di sei palmi ed eravamo nel bel mezzo di un accampamento
di suoi indubbi amici. Ma a queste cose io non pensai. Vedevo
soltanto la mia cara dolce moglie avvilita a schiava di
questo maledetto selvaggio, e le dita mi si trasformarono in
due artigli assassini e sarei balzato addosso a Orso per strappargli
la gola... se Olga non avesse proprio in quel momento
alzato gli occhi e non avesse parlato con una voce così rauca
da rammentare quella di Caroline, o quella di Nulla, quella
volta che la sentii insultare il suo uomo, o quella di una donna
qualsiasi, bianca o rossa, quando si leva a tormentare le
mie orecchie.
«Magari me lo dici tu quel che si deve mangiare,
scannapagnotte buono a nulla!» urla. «Neanche mi rammento
quando fu l'ultima volta che mi portasti un po' di caccia. Persino
Cavallino è più uomo di te.» Quest'ultimo frattanto era
rimasto fuori a preparare il cane e rientrò con i quarti cruenti
della sua carne, le maniche rimboccate per non sporcarsele, e
cerca di calmarla, ma Olga continua, rivolta a Orso Giovane:
«Tu dovresti scambiarti le vesti con Cavallino, solo che tu sei
troppo stupido e troppo goffo per fare lo heemaneh! E chi è
questo cretino d'un mendicante che ti sei portato dietro a rubarci
quel poco di cibo che abbiamo, cibo che non hai procurato
tu? Digli che se ne vada da qualche altra parte a fare la
danza del bufalo».
Orso Giovane fa la faccia feroce e dice: «Se non vuoi
prendere le botte, donna, chiudi la bocca».
«Lo sai bene chi prende le botte» ghigna Olga. «Io ti
rompo la mazza su quella tua groppa di pigrone!» Si tira indietro
i capelli, lasciando un'altra traccia di sporco sulla fronte,
e sputa nel fuoco, a spregio. Poi prende dalle mani di Cavallino
quei quarti di cane e li butta nella pentola con uno
spruzzo di sangue e di acqua bollente, e un poco ne tocca anche
a Cavallino, il quale si mette a urlare inorridito che gli si
è macchiata la veste, e Olga dice: «Mi dispiace, caro» e lo
porta fuori per guardare le macchie alla luce del sole.
Magari tu penserai che Orso Giovane si vergognasse, davanti
a me, e invece così non parve. Alza le spalle e accende
la pipa. Dice: «Di solito questa donna è gentile come una colomba.
Io credo che agisca in questo modo solo per darsi delle
arie davanti a un ospite, perché io non le faccio mancare nulla.
Non le ho forse portato quel cane? Sono anche un amante
meraviglioso, perché da anni ho messo in serbo la mia potenza,
come Contrario, quando non mi era permesso avere una
donna, e adesso...». Insomma, continuò per un pezzo a vantarsi,
e a mentire e io ti dico che la sua degenerazione era spaventosa.
Tante volte ti ho già detto che i Cheyenne disprezzano
ambedue questi difetti! Ed eccoti un indiano che questi difetti
li aveva tutti e due, come un barbone da taverna.
Non che pensassi questo, al momento, no, ero ancora paralizzato
dall'aver rivisto Olga. Non era una vittima, questo
era chiaro, ma tutta la sua personalità era cambiata. Tu rammenti
quanto fosse amabile quando l'avevo sposata, persino
troppo mite. In tutti quegli anni non era riuscita a imparare
bene l'inglese, e ora eccola che parlava il cheyenne benissimo.
Forse la sua gola svedese si adattava più naturalmente a
un'altra lingua aspra, ma che dire della paura degli indiani che
aveva avuto sin dal tempo del massacro della sua famiglia a
opera dei Santee Sioux?
Accidenti, se la faccenda non era strana, e nel pensarci mi
ero dimenticato, per la prima volta, il piccolo Gus, quando all'improvviso
eccolo che entra di corsa, vestito come un selvaggio
e coi capelli biondi intrecciati. Ormai doveva avere un cinque
anni ed era un ragazzino robusto, il corpicino sodo e seminudo
nonostante il freddo. Aveva in mano un arco e lo porse
a Orso Giovane.
Dice: «Padre, la corda è rotta. Per favore fammene una
nuova perché ne ho bisogno per la nostra guerra».
Orso fece un sorriso davvero affettuoso a Gus, poi gli disse:
«Un Essere Umano non deve interrompere il fumo a un
ospite». Però prese la correggia dalla faretra che stava appesa
a un palo e fece una corda nuova per l'arco.
Finalmente ritrovai la lingua e chiesi a Gus, figlio dei
miei lombi: «Chi vuoi combattere? I Pawnee?».
Forse la mia voce ebbe un suono teso, ma del resto a lui
non parve importare molto di me. Ansava ancora per la corsa,
e come fanno i bambini, era tutto preso dalla sua necessità del
momento. Così afferra l'arco di mano a Orso Giovane, l'arco
or ora riparato e mi dà la risposta correndo fuori.
«No, non i Pawnee» dice con la sua voce alta e fiera, in
lingua gutturale. «Gli uomini bianchi!»
«Ti prego di tornare qui e di mostrare all'ospite il dovuto
rispetto» disse Orso Giovane, ma piuttosto debolmente, mi
parve, e non ebbe finito la frase quando il mio Gus fu di nuovo
a giocare con i compagni. Li sentivo urlare alla maniera indiana.
Era convinto d'essere indiano purosangue.
Non sapevo che cosa pensasse Olga, e avendola vista in
azione non desideravo scoprirlo. Era la cosa più dannata che
avessi mai visto o sentito. I Kiowa al loro campo avevano
una donna bianca, che usavano come la più bassa delle schiave.
Io non ero molto difeso in quel villaggio, perciò non ci
ero rimasto più del tempo necessario a stabilire che non era
mia moglie, ma avevo visto quella povera creatura e il suo
bimbo di diciotto mesi ed era una cosa triste.
Ma la sola cosa triste, in questa situazione, fu il comportamento
di Orso Giovane quando Olga se ne andò. Ora che eravamo
soli, lui comincia a vantarsi di aver pagato sei cavalli,
per lei, ai Cheyenne meridionali che l'avevano catturata sull'Arkansas.
Il prezzo consueto per una ragazza indiana, pagato
al padre, era di appena tre o quattro animali.
Magari tu credi che io me ne stessi lì a mostrare i denti in
un sorriso. No. Mi sembrava di sognare e dico, calmissimo:
«Quel bambino ha la pelle chiara».
«E capelli che paiono il sole del mattino» dice Orso Giovane.
«Si chiama Mago in Piedi, solo che di solito lo chiamiamo
Pancino. Io credo che diventerà il più possente capo guerriero
degli Esseri Umani. Tu sai che il grande Cavallo Matto
degli Oglala ha la pelle chiara e i capelli biondi, e le pallottole
non possono colpirlo.»
«Hai fatto tu questo bambino?» Presi una tirata dalla pipa
di pietra e gliela restituii. Prevedevo che rispondesse di sì,
nello stato d'animo in cui si trovava, ma lui fissò il fuoco, per
qualche tempo, e poi rispose: «No, suo padre era quello stesso
stregone che venne da me a Sand Creek e disse: "Smettila
di essere un Contrario! Vattene via! Non badare a quello che
pensa la gente. Tu hai un destino più grosso che combattere
questi cappotti turchini, oggi. Tu devi sposare una donna con
i capelli chiari e allevare mio figlio!”. E proprio questo io feci».
Ebbene, Olga e Cavallino rientrarono e cucinarono quel
cane e lo servirono, e di tanto in tanto la mia ex moglie insultava
Orso Giovane e mi prestava più attenzione di prima, e io
penso che se Cavallino le aveva detto qualcosa su di me, doveva
essere una qualche storia fantastica che mai le avrebbe fatto
tornare alla mente Jack Crabb.
Non so come, riuscii a mangiare quanto bastava per essere
gentile, e quando il pasto fu finito, addirittura ricambiai l'invito
imposto dalle buone maniere.
Dico: «Io sono sposato alla figlia di Ombra che Appare
alla Vista, che, voi lo sapete, era un grande guerriero». Avevo
anche un po' d'orgoglio, e cominciava a seccarmi il fatto
che questo indiano si vantasse di avere la mia moglie bianca
nel suo tepee. Anche se non ero adirato con lui, veramente, e
se lo odiavo, non era alla maniera in cui avevo immaginato di
odiare l'uomo che tenesse con sé Olga. Infatti non era lui a
tenerla: questo era chiaro. E anche se lei pareva di malumore,
era quel malumore che a una donna, stranamente, pare dar
soddisfazione. Aveva un vantaggio su di lui: probabilmente
- e lo dico in base a quello che mi raccontò Cavallino -
perché lui aveva alzato penna bianca a Sand Creek, e non intendeva
farglielo dimenticare.
Questo aspetto di Olga non l'avevo mai visto, da sposati,
grazie al Signore, anche se ora capivo che avrei potuto vederlo,
se avesse saputo dell'insuccesso in affari che patii a Denver.
Invece no. Non seppe mai di nulla in quei giorni. Pensava solo
a tenere la casa e a badare a Gus. Quasi non sapeva l'inglese,
ecco forse il perché. Ma perbacco, come aveva fatto presto ad
assumere le usanze dei Cheyenne! Dopo aver cucinato il cane,
era uscita a lavorare con le altre donne indiane e, a parte la
pelle e i capelli, non saresti riuscito a distinguerla da loro.
Accidenti a me! Scusa l'imprecazione. Solo che io non credevo
a me stesso e non sapevo come esprimere la misura di
questa miscredenza. Non ero triste e non ero pazzo. Non ero
neanche imbarazzato, anche se avrei potuto esserlo, se non
avessi avuto in testa il copricapo di bufalo e il viso dipinto.
Infatti era Jack Crabb quello che aveva perso la moglie, e
non Little Big Man: così bisognava vedere la cosa. Si poteva
anche pensare che fossi morto per le conseguenze estreme del
momento in cui quel piccolo gruppo di bianchi fu travolto dagli
indiani giù lungo l'Arkansas e portarono via Olga e Gus;
avrei dovuto voler sapere da Orso Giovane il nome del guerriero
che glieli aveva venduti, e andarmene ad ammazzare
quell'indiano, per proteggere il mio onore.
Ma queste cose non mi vennero in mente, per allora. No,
vedendo mia moglie e mio figlio nel tepee di Orso Giovane, e
tutti e due parevano star bene, a modo loro, ero semmai indotto
a raccontare il mio matrimonio con Luce del Sole. Feci
di più: me ne vantai, perché suo padre era morto e lei non
aveva fratelli, e io non avevo pagato neanche un cavallo per
averla.
Ora, come quasi tutti i millantatori, Orso Giovane non
sopportava di sentire un altro rubargli il suo terreno. Riattaccò
a ruminare lo stesso boccone. Con il passare degli anni i
suoi occhi eran diventati più orientali, e ora eran quasi scomparsi
sotto il rigonfio della fronte bassa e delle sottostanti sacche
lacrimali dipinte, che il bagno non era bastato a cancellare.
Durante tutta la visita avevo avuto la sensazione che
non mi riconoscesse - voglio dire, di certo sapeva che io ero
bianco anche se vestito da Cheyenne, ma non riusciva a
connettermi con la sua adolescenza. Solo un'altra volta lo avevo
veduto dai vecchi tempi, quando era un Contrario, perso nel
suo atteggiamento rovesciato.
Bene, amico mio, non dice nulla stavolta fino a che non
abbiamo finito di mangiare e ci puliamo le mani sui panni, e
si esce, e lì ecco Olga e certe altre donne intente a scarnire
una pelle fresca fissata su di un punto donde avevano spazzato
via la neve - il suo gran sedere puntato contro di me, e non
lo avrei mai riconosciuto perché ai vecchi tempi Olga era robusta,
ma non mai massiccia. E poi accorre il piccolo Gus,
schivando una pallottola immaginaria sparata da un compagno
di giochi che certamente devono aver costretto a fare la
parte dell'uomo bianco. Solo mio figlio poteva aver escogitato
un simile trucco, e accidenti a me, questo fatto mi commosse
più d'ogni altra cosa. Proprio stavo per dirgli: ”Sono il tuo
papà, ragazzo. Non lo rammenti il tuo vecchio paparino?”.
Ma naturalmente non lo feci, perché non era né il tempo
né il luogo, e come avrei potuto spiegare la mia acconciatura
a un bambino di cinque anni? Qui sto dicendo la verità, e la
verità è sempre fatta di tanti piccoli particolari che suonano
ridicoli, a ripeterli. Ma sono pronto a dire che forse non
ripresi mia moglie e mio figlio perché a conti fatti, avevo in testa
quelle corna di bufalo.
Bene, mi congedai da Orso Giovane e rinnovai l'invito
che venisse a mangiare nella mia tenda il giorno dopo e arrivai
a un tal punto di sfacciataggine, per nascondere l'emozione
provata nel vedere Gus, che aggiunsi: «E porta tutta
la famiglia».
All'improvviso Orso esce di coma e mi dice, acuto: «Tu
hai deciso di restare». In questo modo mi ricordò.
«Non ti ho ancora ringraziato» dice «di aver portato del
cibo in più per me, quando ero prigioniero nel forte. Voglio
ringraziarti adesso.»
Io temevo che ricominciasse con la vecchia storia che mi
doveva la vita, perciò ero deciso ad andarmene, ma lui dice:
«Aspetta, voglio chiederti scusa per la scortesia di mia moglie.
È una buona donna, ma non sopporta la presenza degli
uomini bianchi, perché le uccisero il padre e la madre...
«Ascolta,» continua «venendo qua abbiamo trovato una
pista nuova aperta dai soldati bianchi. Credo che stiano cercando
questo villaggio, anche se i capi toccarono la penna e
ora siamo in pace».
Orso Giovane aveva la singolare abilità, sempre, di rammentarmi
a che razza appartenevo. Avrei dovuto stare allerta,
contro di lui, e invece mai. Quando non era in gioco nulla, di
solito ero a favore degli indiani, anche se Pellevecchia o Luce
del Sole avevan da lamentarsi, forse perché in qualche modo
erano miei parenti Invece Orso, su quest'argomento, era pronto
a cavarmi il sangue.
Dico: «Forse stanno seguendo il gruppo grande dei guerrieri
rientrati dalle incursioni contro le fattorie inermi lungo il
Fiume della Collina Fumante. O forse stanno cercando quella
donna bianca e quel bambino prigionieri dei Kiowa».
Da come teneva la mascella capii la sua ostinazione.
«Non so niente di queste cose, io non sono un Kiowa, sono
un Essere Umano. Non ho fatto alcuna incursione lungo il
Fiume della Collina Fumante. Eppure immagino che se un soldato
mi vede, mi spara lo stesso.»
In questo aveva proprio ragione, e io non sapevo che spiegazione
dargli. Però respingevo la sottaciuta affermazione,
che fosse colpa mia. E qui credo che stia il punto fra me e
Orso Giovane. Se per un soldato un indiano era uguale a un altro
indiano, anche se appartenevano a differenti tribù, così per
Orso io ero responsabile di quello che facevano tutti gli altri
uomini bianchi, anche se al momento vivevo nel suo villaggio
e andavo vestito come un selvaggio.
Ritornai al mio tepee. Bene, fino ad ora non ho detto che
mentre il padre di Luce del Sole era morto, ed ella non aveva
fratelli, tre sorelle aveva, che vivevano con lui. Una era vedova
e aveva due bambini. Io ero dunque, della famiglia, l'unico
uomo adulto, e dovevo andare a caccia per tutti. In cambio le
donne facevano il resto del lavoro, e credo che avrei potuto
anche giacere con loro se ne avessi avuto voglia, anche se non
andai mai con altre che con Luce del Sole, per via del fatto
che, sino alla gravidanza, bastava da sola a esaurirmi, e dopo
di allora, può darsi che io sia stato un poco moralista, ma tenere
un harem non rientrò mai nei miei gusti.
Mentre giacevo sulla pelle di bufalo e guardavo il gonfiore
della pancia incinta di Luce del Sole, non riuscivo a pensare
ad altro che a questo: come potesse Olga, in questo preciso
momento, portare dentro di sé il seme di quel selvaggio. Era
contaminata per sempre. Io potevo lasciare la tenda in qualsiasi
momento, ritornare alla civiltà, fare il bagno, essere di
nuovo un bianco. Lei no. Il Cheyenne era dentro di lei. Gli indiani
mi davano sicuramente il voltastomaco. A fatica riuscivo
a tirare il fiato per il tanfo dentro casa mia, dove quelle donne
al cui sostentamento io provvedevo rimestavano il cibo che
avremmo avuto per cena. Non avevamo carne fresca perché
io, anziché andare a caccia, quel pomeriggio, ero stato a mangiare
il cane preparato dalla mia moglie naturale nel tepee
del suo innaturale marito.
Mentre io ero in questo venefico stato d'animo, il piccolo
Ranocchio mi si fece incontro col suo passo di bimbo e mi
porse il cavallino di legno che gli avevo donato. Ormai aveva
l'età di Gus al momento della cattura. Glielo resi subito. Mi
diede uno sguardo solenne, poi guardò il cavallino, lo posò
con molta cura sul mio letto e se ne andò. Fu questo il primo
segno che ebbi dell'atmosfera all'interno della tenda, ma poi
notai che le donne erano tutte insolitamente tranquille e i figli
della mia cognata vedova, un maschio e una femmina, con cui
a volte scherzavo prima che fosse servito il pasto, se ne stavano
per conto loro.
Luce del Sole mi servì una ciotola di radici schiacciate con
certe bacche. Questi ingredienti eran stati raccolti l'estate prima
e messi a seccare. Era come mettere in bocca una manciata
di fango.
«Dov'è quel coscio di vacca che portai ieri?» chiedo io di
malumore.
Non nasconde la sua paura, ma mi corregge: «Fu tre
giorni or sono».
«Se dico che è stato ieri, vuol dire che è stato ieri, a meno
che tu non voglia le botte, donna.»
Subito lei mi chiede scusa, dicendo: «Hai ragione, ieri. Io
sono una persona stupida e...».
«Ah, stai zitta» dico. «Ci sono troppe bocche da sfamare
qui in giro. Per questo non posso sempre mantenervi a carne.
Perché voialtre sorelle non vi sposate?» Le donne tutte chinarono
il capo. Io tossii per liberarmi la gola da un'ingozzata di
quella robaccia.
Rivolto a tutte quante, dissi: «Se credete che voglia giacere
con voi, siete pazze».
Una di loro si accostò a Luce del Sole e le sussurrò qualcosa
in un orecchio, e allora la mia donna disse: «Mia sorella
ora va a barattare il suo vestito buono con un po' di carne, se
tu vuoi aspettare».
Voleva il caso che della donna che aveva fatto l'offerta, io
sapessi come il solo oggetto in suo possesso era la gonna, e
che in cambio non avrebbe avuto più d'un osso spolpato. E
oltre tutto era sporca e impiastrata, e in qualche punto le perline
erano cadute. Non eravamo una famiglia ricca, posso dirtelo
senz'altro, avendo un uomo solo, e quell'uomo ero io, che
non andavo mai a fare incursioni contro i bianchi, e non avevamo
rapporti con i mercanti, dai quali in ogni caso non avrei
voluto farmi vedere, e io non possedevo cavalli, a parte quello
che mi aveva dato Pellevecchia.
Allora dico: «No. Non ho fame». Mi vergognavo, ma
mi vergognavo anche di darlo a vedere. E sapevo anche perché
nessuna di loro si era sposata. Perché vivevano in un tepee
con un uomo bianco, e i guerrieri Cheyenne non volevano
venire alla nostra porta a suonare i pifferi magici del corteggiamento.
Soprattutto perché con il passare degli anni, c'era
un eccesso sempre maggiore di femmine nella tribù, dato che
tanti valorosi eran rimasti uccisi. Ero stato una maledizione
per quelle ragazze, lo riconosco. Ma di chi era stata l'idea di
prendere per moglie Luce dei Sole? Non mia certamente.
«Mi dispiace che tu sia adirato con me» dice ora Luce
del Sole. Aveva lavorato tutto il giorno, persino tagliato la legna
per il fuoco, e poi se nera portata via parecchia dentro
una pelle di bufalo, per un quarto di miglio, fino alla nostra
tenda. Da un momento all'altro era pronta a mettere al mondo
il bambino. Al momento giusto avrebbe buttato giù l'accetta,
si sarebbe ritirata dietro un albero, lo avrebbe messo al
mondo nella neve, e poi avrebbe tagliato il resto della razione
di legna, per poi riportare a casa sia il bambino che i ciocchi
d'albero.
«Siediti qui e mangia» dico io. «Non sono adirato con
te.»
E lei obbedì, pescando in quel pattume con un grande cucchiaio
di corno, e così fecero le altre, con un rumore che sembrava
quello di un esercito in marcia su una palude. Se non
fossi stato uno stupido negli affari su a Denver, ora avrei potuto
sedere a tavola in una casa grande, mangiare sulla porcellana
e sull'argento, e cercare in Inghilterra un maggiordomo
calvo con indosso la giacca a code. Se mio padre non fosse
stato pazzo, lo sa Dio che cosa sarei diventato. Immagino che
tutti si balocchino con idee simili.
Quando Luce del Sole ebbe finito e si fu tolta dalla veste i
frammenti di cibo che le erano caduti giù dal cucchiaio, e anche
pulì un poco il suolo sterrato, poiché era ancora seccata - lo
erano tutte, anche se il mio stato d'animo adesso si era addolcito
- fatto questo, presa la sua ciotola e la mia per lavarle,
esitò ma mi disse, piano:
«Quando lo ucciderai?».
«Chi?» chiedo io, e mi arrabbio daccapo, perché sapevo
benissimo chi intendeva, e rammentavo il mio antico proposito,
pur non volendo, e questo spiegava perché mi irritavo.
«Sarà meglio che tu lasci perdere le cose che non ti riguardano.»
Luce del Sole sbatte e stende la pelle di bufalo accanto alla
mia. Dice: «Le farò un bel letto, e le darò la mia migliore
coperta rossa. E il ragazzo bianco può dormire accanto a nostro
nipote Cavallo Pezzato, se gli piace».
Calmo, io dico: «La donna bianca con Orso Giovane non
è mia moglie e il ragazzo non è mio figlio. La mia famiglia fu
tutta uccisa sul fiume Arkansas». Tesi la mano a prendere un
arco che era appeso a un palo dietro di me, e che usavo per la
caccia quando non volevo sprecare polvere e piombo. E dico:
«Vecchia, se ti sento dire un'altra parola su questa faccenda,
ti tocca una bastonatura che non ti scorderai più».
Con la gravidanza Luce del Sole era ingrassata considerevolmente
- anche se era sempre più sottile di Olga - e sorridendo
mi mostrò un'autentica faccia di luna piena. E subito
le donne e i bambini gridarono di gioia, anche se io avevo
parlato piano, mentre loro mangiavano forte, e si misero a
chiacchierare e a ridere come facevano sempre, perché di solito
la nostra era una tenda felice.
Vedi, tutti avevano pensato che avrei fatto fuori Orso
Giovane e che avrei ripreso con me Olga e Gus, e questo
spiegava il mio comportamento cattivo di prima: che mi stavo
preparando ad ammazzarlo, e non mi meraviglio che pensassero
impossibile fermarmi, e che anzi avrei ammazzato anche
loro, perché le donne Cheyenne sanno bene a che cosa può
condurre un uomo una forte passione.
Bene, potevano mettersi l'animo in pace, giacché Little
Big Man non intendeva combinare guai a nessuno. Io ero più
o meno obbligato a onorare l'invito fatto a Orso Giovane e alla
sua famiglia, l'indomani. Poi, capitolo chiuso. Non avevo
intenzione di fare dimestichezza con i signori Orso, e continuare
a scambiarci inviti a cena l'uno dopo l'altro. Non m'aspettavo
che Olga, così come era cambiata, avrebbe mai scoperto
la situazione vera - infatti continuavo a portare il copricapo
di bufalo e la tinta in faccia, e lei non mi avrebbe mai
cercato - ma uno degli indiani avrebbe senz'altro fiutato la
verità, perché gli indiani in queste faccende sono piuttosto
acuti. Orso Giovane no, stupido e presuntuoso com'era, ma Cavallino
probabilmente sì, oppure una delle mie donne. O forse
anche Gus, e questo mi avrebbe ucciso.
Così io pensai di fuggirmene dopo pranzo, il giorno dopo,
e di ritornare alla ferrovia. Ormai avevo ottenuto quello che
volevo ritornando a vivere con i Cheyenne.
In questo stato d'animo, dopo un poco, mi tirai addosso
diverse pelli di animali e diverse coperte e cercai di dormire.
Anche le donne e i bambini dormivano, ma attorno al fuoco
c'erano ceppi abbastanza per tenerlo acceso tutta la notte, altrimenti
saremmo gelati a dispetto delle molteplici coperture,
perché l'aria gelida entrava da sotto le pelli del tepee. A tratti
sentivo il mio cavallo che per scaldarsi batteva gli zoccoli per
terra. Anziché lasciarlo sciolto con il branco, lo avevo legato
vicino all'ingresso. Siccome era l'unica bestia che avessi al momento,
non potevo rischiare di farmela portare via dai Pawnee,
anche se non avevo sentito dire che ci fossero i Pawnee
in quella zona.
In quanto alla notizia della pista dei soldati che mi aveva
dato Orso Giovane, pensai che fosse una delle sue solite sciocchezze.
Adesso noi eravamo quaggiù nella riserva assegnata ai
Cheyenne con il trattato, e allora perché avrebbero dovuto
venirci contro? Voglio dire la banda di Pellevecchia. Se ce l'avevano
con qualcuno, doveva trattarsi del reparto di guerrieri
che era calato sui villaggi lungo il fiume. Ma era una faccenda
molto improbabile, con quel tempo. Nessuno combatteva d'inverno,
men che mai l'esercito degli Stati Uniti, con quei cavalli
enormi che non ce la facevano sulla neve gelata.
Pensai molto a cose di questo genere, perché non riuscivo
a prendere sonno. Forse io avevo deciso di chiudere con la storia
di Olga e Gus, ma nel mio intimo questa storia era tutt'altro
che chiusa. Mi pulsavano le vene nelle tempie, e l'inguine
mi dava fastidio. Voglio dire, avevo la sensazione di
raggrinzirmi, laggiù, come una mela secca. Dopo un poco mi accorsi
che stavo provando desiderio in una maniera diversa da ogni
altra sinora conosciuta, specialmente da quando stavo con gli
indiani. Ti ho già detto che l'ardore era tutto da parte di Luce
del Sole, anziché del sottoscritto. Be', stavolta la cercai io, dimenticando
del tutto la sua attuale condizione.
Quel che toccai fu il sommo del suo gran pancione, sotto
le coperte, e lei era sveglia, perché tirò fuori la mano e carezzò
la mano mia.
Dice: «Wunhai è offesa per quello che hai detto».
Era la sorella che si era offerta di barattare il vestito buono
in cambio della carne. Il suo nome significava "brucia”;
forse si era scottata le dita da piccola o roba del genere. Era
senz'altro bella, e la più giovane fra la prole di Ombra, un
paio d'anni più giovane di Luce del Sole, meno bella come occhi
e capelli ma sottile come un giunco. Quando pensavo a lei
mi veniva alla mente la mia vecchia amica Nulla, prima che
si sposasse e diventasse grassa e cattiva; la povera Nulla fu
poi tra i tanti uccisi a Sand Creek.
In ogni modo, sinora avevo considerato Wunhai una cognata,
alla maniera dei bianchi, perché non avevo mai acquisito,
in cose del genere, il modo di pensare dei Cheyenne. Luce
del Sole intendeva dire che io avevo offeso i sentimenti di
Wunhai con l'affermazione che avevo fatto prima, che non
sarei mai giaciuto con loro, le cognate.
Carezzai la pancia di Luce del Sole e ritrassi la mano. Come
al solito, il guaio mio era dover decidere, una volta per
sempre, se ero bianco o indiano. Se bianco, avrei dovuto addormentarmi:
se Olga era diventata selvaggia, il problema
era suo, non mio. D'altro canto cominciavo a capire le responsabilità
che avevo verso le sorelle di Luce del Sole: non bastavo
a sostentarle. Per colpa mia erano zitelle. Avrei dovuto
fare qualcosa, perché erano un bel branco di donne. Forse ero
un ipocrita, non so; decidi tu. Poi, rammento, mi levai e al
chiarore del fuoco feci un mezzo giro del tepee ed ero inginocchiato
accanto alla pelle di Wunhai. Nell'ombra che il
mio corpo stese su di lei scintillavano i suoi occhi.
«Scusami di quello che ho detto» dico.
Lei dice: «Ti sento». E apre le coperte da quella parte e
io entro sotto, contro il suo corpo sottile e scuro, che guarda
caso era nudo e ardente, dopo quel mio viaggio senza nulla
addosso. Era una dolce fanciulla. Vidi che non aveva mai conosciuto
uomo, prima, essendo un vero bell'esempio di moralità
fra gli Esseri Umani, ma l'istinto c'era. Povero me. Credo
che avesse diciotto anni ed era molto esuberante.
Be', non voglio azzardarmi a fare il conto del tempo che
passai a pagare il debito alla mia cognatina, ma fu un incanto,
e si arrivò a un punto in cui Wunhai ebbe ricevuto sufficienti
scuse per crollare addormentata fra le mie braccia. Va bene,
mi tirai fuori di lì, rimboccai le coperte, provando una strana
sensazione, quando una corrente d'aria fredda m'investì i lombi.
Mi misi a tremare, e un'altra mia cognata che dormiva lì
accanto si tirò su e mi fece cenno.
Quando fui da lei mi sussurrò: «Devo mettere altra legna
nel fuoco?».
«Senz'altro» dico io sempre tremando, perché avevo sudato
sotto le coperte di Wunhai e ora mi pareva di gelare.
Lei disse: «Bene, ma sarà meglio che tu entri qua sotto,
altrimenti ti geli».
Questa ragazza si chiamava Orsa che Scava ed era di qualche
anno più anziana di Luce del Sole, forse sui ventitré o i
ventiquattro, molto larga nella sezione centrale del viso, e
l'ampiezza pareva accentuarsi quando si faceva le trecce ai capelli.
I suoi tratti erano decisi ma belli, ed era soda come una
cavalla. A letto stava vestita, ma si tirò su la gonna quando la
raggiunsi. Era fra le sorelle l'unica più piccola di me, ma era
possente come muscolatura. Avendomi ammesso al campo di
battaglia, mi fece combattere fino all'esito e per molto tempo
ancora, sì che sui miei polpacci nacquero i lividi, dove lei aveva
premuto con i calcagni, come se cavalcasse alla rovescia.
Dopo volle parlare: «Ho sentito dire che quella donna
bianca che sta con Orso Giovane è brutta e ha un buffo odore.
Solo un vigliacco come lui può tenersi una donna di questo tipo».
Eccetera eccetera; era la sorella maligna, ma ti dico io
che un po' di cattiveria non guasta in una donna, a letto. In
più un poco di stagionatura. Il miglior cavallo da combattimento
ha sempre qualche lato negativo, e così riesce a non
farsi legare allo stecconato.
Mi sussurrò: «Stai qui. La Donna del Grano è troppo
stanca».
Intendeva dire l'altra sorella, la vedova. Giuro che sin allora
non avevo pensato a lei. Era la più grossa, la più grassa,
la più vecchia, forse sui ventotto anni, con quei due figli sulle
pelli accanto.
«Sono stanco anch'io» dico a Orsa che Scava. «E dovresti
essere stanca anche tu. Ora dormi.» Ma sentivo che mi
sorvegliava mentre me ne tornavo a dormire accanto a Luce
del Sole, e dovetti restare lì fermo fingendo il sonno prima
che la sua testa scomparisse sotto le coperte e io poi di soppiatto
potessi raggiungere la Donna del Grano.
Sì, ero stanco e logoro, ma la forza che mi aveva mandato
ad affrontare questi scontri non era ancor estinta, finché vi
fosse un'altra sorella. Però la Donna del Grano era addormentata
quando la raggiunsi, e io non feci cerimonia alcuna, solo
le alzai le coperte ed entrai. Mi abbracciò senza svegliarsi del
tutto: aveva avuto un marito e due bambini, e perciò questa
non era una novità come per Wunhai, e neanche uno sforzo
come per Orsa che Scava, ma una cosa naturale come mangiare.
Era calda e morbida, e la trovai molto calmante per un tipo
ossuto e nervoso come me.
Chi fu la migliore? Non sono affari tuoi. Forse ho già parlato
troppo, perché so che non riesco a farti intendere bene
una cosa: le mie attività di quella notte, su di un metro
cheyenne, furono il contrario dell'amoralità. Quelle erano tutte
mogli mie, e io stavo facendo il mio dovere rispetto a ciascuna.
Quando la fu finita, a fatica riuscivo a camminare, ma una
gran calma era calata su di me. Eppure non avevo sonno, e
non era amarezza, non era un problema irresoluto a tenermi
desto. Mi rimisi il perizoma, mi rimisi i gambali - la camicia
l'avevo sempre tenuta addosso - mi avvolsi in una coperta e
uscii.
Faceva un poco male respirare profondo, tanto era fredda
e spietatamente limpida l'aria. Latrò un cane distante un miglio,
nel villaggio di Orso Giovane: lo si sentiva perfettamente.
Ormai la luna era tramontata ed era tutto nero di pece,
perché presto sarebbe sorta l'alba. Avevo passato la notte ad
esercitare i miei servigi di maschio. Non poteva esserci dubbio,
ormai ero diventato un Cheyenne al cento per cento, nella
misura in cui questo è possibile grazie all'azione di un corpo.
Poteva anche darsi che io avessi seminato una o due nuove
creature umane, con l'opera di quella notte, ma non ho
mai pensato a quel che potevano diventare, crescendo in un
mondo che rapidamente diventa disadatto persino agli indiani
di sangue puro. Fu quella una delle poche volte in cui io pensai:
le cose stanno così e devono stare così. In quel momento
avevo la magia, ecco la sola parola giusta. Sapevo dov'era il
centro del mondo. Sensazione ragguardevole, nella quale il
tempo si muove in cerchio, e chi sta nel centro ha potere su
tutto quello che assume la forma di linea, di angolo, di quadrato.
Come il disegno di Pellevecchia con quell'antilope nel
cerchio della sua banda, ma concentrici attorno ad essi erano
tutti gli altri Cheyenne, presenti e passati, viventi e fantasmi,
perché il Mistero è continuo.
Fu un grande momento, e da dentro la notte vi entrò Luce
del Sole. Più che vederla la fiutai, perché il buio era
assoluto.
«Non riesci a dormire?» chiesi, credendo che fosse appena
uscita dal tepee.
«Ero nel bosco» disse, e prese le mie braccia e mi mise
un involtino, dentro una coperta. Sembrava un carbone caldo,
ma era un bambino neonato. Era uscita per metterlo al mondo
mentre io giacevo con le sue sorelle. «Un altro figlio, per
te» disse. «Sarà un grande parlatore. Non hai udito il suo
grido possente?»
Ma naturalmente, con quelle sorelle, non ero stato ad
ascoltare. Non sapevo neanche che fosse uscita dalla tenda.
«Spero che i tuoi nemici siano molto lontani» disse.
«Perché venendo alla vita ha dimostrato quanto siano possenti
i suoi polmoni.»
Ebbene, questo non interruppe in me la sensazione della
magia, ma anzi l'arricchì. Tenni stretto a me il piccino e Luce
del Sole appoggiò la testa alla mia spalla, e poi successe questa
cosa. Una palla d'oro rovente comparve all'orizzonte scuro,
e salendo lentamente su nel cielo, cambiava meravigliosamente
di colore, dal vermiglio al giallo, al verde smeraldo, al
turchese, all'azzurro, al purpureo, al turchino, e poi di nuovo
al chiaro, come un lucernaio in movimento sul tetto del
mondo verso il grande arcobaleno rovesciato lungo il quale
cavalcano i capi alla sfilata cerimoniale nell'Altro Mondo. Alla
fine, quando fu ben alto, ci fu un momento di madreperla,
poi finalmente i colori divamparono in un bianco pieno,
raggiante.
«Si chiama così» disse Luce del Sole. «Stella del Mattino.»
Le resi il piccolo e lei andò nella tenda a nutrirlo.
Caso volle che anche un'altra persona ebbe quel nome
grazie a quella visione celestiale, che stava guardando in quel
preciso momento da dietro i monti che sovrastano la valle del
Washita. Immagino che lo prese per un portento favorevole
del destino, che lo volle generale all'età di ventitré anni. E
forse aveva ragione, perché in pochi istanti avrebbe cavalcato
verso la vittoria più grande da lui mai conosciuta.
Anni dopo, le guide indiane Crow lo avrebbero chiamato
Figlio della Stella del Mattino. Ma il suo nome vero era
George Armstrong Custer.


CAPITOLO 18.
LA GRANDE MAGIA DI CAPELLI LUNGHI.

Poco tempo dopo venne da oriente la prima luce. Ero ancora
fuori, pieno di meraviglia, a tal punto che pensavo di andare
a rompere il ghiaccio del fiume e a fare un bagno alla
maniera dei Cheyenne. Ma il mio cavallo, legato lì vicino,
scalpitava, voleva bere. Poi - tu non ci crederai - mi
guardò coi suoi grandi occhi chiari e disse: "Padre, portami
all'acqua”. Non che parlasse a parole, ma pure lo disse. Poi
disse ancora: ”Si prepara una grande battaglia”. Credi pure
quello che vuoi, non me ne importa. Lo disse. Io c'ero.
Dissi: «Ah, tu senti il cricchiare della neve su per la vallata.
Ma è il branco dei tuoi fratelli e dei tuoi cugini».
”No” disse il mio cavallo, scrollando ostinatamente il capo
mentre lo scioglievo dal picchetto. Il suo fiato, e anche il
mio, vaporavano grandi nubi nel freddo.
«Vieni» dissi. «Ti faccio vedere.» Gli salii in groppa e
andai verso il bosco che circondava il villaggio. Il mio tepee
sorgeva vicino al margine, senza piante vicine, per evitare
il rischio che gliene cadesse una addosso in caso di tempesta,
così facemmo appena quaranta passi allo scoperto nel fondo
della vallata, e alzammo gli occhi verso il prato dove era il
branco. In quell'istante, dietro di me, udii uno sparo lontano,
dai monti all'estremità del villaggio. Ma non mi voltai, perché
dinanzi a me, al galoppo, di traverso alla bassura imbiancata
di neve, veniva una gran massa di animali. Ma può ingannarti
l'aria del mattino, soprattutto quando è cristallina, che ingrandisce,
sì che a quella distanza un uomo può sembrare un cavallo,
e un cavallo un bufalo. Considerando tale effetto, per
me quella carica doveva essere il branco dei nostri cavalli spaventati
da un'incursione dei Pawnee. Mi voltai, con l'intenzione
di andare a prendere un'arma; e mentre facevo questo, tutta
una banda di ottoni cominciò a suonare: trombe, pifferi e
tamburi. Credetti di aver perduto il senno. Era una canzone irlandese
che si chiamava Garry Owen, e già l'avevo sentita
suonare una domenica al concerto, a Leavenworth. Alle prime
note il cavallo s'impennò e io caddi di groppa. ”Te lo avevo
detto” urlò e all'impazzata si precipitò incontro alla carica e
non fece venti passi quando le zampe davanti si ruppero al ginocchio
ed egli sprofondò nella neve, lasciandovi una lunga
traccia rossa.
Era stato colpito al collo mentre io ero ancora in groppa,
perché tutta la linea aveva aperto il fuoco dopo le prime note.
Ero zuppo del suo sangue. All'altezza di tre palmi da terra,
l'aria pareva solida, di piombo che miagolava. Eppure mi alzai
e corsi illeso verso il mio tepee. Può darsi che urlassi, ma non
potevo dirlo con sicurezza, per via della musica. Non udivo
neanche il tonfo degli zoccoli e il fuoco delle carabine, solo lo
strepito della banda.
Orsa che Scava usciva dalla tenda portando la mia arma e
una pelle piena di munizioni. Da dieci passi di distanza mi
gettò il fucile e levò il braccio per tirarmi anche le munizioni,
ma sulla sua tempia scura sorse un piccolo foro nero, come se
ci si fosse posata una mosca, e giacque morta sulla neve. Ancora
una decina di buchi trafissero la pelle della tenda, dietro
di lei, e quando irruppi là dentro, vidi la giovane Wunhai che
ne aveva ricevuta la metà sul suo caldo petto scuro che per diverse
ore avevo carezzato, poco prima.
Luce del Sole stava seduta giù in fondo, con al petto Stella
del Mattino.
«Giù, giù!» grido. «Per terra.» Si piegò attorno al suo
piccolo, e io la coprii con le pelli di bufalo. Volevo fare la
stessa cosa per Ranocchio e per la Donna del Grano e i suoi
bambini, ma non erano nel tepee.
Quando fui di nuovo sulla soglia, i cappotti turchini erano
così vicini che sparavano al disopra della nostra tenda, contro
le altre in mezzo al bosco. Uscire di lì significava mettersi sotto
i loro zoccoli, perciò con il coltello tagliai un pertugio sul
dietro e mi ci ficcai dentro. Da ogni parte uscivano indiani, altri
si buttavano fra le piante e rispondevano al fuoco, soprattutto
con le frecce, ma il bersaglio era difficile, e in mezzo ai
bianchi correvano gli indiani.
Ora la cavalleria caricava in mezzo alle tende, mentre nella
vallata ancora suonava la banda, che si era fermata. Quella
musica mi faceva impazzire. Mi buttai dietro un albero, pancia
a terra. Non avevo ancora sparato, ma non per cortesia. No,
quei soldati io li avrei stesi a terra senza pietà, se ne avessi
avuto il modo; stavano devastando la mia casa, avevano ucciso
due delle mie donne, e per colpa loro la mia moglie carissima
e il figlioletto neonato correvano rischi gravissimi. In momenti
simili non si fa scelta fra se stessi e il nemico, fosse anche
tuo fratello per via del sangue o di scelta.
Ma il mio fucile era scarico. Dentro la tenda lo tenevo
così, per paura che andassero a giocarci i ragazzini. Le munizioni
erano dentro una borsa, sotto il corpo di Orsa che Scava,
a una cinquantina di passi da dove ero steso, e in mezzo c'era
la cavalleria al galoppo.
Certi Cheyenne erano andati al fiume, ci erano balzati
dentro, e si servivano dell'erta riva come di una fortificazione,
dietro la quale coprivano la ritirata verso il centro della corrente
gelida delle donne e dei bambini. Mi parve di vedere la
Donna del Grano e il suo figlio piccolo, tra gli altri, ma ora il
fumo degli spari era denso, e quando si dissolse un cavalleggero
ebbe la bestia colpita e lo ebbi in piena vista. Io fui distratto
a guardare quelle bisacce, dove di solito i cavalleggeri tengono
la riserva delle munizioni. Corsi da quella parte, ma prima
che ci fossi giunto, il cavallo si levò sulle zampe e galoppò
via, scosso. Sbalordito, direi. Il soldato invece se la passava
peggio. Giaceva con lo stivale sinistro stranamente angolato
rispetto alla gamba. Era giovane, poco più che un ragazzo, coi
baffetti appena accennati. I nostri occhi s'incontrarono, e io ci
vidi dentro una luce, come se fossero due finestre, e dietro
qualcuno avesse acceso una torcia, ma la causa di questo era la
morte e non la coscienza, perché un istante dopo la sua testa
scattò in avanti, mostrando la nuca aperta come un'arancia. E
il Cheyenne che aveva fatto questo usando una mazza di legno
rafforzata da una lama triangolare di ferro arrugginito,
gli prese la carabina e la cartucciera e si precipitò verso il fiume,
urlando, ma si ebbe il fatto suo mentre tentava di guadagnare
la riva, vomitò sangue nel toccare l'acqua e sprofondò
sussultando.
I soldati ormai avevano raggiunto i margini più bassi del
villaggio, e il chiasso all'improvviso era semidistante, come di
battaglia alla porta accanto. Avevo idea di ritornare alla mia
tenda, a prendere le cartucce da sotto il corpo di Orsa che Scava,
ma sapevo che i soldati avrebbero fatto un repulisti generale,
e che muovendomi forse li avrei attirati verso il posto
dove era nascosta Luce del Sole, perciò corsi fra gli altri tepee,
e fu allora che vidi il corpo atticciato di Cuccuma Nera, disteso
accanto all'ingresso della sua tenda. Aveva firmato il suo
ultimo trattato. Prima Sand Creek, ora questo. Vicino a lui
giaceva la moglie, morente.
Pellevecchia, pensai: devo arrivare da lui. Ormai doveva
essere disperato, senza figli e cieco. Perciò tornai indietro, perché
il suo tepee era vicino al mio, e intanto vidi numerosi indiani
morti e per poco non fui colpito da un guerriero ferito,
che non ebbe però la forza di tendere l'arco. Questo fatto mi
fece ricordare il mio aspetto. Non mi ero ripulito la faccia
della tinta nera del giorno prima - serve a tenere caldo il naso
e le guance, d'inverno - ma una parte della tinta forse si era
cancellata durante una mia qualche attività. A parte questo,
avevo la chioma perfettamente esposta. Be', al momento non
sapevo proprio che fare.
Mi precipitai all'ingresso del tepee di Pellevecchia. Certo,
era ancora lì. Ma non abbandonato. Quelle due sue donne cercavano
di indurlo a fuggire. Una aveva il piccolo legato sulla
schiena. L'altra era particolarmente arrabbiata, e automaticamente
mi venne incontro con il coltello da macellaio, anche
se era abituata a vedermi spesso.
La trattenni con la bocca del mio fucile scarico e dissi:
«Voglio aiutare il Nonno. Voi donne aiutatemi».
«Allora ammazza anche me» disse la donna col coltello,
che si chiamava la Donna della Pannocchia.
«Fuori, stupida!» urlo io e tirandomi di lato le do una
botta sull'ampio didietro con il calcio del Ballard. «Vai giù al
fiume.»
Questo le fece ritornare un po' di senno, e l'altra col bambino
disse: «Io ti credo» e se ne andarono.
«Figlio mio» osservò Pellevecchia. «Siediti accanto a
me, che fumiamo.»
L'avresti creduto? Quel vecchio sedette sulla pelle di bufalo
e si mise a riempire la pipa.
«Nonno, tu hai perso il senno? I cappotti turchini ci stanno
facendo fuori. Abbiamo pochissimo tempo per portarci sotto
la riva del fiume, prima che quelli ritornino.»
«Cuccuma Nera è morto» disse. «Lo so. Io sono cieco e
non posso battermi. Ma neanche voglio fuggire. Se questa è la
mia giornata per morire, voglio che sia qui, entro la cerchia.»
Bene, da come teneva la vecchia mascella che pareva di
cuoio, capii che i miei discorsi non l'avrebbero smosso.
Dico: «Va bene, accendo la pipa». Lui sporse la testa in
avanti, io afferrai il cannello della pipa con la mano sinistra e
con la destra chiusa a pugno lo colpii con tutta la forza al
mento. La mano mia era chiusa strettamente, e quasi non
riuscivo più a disfare il pugno, ma Pellevecchia, messo lì come
una rupe, parve intatto.
«Ti dai troppa pena, figliolo» disse. «La tua mano scivola
sulla pipa. Passami il tizzone, che me l'accendo da solo. Poi
fumiamo, così la tua pena svanisce e se ne vola via come un
uccellino.»
Mi parve che non avrei riavuto più l'uso della mano destra
e perciò gli portai un carbone acceso, sempre con la sinistra.
Adesso la sparatoria tornava indietro, nella nostra direzione.
Con quel cazzotto io avevo voluto, capisci, fargli perdere
i sensi e portarlo al fiume. Ora mi venne in mente di stordirlo
con il calcio del fucile, ma la sua testa doveva essere anche
più dura della mascella, e anche ovattata dalla chioma
spessa e sporca.
Tirò una boccata dalla pipa e offrì come sempre nuvole di
fumo all'Oriente e all'Occidente eccetera. Perbacco, pensai,
che forza, ecco un indiano vero. Tu sai come si ragiona di solito
degli stranieri, dei selvaggi e così via, che in un momento
difficile saranno come te, che addirittura parleranno inglese.
Invece toccava a me, stavolta, diventare Cheyenne.
Mi venne l'eloquenza della disperazione. «Il fiume fa parte
della grande cerchia delle acque e delle terre» dico con la
voce più acuta e più stridula che tu possa immaginare, e questo
per imitare il falsetto dell'oratoria classica cheyenne. Parve
funzionare: Pellevecchia si mise all'erta e posò la pipa.
«Le acque sacre scorrono attraverso il corpo della terra
come il sangue scorre dentro l'uomo e la linfa dentro l'albero.
Tutte le cose sono congiunte da questa grande corrente. Oh,
Spirito di Bufalo Bianco, ascoltami! Porta i tuoi figli alla salvezza
per il fiume!»
Non voglio che tu creda che a questo punto io mi facessi
beffa di qualcosa. Affronta una battaglia e vedrai quanta voglia
ti viene di fare l'ironico! No, in quel momento io sentivo
davvero il richiamo. Forse era anche l'istinto predicatorio ereditato
da mio padre, ma ero davvero esaltato.
Non al punto, tuttavia, di non vedere che Pellevecchia
prendeva un vecchio schioppo che stava posato accanto a lui.
Dio mio, pensai, ora mi spara perché io ho tentato di salvarlo,
questo vecchio tanghero matto.
Poi sentii rumore all'entrata e mi volsi, e c'era un soldato
accucciato che, la pistola in pugno, cercava di vedere nella luce
fioca.
Baruuum! Non avevo mai sentito una botta forte come
quella che fece l'arma di Pellevecchia. Per fare un chiasso simile
doveva avere in canna una carica doppia, sputando fuoco
e fumo fino a metà del cerchio del tepee, e quando la palla
colpì, il ragazzo fu ributtato via dall'entrata come se fosse un
sacco pieno di stracci.
Il capo si tirò su, tenendo fra i calcagni lo schioppo. Aveva
visto il nemico con l'udito.
«Prendigli i capelli, figlio mio» disse. «Poi parleremo
ancora del fiume. Forse ci andrò.»
«Forse è già troppo tardi» dico io. «Ora verranno come
coyote sopra una carcassa marcia. Non voglio più discutere
con te.»
Lo presi per un braccio e lo alzai in piedi. Non mi resistette
per nulla. Immagino che avesse deciso di andare: altrimenti
non sarei riuscito a smuoverlo, di questo sono sicuro.
Con il coltello tagliai la pelle del tepee e mi apprestai a portarlo
fuori.
«Aspetta» disse. «Devo prendere il fagotto della magia.»
Era un pacchetto unto e bisunto, lungo un tre palmi,
avvolto in pelli tutte stracciate. Il contenuto era segreto, ma
una volta io avevo dato un'occhiata al pacchetto di un
Cheyenne morto, prima che lo mettessero accanto a lui nella
tomba, ed ecco cosa conteneva: una manciata di penne, il piede
di un gufo, un fischietto rosso di daino, il membro rinsecchito
di un bufalo e altra robaccia simile: ma lui senza dubbio
credeva che la sua forza era legata a questo, e chi sono io
per dire di no? Lo stesso per Pellevecchia. Andai a prendere il
suo fagotto da un mucchio di rifiuti, o almeno così mi parvero,
dietro il suo letto.
Poi ci avviammo.
«Aspetta» disse il vecchio. «Il mio cappello da guerra.»
Mai indossava quell'arnese, da quando lo conoscevo, perché
mi sembra di averlo già detto, i capi Cheyenne non amano far
mostra di sé: in generale sono gli uomini più semplici che si
possa immaginare. Lo teneva in una scatola rotonda di cuoio,
appesa a un palo del tepee.
«Forse ti piacerebbe vederlo?» chiede. «È bellissimo, ed
è un ricordo di quando ero giovane e andavo in guerra.» E
infatti fa il gesto di aprire la scatola.
«Un'altra volta, nonno» dico io mettendomela in spalla
con le sue cinghie.
In quel momento numerose carabine cominciano a scagliare
piombo contro il tepee, pareva d'essere in un alveare.
Ce ne andiamo, forse? No. Pellevecchia deve prima prendere
il suo arco sacro e la faretra piena di frecce, e poi una coperta
speciale, e naturalmente il corno della polvere e la scatola del
tabacco. Io mi carico di questa robaccia, e la Cavalleria degli
Stati Uniti sta caricando proprio contro la nostra tenda.
Io attacco a bestemmiare in inglese e a urlare in cheyenne,
e cerco di far passare il vecchio per il taglio da me aperto
nella tenda, ma non c'è verso, se ne sta piantato come un albero
a mettersi tutti i suoi gioielli: braccialetti, collane d'unghie
d'orso, pettorale di ossicini eccetera.
Ora i soldati aprirono il fuoco contro la nostra tenda, dalla
parte dell'entrata. Credo che a questo punto avrei dovuto
mettermi a piangere. Non m'importava che mi ammazzassero,
anzi avrei salutato volentieri la morte, credo, pur di mettere
fine a quell'indugio angoscioso. Ho detto piangere, ma avrei
potuto anche mettermi a ridere. Insomma, un caso di isteria.
«Avanti, figliolo» dice lui. «Non possiamo stare tutto il
giorno dentro questo tepee. Ci sono i soldati che fra poco lo
bruciano.»
Insomma, dopo tutto quel che era successo, fu lui a guidarmi
fuori, e le gambe mi sembravano cilindri di sabbia. Ora
naturalmente nemmeno la cavalleria era così stolta da
attaccare il tepee solo dalla parte dell'entrata. Erano anche dall'altra
parte. Uscendo trovammo l'accoglienza di tre soldati, ed essi
spararono a bruciapelo, così da vicino che io non so perché la
fiammata non ci bruciò i capelli.
Posso dire una cosa sola, che ci mancarono, e mentre ancora
durava l'eco degli spari nei miei timpani ormai logori,
sentii Pellevecchia che diceva: «Non ci badare, figlio mio.
Ho visto ora che non è questo il giorno in cui dobbiamo morire».
Se tu sei uomo di senno, non crederai al resoconto di come
raggiungemmo il fiume. Non ci credo neanche io. Ma allora
tu devi trovarmi un'altra spiegazione, perché adesso io sono
qui e quindi devo essere sopravvissuto alla Battaglia del
Washita del 1868.
Pellevecchia mi diede il suo fucile e levò davanti a sé quel
suo magico fagotto, con ambedue le mani e attaccò a cantare.
Vidi allora che gli occhi di quei soldati non erano a fuoco su
di noi, gli passammo accanto mentre loro passavano nel varco
da noi aperto nella tenda. Sentii uno di loro che diceva: «Li
abbiamo fatti fuori tutti, ragazzi. Guardate». Ma un altro credette
necessario che ci volesse qualche altra scarica, così continuarono
a versare piombo sul tepee vuoto.
Il capo avanzò lentamente, diretto al fiume, cantando e tenendo
alto il suo fagotto magico. Ora i soldati erano in ogni
parte del villaggio, la maggior parte a piedi ma alcuni ancora
in sella, ma gli uni e gli altri per noi erano gli stessi. Noi ci
camminammo in mezzo senza suscitare il loro interesse, d'occhio
e di orecchio, eppure la voce del capo era forte, variando
dal gutturale greve allo stridulo falsetto, e a vederci dovevamo
essere un bello spettacolo, persino in un campo cheyenne:
primo Pellevecchia, gli occhi ciechi, chiusi, e poi io, con
la faccia tinta di nero e i capelli color della sabbia, i gambali
e la coperta, e portando tutta quella roba e due fucili scarichi.
Adesso ci stavamo avvicinando a una fila di tiratori che
sparavano agli indiani che difendevano la riva del fiume, perché
tutta quanta l'azione si era mossa a valle, rispetto a dove
li avevamo visti prima, e i Cheyenne si spostavano con una
certa lentezza. Il gruppo più grosso delle donne e dei bambini
era scomparso, anche se qualcuno, alla spicciolata, continuava
a guadare il gelido Washita.
Insomma, sinora lui aveva retto, e io non so perché non ci
avevano visti e non ci avevano sparato: forse perché l'audacia
stessa dell'impresa ci aveva fatti invisibili ai soldati, ma mi
chiedevo se sarebbe riuscito a passare indenne fra i tiratori e
in mezzo all'incrocio dei fuochi.
Ci riuscì. Passammo indenni, anche se, come un accompagnamento
al suo canto, udii gran fischiare di piombo alle
orecchie. Ma successe una cosa: gli indiani smisero di sparare
fino a che non si fu raggiunta la sponda. Ci vedevano benissimo,
e io credo che questo fatto fu l'unica cosa che mi permise
di non essere per sempre distorto da questa esperienza. In più,
il balzo nell'acqua, fino alla vita, freddissima, che mi diede la
sensazione di essere spellato dai piedi all'ombelico.
Una volta che Pellevecchia e io fummo nel Washita, gli
altri indiani ci spinsero a valle dietro le donne e i bambini.
Qualcuno diceva: «Lasciate il fiume alla grande ansa, dove è
profondo fin sopra il capo da riva a riva».
Penso che mi credettero un assistente personale del capo
nella sua cecità. Non andai volentieri, pensando a Luce del Sole
e a Stella del Mattino ancora nascosti sotto le pelli del
tepee, per quanto ne sapevo. Ma non potevo far niente per loro.
Ora i soldati erano padroni di tutto il villaggio e già stavano
radunando le donne e i bambini che non avevano opposto resistenza
né erano fuggiti. Non c'era dubbio che presto avrebbero
trovato anche i miei, e tentando di liberarli, in questo
momento, avrei ottenuto solo di farmi uccidere come rinnegato,
se non addirittura di prendere una fucilata prima di riuscire
a farmi identificare.
Così andammo al guado, il capo e io, e adesso ero io a
guidarlo, e non il contrario come era stato sinora, perché la
sua magia era svanita nell'entrare nell'acqua gelida, ed era un
vecchio cieco, e questo, dato il suo carattere, adesso stava a
significare che il peggio era passato, almeno per il momento.
Infatti Pellevecchia era al meglio delle sue possibilità quando
aveva di fronte una minaccia. Stando sotto la riva eravamo defilati
rispetto al fuoco nemico e si poteva ben andare avanti,
anche se dopo un pezzo, in quell'elemento gelido, il mio corpo
pareva di pietra.
Continuammo il guado per un tre quarti di miglio, e
così raggiungemmo le donne e i bambini che ci precedevano,
perché questi ultimi erano rallentati dai fanciulli più piccoli,
alcuni dei quali erano nell'acqua fino al collo. Lasciai andare
la roba che portavo per conto di Pellevecchia, compresi i
due fucili, e preso su un bambino, me lo misi sulle spalle. In
questo modo facemmo un altro miglio buono, fino all'ansa,
che era a ferro di cavallo, e allora tutti uscimmo dall'acqua
per evitare quel tratto profondo, con l'intenzione di tagliare
l'interposta lingua di terra e rientrare nel fiume più a valle.
L'aria era feroce sui miei panni bagnati. Misi a terra il
bambino, che ritornò con la madre e con gli altri piccoli, ma
non avevamo fatta molta strada quando la donna cominciò a
stracciarsi il vestito e con gli stracci a fasciare i piedi della sua
prole, che penso stesse per gelarsi anche se non diceva una
parola.
A questo punto un drappello di cavalleria comparve alle
nostre spalle. Seppi poi che era un reparto comandato dal
maggiore Joel Elliot, che Custer aveva mandato a valle per
colpire un grosso gruppo di Cheyenne sulla riva meridionale,
sotto il nostro gruppo. Noi avevamo tre guerrieri armati, che
fungevano da guardie, e un uomo di nome Piccola Roccia che
aveva lo schioppo, e con quello aveva colpito un cavallo, ma
un momento dopo era caduto morto per via del fuoco nemico.
Donne e bambini si affrettarono a rientrare nel fiume, e
debbo dire che anche io andai con loro. A un certo momento
Piccola Roccia cadde e io pensai che dovevo andare a prendere
il suo schioppo, e fare la mia parte di uomo, ma uno dei
due guerrieri superstiti fu più svelto di me.
Bene, donne e bambini erano quasi tutti nell'acqua, oltre
l'ansa, e io con Pellevecchia stavamo scendendo giù per la riva,
per unirci a loro, quando un uomo, da sopra, grida: «Potete
ritornare. Li abbiamo circondati».
Allora spingo su Pellevecchia, e lo sento più leggero di
quando si andava in discesa.
Dice, piuttosto allegro, porgendomi il fagotto magico:
«Dammi il fucile. Voglio far fuori qualche nemico, prima
che i giovani li abbiano sterminati tutti».
«L'ho lasciato laggiù» dico e colgo l'occasione per andarmene.
Di lì in poi c'erano molte donne in grado di aiutarlo, e
un grosso gruppo di Cheyenne accorrevano da sud, mentre altri
stavano fra il distaccamento di cavalleria e il fiume, spingendoli
verso l'erba delle pendici, verso i monti.
Il soldato che fu scavalcato dal colpo di Piccola Roccia,
prima, era sceso a far prigioniera la donna che stava fasciando
i piedi del suo bambino. La donna aveva indugiato fino a che
il nemico fu circondato. Allora io vidi la carica che lo travolse,
e quando gli indiani se ne andarono, era tutto nudo e giaceva
rosso sulla neve calpesta.
Il reparto di Elliot smontò e lasciò liberi i cavalli, che corsero
all'impazzata giù per la valle, e i soldati si stesero nell'erba
alta, dove stavano nascosti, a parte il fumo delle carabine.
Il loro fuoco era nutrito, ma senza mira, impaurito, in gran
parte andava a perdersi nel cielo invernale, e quando gli indiani
se ne accorsero, la smisero di avanzare pancia a terra,
ma quelli che erano a cavallo galopparono incontro al nemico
e cominciarono ad ammazzarli come se fossero galline, e le
donne e i bambini andarono a guardare. Lo scontro durò forse
venti minuti, e alla fine non si vedeva altro che schiene di
Cheyenne chini a tagliare e a macellare.
Non so se tu hai mai visto una carneficina d'inverno. Non
è cosa bella, in nessuna stagione, ma col freddo il sangue si
gela presto, e un corpo diventa rigido prima che tu te ne accorga.
Se aspetti troppo, gli devi tagliare le membra per levargli
la camicia.
Dico questo non per fare il macabro, ma per spiegare il
motivo che mi spinse a correre in mezzo all'erba: mi serviva
una di quelle uniformi. C'erano quaranta, forse cinquanta indiani,
e appena quindici cadaveri da spartire. Ebbi un poco di
fortuna: incontrai Orso Giovane, in ginocchio e all'opera con
il coltello. Capii soltanto allora che era stato fra i due o tre
guerrieri che per primi avevano caricato i soldati Aveva in testa
un gran copricapo di guerra e non lo avevo riconosciuto.
La manica sinistra della camicia era arrossata e gocce di sangue
cadevano sul naso e sulle labbra del cadavere, a cui stava
togliendo lo scalpo. Sudava anche, e parecchio, perché mi parve
che il suo coltello non fosse affilato, e quel suo braccio sinistro
non aveva la forza di tirar via i capelli.
Però, come stato d'animo era calmo. Vide i miei gambali e
senza alzare gli occhi disse: «Io taglio, tu tira».
Così feci. Mi inginocchiai e presi in mano le ciocche castane
e sottili dell'uomo bianco morto. Credo che fosse proprio
giovane. La sua bocca era tesa, come in un tacito pianto. Cercai
di non guardarlo troppo da vicino, perché poteva essere
qualcuno da me un tempo conosciuto, e in quello che stavo
facendo non c'era niente di personale. Così alla fine il cuoio
capelluto venne via, e fui lieto che Orso Giovane si affrettasse
a levarmelo di mano.
«Ho visto che ti sei buttato nella mischia» dico. «Sei un
valoroso.»
Orso si asciugò il sudore della fronte, lasciandoci una gran
macchia di sangue. Sospirò, si strinse nelle spalle, ma era contento.
Mi porse il coltello e disse, come si farebbe con un ospite
seduto dinanzi a un tacchino arrosto: «Prendi qualcosa anche
per te. Ha un bell'anello nella mano sinistra».
«Be'» dico io. «Forse mi fan comodo la camicia e i pantaloni.»
Orso Giovane mi fa un gesto come per dire che va bene
anche così, e io prendo l'uniforme del soldato, e le scarpe, e
poi trovo anche lì accanto il suo cappello. Mi ficcai questa roba
sotto braccio, e Orso si rimise al lavoro. Adesso il soldato
aveva soltanto indosso la biancheria di lana. Senza saperlo mi
aveva fatto un favore, e io pensai di ricambiare, anche se questo
lui, daccapo, non l'avrebbe mai saputo.
Dissi a Orso: «Sarà meglio che tu ti leghi il braccio, se
non vuoi morire dissanguato».
Sembrò che soltanto allora se ne accorgesse, gonfiò il muscolo
e trasalì.
«Su» dissi. «Dov'è il tuo cavallo?» Poi lo vidi, e chi era
a tenere, paziente, la briglia se non Olga? E con lei era il piccolo
Gus. Guardavano altri indiani che vorticavano lì attorno con
i loro cruenti trofei, e lui aveva un coltellino di legno e lo stava
menando come se volesse togliere lo scalpo a un nemico. Direi
che gli sarebbe piaciuto tagliare per davvero, ma Olga lo
tratteneva con l'altro braccio, questo va detto a suo onore.
Orso occupò un minuto ancora a far qualcosa che di certo
io non volli vedere e poi si alzò.
«Bene» disse. «Io me ne vado, e tu tieniti pure il resto
di lui. Grazie dell'aiuto.» Mi porge la mano, e io la stringo...
e la prendo, perché non era la sua, ma semmai la mano destra
del soldato, che lui aveva tagliato e s'era ficcata nella manica.
«Ahahah» rise. «Che bello scherzo.» Rideva ancora
mentre andò incontro a Olga, con in mano lo scalpo e la
biancheria di lana, come se fosse un'intera pelle di uomo.
Ora io dovevo indossare quell'uniforme, intento rischioso,
perché non appena la avessi indosso, sarei diventato estraneo
agli indiani, ma non potevo rientrare al villaggio vestito altrimenti.
La mia intenzione, naturalmente, era di trovare Luce
del Sole e il bambino. Ormai dovevano essere prigionieri. Con
i panni turchini, potevo raggiungerli, e nella disorganizzazione
della battaglia si poteva anche fuggire su per i monti.
Nessuno poteva fare domande a un soldato che spingesse innanzi
a sé una donna indiana con un bambino sulla schiena.
Finita l'opera di macelleria in mezzo all'erba, i Cheyenne
ripresero a muoversi a valle. Fra di loro vidi Pellevecchia, guidato
da una donna - anzi no, era Cavallino, che dopo tutto
era suo figlio. Era giusto così. Io avevo fatto il mio dovere
e adesso dovevo badare ai fatti miei.
Il fuoco si era quasi estinto, a parte qualche raffica sparsa
nella vallata, e il fumo che si levava sul campo adesso era nero,
per via delle tende incendiate. La nostra gente era diretta
verso altri villaggi lungo il corso del Washita inferiore. Non
credevo che i soldati volessero insistere in quella direzione,
perché ormai era il pomeriggio, e sulle alture al di là del fiume
vedevo un gruppo di indiani a cavallo che immaginai venuti
dai campi, a valle, per opporsi all'avanzata dei cappotti
turchini. In quella valle c'erano mille e cinquecento tende, di
cui poco più di una cinquantina stavano nel villaggio di Cuccuma
Nera e di Pellevecchia. Ma questi altri campi erano
sparsi per oltre dieci miglia, in modo discontinuo. Io credo che
proprio sul Washita gli indiani impararono come va formato
un villaggio, perché otto anni dopo, al Little Bighorn, non lasciarono
spazio fra un cerchio e l'altro di tepee, per non lasciarci
entrare Custer.
George Armstrong Custer. Io non avevo mai sentito parlare
di lui, fino adesso, anche se so che si era fatto un nome ai
tempi della Ribellione. Ecco una cosa di cui forse tu non ti
rendi conto: gli indiani quasi mai sapevano chi fosse ad attaccarli,
prima che la battaglia fosse finita, e qualche volta neanche
allora. Guarda cosa mera successo fino a quel momento,
questo giorno: avevo visto solo due soldati da vicino: uno era
quello che aveva sparato nel tepee di Pellevecchia, e l'altro
era la vittima di Orso Giovane. All'alba ci avevano caricato i
bianchi, vestiti di turchino. Nessuno sapeva chi li guidasse, e
non gli importava di saperlo. In seguito, se si fosse tenuta una
nuova adunanza per la firma di qualche trattato, probabilmente
non sarebbe mancato un comandante, per dire, come affermazione
di apertura, ai Cheyenne: «Voi rammentate come io
vi battei sul Washita». E questa sarebbe stata la prima volta
in cui agli indiani toccasse tale informazione.
In seguito solevano chiamare quell'uomo con il suo nome
di bianco, ma per una singolarità del suo aspetto in quell'occasione.
Così il generale Crook era diventato Tre Stelle, il generale
Miles Cappotto d'Orso, e il generale Terry qualcuno lo
chiamava L'Altro, credo perché non avevano più nomi a disposizione.
Quando conobbero Custer, i Cheyenne e i loro alleati lo
chiamarono Capelli Lunghi, ma io credo che il 99 per cento
degli individui della tribù non lo avrebbero riconosciuto in divisa
di parata alla testa delle sue truppe; e nemmeno i capi
che egli ricevette all'adunanza lo avrebbero conosciuto, con i
capelli tagliati. Ma il momento verrà.
Per adesso io camminavo dietro ai miei compagni indiani
che procedevano verso valle lungo il fiume Washita. Di Custer
non avevo mai sentito parlare, ma la piastrina di ottone
sulla divisa del soldato morto era Compagnia G, Settimo Cavalleria.
E se avessi incontrato altri uomini di quella stessa
compagnia? Staccai la piastrina dal feltro, la buttai via, al suo
posto feci un buco con il coltello, come se ci fosse passata una
pallottola.
Ma dovevo ancora indossare l'uniforme, anche se gli altri
indiani, dopo aver denudato i soldati, s'erano messi addosso
qualche capo del loro vestiario, qui un guerriero con la giubba
da sergente, lì un ragazzino con indosso una camicia militare
di flanella grigia, come se fosse un vestito, e magari una donna
con un capo di biancheria messo sopra la sua veste di pelle.
Alla fine arrivammo dove il terreno cominciava a ondularsi
e mi sedetti come per allacciare le stringhe dei mocassini
fino a che l'ultimo dei Cheyenne non fu scomparso dietro l'altura.
Poi a quattro zampe avanzai per un duecento passi sull'erba
coperta di neve, mi tirai su, presi la mia roba, vidi un
sentiero chiaro sulla riva del fiume e lo imboccai, infilandomi
ancora una volta nel gelido Washita, che in questo punto mi
arrivava fino al mento. Non potevo fare di più per tenere l'uniforme
fuori dell'acqua, eppure era ancora asciutta quando
raggiunsi l'altra riva e anche solo per il calore fui ben lieto di
cambiarla con quelle pelli che a ogni passo parevano gelarmisi
sul corpo.
Ricordai anche di levarmi il nero dalla faccia: quel poco
che ne restò poteva sembrar naturale come sporcizia della
battaglia. Come tu forse già immagini, l'uniforme mi andava
grande. Ora, l'esercito porta calzoni e camicie di misura abbondante,
mentre la giubba della cavalleria è ben aderente.
Bastava che la lasciassi sbottonata per risolvere il mio problema,
a dispetto del freddo. Nelle scarpe c'era spazio sufficiente
per farci girare dentro i piedi, e il cappello mi calava sugli occhi
anche dopo aver imbottito la fascia interna.
Ma io ero pronto, e tirai fuori la testa dal cespuglio che
m'era servito come spogliatoio. Mi accorsi che avevo dinanzi a
me un guerriero Cheyenne, a una ventina di passi, che non mi
diede neanche il tempo di battere le ciglia, e subito mi tirò
contro una freccia. La freccia parve viaggiare lenta nell'atmosfera,
con la sola difficoltà che anche la mia schivata ebbe lo
stesso carattere, quasi che io fossi immerso in una botte di melassa.
La punta triangolare di ferro, tagliente come un rasoio,
pareva affezionata al mio naso e lo seguiva dovunque io lo
puntassi. Voglio dire, così parve a me. Mi sembrava di star facendo
le capriole, e la freccia educata seguiva ogni mia voluta,
a mezzo dito dal mio becco. In realtà, qualunque cosa fosse
successa, finì in un attimo, la freccia scomparve, il Cheyenne
era bocconi per terra e venne avanti un caporale di cavalleria
con in mano un'arma fumante.
«Dio mio» disse. «Che posto per fare la cacca.» Infatti
s'era immaginato che io stessi facendo proprio quella e cos'altro
potevo fare io se non sorridergli? «Monta» disse indicando
la groppa del suo cavallo. «Ti ha colpito?»
Allora, con la coda dell'occhio, vidi che la freccia era
piantata nella tesa del mio cappello, così vicina alla mia tempia
destra, che per un pelo non m'aveva lacerato la pelle.
Dall'angolo visuale del soldato, penne avanti e punta dietro,
poteva anche sembrare che io avessi il cranio trapassato. La
buttai via e montai dietro di lui e ritornammo al villaggio.
Entrammo fra i tepee all'estremità inferiore del campo, e
questo soldato andò incontro, trottando, a un gruppetto in turchino,
smontammo e lui salutò un uomo.
Disse: «Signore, ho guidato il...».
«Un momento» interrompe l'ufficiale a cui si era rivolto,
e si volge a me. Io me ne sto in disparte, sulle mie, perché ci
sono soldati che girano qua e là, a saccheggiare tepee, a radunare
donne e bambini Cheyenne in un solo branco, a portare
via i cavalli catturati. A fatica riconoscevo il posto in cui ero
vissuto alcune settimane.
«Soldato» ordina quest'ufficiale. «Vieni qui.» Vidi che
alludeva a me, così gli andai incontro. Era un tipo piuttosto di
bell'aspetto, alto e ben proporzionato, e io rammento che il
colletto della sua camicia di flanella turchina era adorno di
due stelle d'oro, sulle due punte. Aveva i baffi biondi e biondi
i capelli, ricciuti e lunghi fin sulle spalle.
I suoi occhi erano di un azzurro gelido, e sotto sopracciglia
così chiare che della loro presenza ti accorgevi solo perché
erano folte. Con una voce rasposa mi disse: «Abbottonati
quella giubba».
Ciò che io feci.
Dice: «Considerati agli arresti. Dai il tuo nome al sergente
della guardia».
Ora il soldato che mi aveva soccorso mi fa un altro favore.
«Se il signor generale permette,» dice il soldato «ho trovato
quest'uomo fra i cespugli e per liberarlo ho dovuto uccidere
un indiano. Una freccia lo ha colpito alla testa, povero
diavolo, e non sa più quello che fa, credo.»
Tanto mi bastava. Piegai la testa di lato, tirai fuori la lingua,
mi feci gonfiare gli occhi.
Una smorfia d'impazienza si disegnò sul viso del generale.
«Bene, portalo via di qui» disse. «Questo è il comando, non
lo studio di un medico dei pazzi.»
Il mio benefattore: «Ora, se il signor generale vuole
ascoltare il rapporto della mia missione...».
«No, non voglio ascoltarlo» rispose l'ufficiale. «Non
può avere grande valore se invece di osservare la disposizione
del nemico tu vai a soccorrere i pazzi.» Ci volta le spalle e dice
agli altri: «Ho deciso di uccidere i cavalli catturati».
Uno degli altri ufficiali era un uomo atticciato, dall'aria
paterna, con la testa ricca di capelli bianchi che comparivano
da sotto il cappello. Lo vidi guardarmi quasi divertito, come se
sapesse la verità. Ma adesso si secca di quel che ha detto il generale
e comincia a protestare.
«Ci sono ottocento cavalli in quel branco» dice. «Non
sarà meglio serbare le munizioni per...»
«Ho deciso di abbatterli» dice il generale «e non ho
chiesto il suo consiglio su tale faccenda, Benteen.»
Benteen gli dà un'occhiata di non celato dispregio. Poi,
con il suo tono benevolo, rivolto al caporale, che mi stava ancora
al fianco: «Sarà meglio che tu trovi un drappello di
quindici uomini e che fuciliate tutti i nostri prigionieri a quattro
zampe. Se non ti bastano le munizioni, andate pure laggiù
a prenderne dai Cheyenne».
Il caporale saluta, saluto anch'io, e ti giuro che il caporale
mi strizza l'occhio. Il generale non se ne accorse perché camminava
a lunghi passi, avanti e indietro nei suoi eleganti stivali,
ordinando varie cose a ufficiali e soldati, e uno di questi doveva
essere il direttore della banda, immagino, perché poco
dopo il suo gruppo attacca a suonare.
Dopo aver fatto un pezzo a piedi, il caporale dice: «Secondo
me tu dovevi stare attento a non farti cogliere con la
giubba sbottonata da Culoduro Custer. È un gran figlio di
puttana, no? Accidenti, io pagherei un Cheyenne, perché gli
mettesse una pallottola in quel cuore di piombo».
Io dissi: «Ma quel Benteen non è male.»
«Non è male?» esclamò il caporale, adirato per la pochezza
della mia affermazione. «Conosco gente della sua compagnia
pronta a romperti la faccia se tu non dici che è il miglior
ufficiale che mai sia andato a cavallo in quest'accidente
di Cavalleria degli Stati Uniti.»
«Proprio quello che volevo dire» dico. In realtà a questo
punto io stavo cercando il modo di filarmela via da lui e di arrivare
al punto in cui erano stati radunati i prigionieri.
«Lo hai visto come ha guardato Custer? Ti voglio dire
una cosa, non lo stima niente. Coi superiori non c'è niente da
fare, ma neanche c'è l'obbligo di mettere il naso nelle loro
faccende, e così si comporta il colonnello. Ora è molto preoccupato
per la sorte del maggiore Elliot. Culoduro non vuole
mandare una pattuglia a cercarlo. Era quello che stavo appunto
facendo quando ti ho incontrato. Sai niente di lui?»
«Io no» dico. A questo punto mi resi conto che probabilmente
proprio Elliot e il suo reparto i Cheyenne avevano fatto
fuori e macellato in mezzo all'erba sull'altra riva del fiume.
Avevo fatto bene a buttare via la mostrina dal cappello.
«Benteen e Elliot furono compagni d'armi durante la
guerra» dice. «Be', bisogna andare a sparare a quei cavalli. E
sarà meglio che tu ti trovi una carabina, se puoi, e sarai fortunato
se Custer non s'accorge che la tua l'hai persa. Sarebbe capace
di piantarti nudo sulla neve.»
«L'ho lasciata col mio fagotto» dico io, che avevo imparato
il gergo quando fui con i soldati dopo la battaglia del Solomon.
«La vado a prendere.»
«Va bene, e poi ritorna subito, perché ti tengo d'occhio,
io» dice, assumendo il tono del graduato, ora che si trattava
di lavoro. Succede così, con la gerarchia, fra i bianchi: m'ero
scordato come possono cambiare in fretta i rapporti fra le persone.
Non appena ebbi messo fra me e lui qualche uomo e
qualche cavallo, mi diressi verso il recinto dei prigionieri, che
era formato da diversi tepee lasciati in piedi verso il centro del
campo, nel quale erano stati adunati diversi bambini e donne.
Al mio avvicinarsi li sentii intonare il doloroso lamento funebre
dei Cheyenne. Naturalmente quelle tende erano circondate
da soldati, e io previdi qualche difficoltà per ottenere l'accesso,
perché non avrei voluto dire a che scopo intendevo fare
questo.
Inoltre non volevo essere colto da qualcuno che mi ordinasse
un qualche incarico speciale. Il mio passato disagio di uomo
bianco in mezzo agli indiani era nulla in confronto al sentimento
che provavo ora, che trapestavo dentro quelle scarpe
enormi, con il cappello tenuto su solo dagli orecchi, e la
giubba che mi stava discosta dal corpo come se fosse un barilotto
vuoto.
Ma poi rammentai come Pellevecchia aveva marciato nel
bel mezzo del fuoco incrociato, che fra parentesi fu l'unica
volta in cui io rammentavo la sua magia operante contro i
bianchi. Aveva saputo serbare la sua sicurezza, ecco il punto
e io credo che l'esser cieco l'aiutò, perché non era distratto dalle
cose che avrebbe potuto vedere. Bene, io non chiusi gli occhi
ma mi misi in uno stato di concentrazione: mi gonfiai fino a
riempire quell'uniforme, chissà come, e con passo deciso andai
incontro a un sergente che stava in piedi sulla porta di uno di
quei tepee.
«Mi manda il generale Custer a interrogare i prigionieri»
dissi.
«Va bene» risponde lui, e si fa di lato. Ma poi, prima
che io entri, mi prende per un gomito e mi accosta i baffi all'orecchio.
«Senti» dice. «Metti una parola buona per me con una
di quelle ragazze, e non te ne pentirai. Voglio dire, siccome tu
parli indiano, non ti dovrebbe essere difficile. Dille che venga
dopo buio per quella faccenda e le farò un regalo.» Mi dà
una manata sulla spalla e io entro.
La tenda era ingombra di donne e bambini Cheyenne,
troppo affollati, sì che era impossibile sedersi. Mi guardavano,
le coperte strette attorno al corpo e parecchie mogli s'erano
disfatte le trecce, in modo da avere i capelli liberi per strapparseli
durante le lamentazioni funebri. Per la stessa ragione,
alcune si erano graffiate profondamente la faccia, e il lamento,
il sorgere e il calare del canto di morte non diminuì al mio arrivo.
Ma quando i bambini più piccoli videro la mia uniforme,
si aggrapparono alle gambe delle madri e nascosero il viso
nelle coperte.
Una vecchia piangeva a urli striduli, che alla fine l'avrebbero
sfiatata, e allora sarebbe rimasta a bocca aperta per poi ricominciare
su di un tono diverso per riempirsi i polmoni, e
quindi tornare al pianto normale. Dopo un paio di minuti,
durante i quali non avevo parlato, quella s'interrompe per dirmi:
«Vattene e lasciaci morire di dolore».
Risultò poi che questo sentimento, anche se poteva essere
sincero, visto in prospettiva, aveva anche uno scopo particolare,
e cioè accertare se io capivo la lingua. Infatti, appena accertato
che la capivo, mi si attaccò di nuovo alla manica della
giubba e riprese a piangere, alternando il pianto con ciò che
segue:
«Io sono la sorella di Cuccuma Nera. Gli dissi che saremmo
stati puniti, se lui non impediva ai nostri giovani di attaccare
i bianchi. Ma lui non voleva darmi ascolto. "Chiudi la
bocca, donna sciocca” diceva sempre. Be', non avevo ragione?
Cuccuma Nera è morto, con tutti i nostri guerrieri, e noi inermi
saremo messi a morte dai soldati. Io gli dicevo che è male
far la guerra ai bianchi, che sono sempre stati nostri amici. Sono
gente meravigliosa, buona e gentile, e io posso capire perché
hanno punito i malvagi Esseri Umani. Ma noi inermi non
si poteva far niente, e ora immagino che dovremo soffrire per
colpa dei nostri uomini cattivi».
«Chiudi la bocca, donna sciocca» dico io. La conoscevo,
si chiamava Capelli Rossi, pur avendoli grigi, e francamente
non avevo mai sentito dire, prima, che fosse la sorella del capo.
Non dico che fosse una bugia, ma se non era una bugia,
era appena una briciola di verità, in tutto quel suo discorso.
Non gliene faccio una colpa, capisci, perché era una buona
scelta, la sua, e io credo che abbia fatto lo stesso, in seguito,
con il generale Custer in persona, e con un certo successo. Ma
io avevo ben altra roba al fuoco.
A un tratto smette di piangere e dice: «Ti piacerebbe
una bellissima fanciulla che porti la luna e le stelle nella tua
tenda, stanotte?».
Tutto questo mentre io osservavo, naturalmente, le facce
circostanti; ma non vidi Luce del Sole.
«Via, non vogliono ammazzarti» dico. «Perciò smettila
di muovere quella tua lingua biforcuta. Se tu non fossi troppo
occupata a mentire, vedresti chi sono. Lo sai che non sono un
soldato. Torno appena ora dal fiume, dove anch'io ho aiutato
a far scampare il resto del nostro popolo, e sono vestito così
per poter passare in mezzo ai cappotti turchini.»
La vecchiaccia mi dà un'occhiata saputa. «Certo, io so chi
sei. Solo, credevo che tu fossi diventato un traditore.» Qui io
sto traducendo liberamente. In realtà disse che aveva pensato
che io, alla vista del cibo dell'uomo bianco, fossi diventato
loro cane.
«Sto cercando mia moglie e mio figlio, vecchia, e voglio
trovarli prima che diventino vecchi come te, perché alla tua
età la mente si raggrinza, cade nella polvere, e poi esce dalle
orecchie nel vento della notte.»
Cominciava a piacerle questo dialogo, come piace alle arpie
del suo tipo, e mi rispose mettendo in dubbio la mia virilità,
eccetera, come se fossimo nell'ambiente normale della vita
indiana, mille miglia lontani dalla Cavalleria degli Stati
Uniti, perché le donne Cheyenne sono dure, e più dure diventano
con il passare degli anni. Era una vecchia troia malconcia
dalla vita, e a darle un coltello avrebbe tagliato quel cornuto
di sergente dall'ombelico allo sterno, purché fosse convinta di
cavarsela in questo modo. Stando così le cose, capii che poteva
servirgli da mezzana. Poteva continuare all'infinito e io la salutai.
In ogni modo non sapeva che cosa fosse capitato a Luce
del Sole, e io guardai gli altri prigionieri, con lo stesso risultato
e poi, con un'apprensione tremenda che mi prendeva agli
organi vitali, andai in fondo al villaggio, dove un tempo era
la mia tenda. Ma non c'era altro che le ceneri del nostro fuoco,
un paio di brandelli di pelle, un po' di pelo di bufalo, eccetera.
I soldati avevano abbattuto tutti i tepee e avevano appiccato
il fuoco, con tutto quello che c'era rimasto dopo il saccheggio,
in un solo grande falò sulle rive del Washita, di
cui prima avevo visto il fuoco. Ma adesso il falò si era ridotto
a un mucchio fumante di grigio e di nero, e la neve all'intorno
si scioglieva in un gran cerchio bianco.
Sul prato avevano cominciato ad abbattere gli ottocento
cavalli, e questo era un vero macello, perché di certo alcuni
dei soldati che formavano il picchetto di esecuzione s'erano eccitati
alla vista di questi poveri animali che nitrivano, scalciavano,
perdevano sangue, si colpivano l'un con l'altro alla pancia
a ogni raffica di piombo, e presto le pallottole cominciarono
a fischiare su tutto il campo, e arrivarono le imprecazioni
dei soldati sull'altra riva del fiume. Credo che ce l'avessero con
Custer, perché lo vidi a cavallo accompagnato da un ufficiale
il quale tentava di parlare alla sua schiena inteccherita, ma come
al solito lui non lo stava a sentire, e fece soltanto una cosa,
quando fu vicino al branco: fece fuori qualche cavallo con
la pistola, immagino per mostrare la maniera giusta di fare
queste cose.
La banda aveva attaccato a suonare. Poi me ne andai là
dove stavano scavando la fossa comune per gli indiani morti
nel campo: i cadaveri affiancati, tutti vestiti, a parte qualche
piccolo oggetto che poteva considerarsi un ricordino: collane
eccetera. Ben pochi avevano perso lo scalpo, e io non vedevo
altre mutilazioni. Questo va detto: non fu come a Sand
Creek, e queste truppe erano i Regolari, non i Volontari: i
combattenti di professione non sono sanguinari come i dilettanti.
Rividi Cuccuma Nera: non aveva più la medaglia d'argento.
E poi vidi la giovane Wunhai, e vidi Orsa che Scava...
Saranno stati un settanta, ottanta cadaveri, e ne prevedevo altri
ancora fra gli arbusti e nel bosco, dei quali nessuno si occupava,
e poi forse gli indiani ne avrebbero trovati altri ancora a
valle.
La Donna del Grano e il suo figlioletto dovevano essersela
scampata giù lungo il Washita, perché non cerano. Ma
Luce del Sole, e Stella del Mattino? Grazie a Dio non riuscii
a trovarli fra questi cadaveri; d'altro canto, quando ero andato
ad aiutare Pellevecchia, erano ancora lì, sotto le pelli di bufalo.
E se erano scesi al fiume più tardi, li avrei visti coi miei occhi,
alla grande ansa.
Me ne andai da questo cimitero prima che ci calassero
Wunhai e Orsa che Scava, e ci buttassero sopra la terra. Rammento
che ero proprio sconvolto, al punto che se fossi rimasto
a guardare, forse non avrei resistito alla tentazione di buttarmi
anch'io nella fossa. Wunhai pareva uno scricciolo morto, ma
per Orsa che Scava morire non era stato facile come io avevo
pensato - non voglio parlarne, perché avevo voluto bene a
queste donne. È vero, erano state soltanto donne indiane, ma
erano state mie e io ero servito a ben poco, per loro.
Cercai nel bosco e cercai fra gli arbusti e trovai tre cadaveri,
ma niente Luce del Sole, e andai fin sotto le alture e i
Cheyenne che di lassù mi guardavano si avventarono verso di
me, e io dovetti scappare. Ce n'era a sufficienza per riprendere
il villaggio, specialmente mentre i soldati fucilavano i cavalli,
bruciavano la roba, radunavano i prigionieri, eccetera, ma Custer
sapeva il modo di mettere gli indiani sulla difensiva. Era
inverno, e lui bruciava le loro tende. Gli indiani vivevano a
cavallo, e lui gli ammazzava i cavalli. Teneva prigionieri cinquanta
fra donne e bambini. E loro lo stavano a guardare,
inermi.
Ora che s'erano impauriti, lui avrebbe perseguito i campi
lungo la parte più bassa del Washita, e sapeva che cerano,
perciò aveva deciso di muoversi in quella direzione, e minacciando
questi altri villaggi, dava loro troppi guai per pensare
a un contrattacco. Questo venni a saperlo dopo. Al momento,
rientrato nel bosco, sentii le trombe che suonavano l'adunata.
Direi che non era trascorsa mezz'ora e tutto il reggimento si
mise in marcia lungo il fiume, portandosi dietro i prigionieri
sui cavalli risparmiati dal massacro proprio a questo scopo, e
naturalmente la banda suonava.
Non uscii dal mio nascondiglio neanche per salutarli o
per vedere che cosa stavano facendo. Molto meglio seguirli a
orecchio. Prendi una vallata durante l'inverno, una fucilata la
senti alla distanza di cinque miglia: pensa a che distanza può
arrivare una fanfara. I Cheyenne avevano lasciato le alture
per raggiungere le loro famiglie. Aveva ragione Custer,
d'accordo. Tutto quel che faceva voleva dire agli altri: ho
vinto e voi avete perso.
Bene, quando dal rumore si capì che la retroguardia era
giunta alla grande ansa, mi volsi là dove era stato il nostro
campo. Prima di andarsene, l'esercito aveva distrutto anche i
tepee dove erano stati i prigionieri e ci avevano appiccato il
fuoco. Bruciavano ancora. Le carogne di ottocento cavalli giacevano
sul prato, e qua e là ancora si agitava uno zoccolo. Per
via del freddo, non erano ancora maturi per attrarre le bestie
affamate di carne morta, anche se io vidi tre coyote in agguato
un mezzo miglio a monte, e un paio di corvi alti sopra gli alberi.
Il vento freddo del tardo pomeriggio levava frammenti
neri dal mucchio dei rifiuti sulla riva del fiume.
Custer aveva fatto abbattere anche tutti quei cani che non
erano fuggiti insieme agli indiani, e quei poveri cadaveri erano
sparsi fra i bossoli e le frecce e altra roba. Parecchio sangue
era versato sulla neve e sulla terra, e dove era l'ombra si
gelava d'un rosso acceso, mentre al sole diventava più scuro.
Fra le parecchie centinaia di anime che avevano occupato
quel posto, io soltanto seppi riavermi. Mi riposai sulla fredda
riva del Washita. Anche se il fiume aveva visto sangue recente,
quelle macchie e quei filamenti rossi non potevano resistere
a lungo in una corrente mobile. Si mischiavano, andavano innanzi,
e sotto, da qualche parte, qualcuno avrebbe bevuto un
po' d'acqua e senza saperlo avrebbe assorbito una particella
della linfa vitale di qualcun altro. Il sole tramontava dietro
una cresta turchina di fumo orlata d'oro, come una fusciacca
tesa contro il cielo occiduo. Avresti detto che il generale Custer
proiettava persino all'orizzonte i suoi colori personali.
Io stavo lì, bada bene, ma senza commiserarmi, e neanche
ero arrabbiato. Stavo solo cercando di capire. Le circostanze
parevano disintegrarsi sopra di me poco dopo che mi ci ero
adattato. Avevo ventisei anni, eppure, se non ricordavo male,
questa era la prima volta in cui riuscivo a collocare la sorgente
dei miei guai in un solo individuo.
Sarei campato in quel campo sul Washita per tutto l'inverno,
e quando fosse nata l'erba nuova a primavera, noi
avremmo infranto il trattato per spostarci verso nord, perseguendo
bufali e Pawnee, e forse anche fatto strage di antilopi
se Pellevecchia ne avesse avuto l'intenzione, e se tutta la selvaggina
non fosse stata spaurita dalla ferrovia, e così via, verso
il Fiume della Polvere per qualche bello scontro con i
Crow, e per la caccia all'orso e per il taglio del legname sulle
Montagne del Bighorn. E intanto avrei avuto quattro donne a
badare alla mia scarsa pulizia.
Responsabile del mio fallimento era il generale Custer.
Non sapevo ancora dove e come, ma avevo deciso di ammazzare
quel figlio di puttana.


CAPITOLO 19.
AL PACIFICO E RITORNO.

Che ne fu di Luce del Sole? Se non ero riuscito a trovare
il suo corpo, certamente se n'era andata; probabilmente aveva
atteso che la cavalleria superasse la tenda, poi era uscita di
soppiatto per correre verso le alture. Era una donna risoluta e
capace, e più brava di me in imprese di questo genere.
Un indiano era più adatto di me, come mentalità e come
animo, per resistere a una simile dura lezione. Eccomi lì, inteso
ad ammazzare Custer da un lato; dall'altro avevo già deciso
che non mi era più possibile vivere con i Cheyenne, per il
semplice motivo che non potevo permettermi di sopportare un
altro massacro dalla parte dei massacrati.
Scesero le tenebre mentre ancora io me ne stavo sulle rive
del Washita, pensando all'omicidio. Faceva un freddo mostruoso,
e io avevo indosso soltanto una camicia di flanella e
una giubba da cavalleggero. I soldati avevano portato via ogni
coperta e ogni pelle del villaggio, a parte quelle bruciate, perché
avevano lasciato i pastrani nelle retrovie, prima di avviare
la carica, quella mattina, e i Cheyenne, durante
l'accerchiamento, avevano portato via questa roba. A parte il fatto che
non avevo un'arma, dovevo innanzi tutto trovare una difesa
alla mia pelle o altrimenti il tempo mi avrebbe distrutto prima
che io riuscissi a mettere una lama in corpo a Custer.
Perciò me ne andai a quello che restava delle tende dove
un tempo eran stati i prigionieri. Per fortuna, un pezzetto di
pelle di tenda era scampata all'incendio. Così la pestai dove
ancora ardeva e mi ci avvolsi dentro. Era pelle di bufalo, con
il pelo rasato, e perciò non dava gran calore. E non solo in
quel posto faceva freddo, ma sorse la luna e brillò su quel
campo ingombro di carcasse di cavallo, e ormai erano arrivati
i coyote, e io vidi anche le grandi forme spettrali del lupo grigio,
odiosa creatura, e il rumore delle zanne che laceravano la
carne morta e il ringhio e il gemito era proprio sgradevole.
Dovevo proprio accendere il fuoco, perché la vista di tante
carogne dà al lupo il coraggio di attaccare qualcosa di vivo.
Stavo frugando fra le ceneri dei tepee, cercando di trovare un
carbone ancora vivo, quando sentii rumore di cavalli che venivano
da valle. Custer aveva attuato il suo gioco, capisci, minacciando
i villaggi in quella direzione, così che gli indiani
cercassero di attaccare senza trovarlo e poi aveva fatto un bel
dietrofront e ora stava tornando.
Lupi, coyote, e anche io, scomparimmo tutti. Io non so dove
andassero le bestiacce. Mi rifugiai fra gli arbusti, e sentii,
più che vedere, i soldati che in colonna traversavano il villaggio
desolato. Poi, quando fu passata la retroguardia, arretrai di
un quarto di miglio e per qualche ora li seguii con questo intervallo,
su per la valle del Washita dove finalmente misero il
campo. Ah, ma per me la marcia fu fredda e squallida, perché
alla temperatura si sommava la desolazione. Unica mia consolazione
era che anche le truppe, in quanto al tempo, se la passavano
male come me. Ma nel disagio essi avevano dei compagni,
mentre i miei erano o morti o dispersi.
Presto accesero grandi falò che illuminavano il letto del
fiume. Bene, avrei potuto tagliare la gola a Custer non appena
mi fossi levato un poco il freddo di corpo, pensai. E per la
verità, senza essermi prima scaldato, non sarei neanche riuscito
ad alzare il coltello, per il tremito. Così m'infiltrai fra i picchetti
e mi avvicinai a un fuoco.
Un qualche soldato, avviluppato in una coperta indiana,
dice: «Hai qualcosa da masticare?». Io feci cenno di no. Il
riflesso della fiamma riluceva nei suoi occhi cisposi. Dice:
«Che idea brillante ha avuto Culoduro, di lasciare dietro i pastrani,
vero? Immagino che per questo gli daranno un'altra
medaglia».
Dall'altra parte uno dice: «Io sono sicuro che il pastrano
lui se l'è tenuto, e anche un bel pezzo di pancetta, che ora il
suo attendente gli sta cucinando».
«La fortuna di chiamarsi Custer, eh ragazzi?» Lo disse
quello con gli occhi cisposi, e qualcun altro gli disse di stare
zitto, che Culoduro poteva sentire.
«All'inferno» disse Occhi Cisposi. «Cosa mi può fare,
mettermi a mezza razione?»
L'altro soldato dice: «È capace di fare un buco sotto la
neve e di buttartici dentro, amico».
«Davvero?» chiedo cercando di sembrare uno di loro.
«Me lo chiedi? Tu devi essere una recluta, altrimenti sapresti
che fece proprio così, l'anno scorso, d'estate, durante
una campagna. Domandalo a Gilbert» e mi accennò un soldato
alto e sottile con il naso a becco e i basettoni che si stava
stropicciando le mani ossute sul fuoco. Questi dice: «Sì, eravamo
accampati e alcuni di noi arrivarono tardi all'adunata, e
allora lui fece fare questa buca nel terreno, trenta palmi quadrati,
profonda una quindicina, ci buttò dentro noialtri e poi
ci fece mettere sopra delle tavole. Sotto il sole faceva un caldo
rovente, ed eravamo in parecchi, tutti insieme, là sotto».
«Poi Culoduro se ne va su alla montagna per vedere la
sua vecchia» dice Occhi Cisposi. «Abbandona il suo esercito
nel bel mezzo di una campagna contro gli indiani. E lo sai cosa
gli successe? Lo sospesero per un anno dal comando, un anno
che lui passa nel Michigan a pescare.»
Gilbert dice: «Io non condanno quel bastardo se andò a
trovare la sua donna, anche se lo odio, perché la sua donna è
un bel tocco di roba».
«Davvero?» dico io. Ora m'ero ben riscaldato e cominciai
a meditare sul da farsi.
«Ma certo. Tu non hai mai visto il signor Custer? Ti dico
io che quando lo vedrai ti metterai a urlare, ti butterai per terra,
leccherai il sudiciume, amico, e la notte dopo andrai a letto
con Palma di Rosa e le sue cinque sorelle. Ecco la differenza
fra un generale e un soldato. Ehi, chi è che va dai prigionieri
a prenderci un'indiana?»
Da questo punto in poi la conversazione degenerò, come
puoi immaginare se sai qualcosa dei militari, e io me ne andai
inoltrandomi nel campo. Se volevo assassinare Custer, prima
di tutto dovevo sapere dove fosse senza destare sospetti, che
non era facile, perché c'erano sei o settecento soldati e io non
avevo la statura necessaria per guardare da sopra la testa di
qualcuno.
I prigionieri Cheyenne avevano una loro zona e due piccoli
fuochi per sé, e adesso erano altrettanto taciti rotoli di coperte
sul terreno, coi bambini nell'involto della madre: niente
può impedire il sonno a un pellerossa. Poco più avanti era il
branco dei loro cavalli, nettamente separati dalle bestie della
cavalleria, che diventano nervose accosto ai cavalli indiani.
Feci una vera e propria ricognizione di quel bivacco, che
era sparso e ben illuminato dagli enormi falò di legna; e con
gli uomini infreddoliti, e stanchi e affamati, sarebbero bastati
cinquanta indiani a fare una strage mai vista. Ma la tribù prima
le aveva buscate, poi era stata ingannata, e in ogni modo
gli indiani non si battono mai nottetempo. Custer avrebbe anche
potuto ritirare le sue guardie. In quella zona stava in agguato
un solo nemico attivo.
Ero io, e procedendo per eliminazione alla fine lo trovai.
Gli ufficiali avevano il loro fuoco alla base di una piccola altura,
ma il generale non c'era, se ne stava tutto solo, su in cima.
Aveva un focherello tutto per sé, e stava seduto per terra
lì accanto, scrivendo alla luce gialla. A tratti l'attendente, cioè
il soldato che serve come un cameriere i signori ufficiali, veniva
a mettere altra legna nel fuoco, legna che si faceva dare da
una corvée di poveri diavoli intenti a spaccare legna nel bosco
tutta la notte, e a portarla al campo.
E allora, durante uno dei loro viaggi a carico, io mi unii a
questi ultimi e li aiutai ad ammucchiare la legna, cosa che
nessuno mise in discussione, e badai bene all'attendente di Custer
che veniva a prendere il carico, ciò che finalmente fece,
appena un attimo prima che mi si rompesse la schiena.
«Come sta il generale?» chiedo. Ora io debbo spiegare
che l'uomo il quale accetta un certo tipo di lavoro ha la personalità
adatta per farlo. Aiuta il padrone a vestirsi, serve da
mangiare al padrone, pulisce la latrina del padrone, e per
quanto ne so io anche netta il didietro del padrone. Ma asservito
com'è al padrone che gli sazia l'appetito, con gli altri è
piuttosto distaccato e difficile.
«Non ci pensare» mi dice. «Dammi due legni di media
grandezza.»
«Pensavo che fosse stanco morto.»
Mi fece una risatina spregiosa. «Non verrà mai l'ora che
il generale non sia capace di dare il fatto suo agli uomini che
comanda. Ha deciso di accamparsi solo per via dei tipi come
te. Non ha bisogno né di cibo né di sonno. Far fuori un'intera
tribù di indiani gli fa subito venire la voglia di farne fuori
un'altra.»
Dico: «Ho visto che stava scrivendo qualcosa».
«Sì» dice l'attendente. «Dev'essere una lettera alla sua
Signora. Le scrive quasi ogni giorno.» Non cerano a quei
tempi cassette della posta nella prateria, e allora se voleva
impostarle, quelle lettere, Custer doveva mandare un soldato a
traversare un paio di centinaia di miglia di terra abitata dai
selvaggi. Dovevo ancora sentire, di quest'uomo, una cosa che
non mi pungesse come una pala di ficodindia.
Ma proprio mentre pensavo di essermi guadagnato la fiducia
di questo verme, lui a un tratto tace e mi dà un'occhiata
insospettita.
«Dimmi, per caso stai sorvegliando quello che faccio?»
«No, no» mi affretto a rispondere. «Nossignore, ammetto
che son troppo stupido per fare una cosa simile. Ma voglio
dirti una cosa, gli eroi mi affascinano. Forse perché io sono
una specie di fifone. Mi sono quasi pisciato addosso a quella
carica di stamattina, e la sola cosa che mi ha tenuto su è stata
la vista del generale in testa, coi capelli al vento e il braccio
che ci diceva avanti.» Feci una faccia acquosa e venerante, e
quello la bevve.
Dice: «Bene, vuoi portarmi la legna? Secondo me non
c'è niente di male se vieni su a dargli un'occhiata. Ed è un favore
che non farei di certo a tutti questi altri cialtroni».
«Senti» gli dico arrotando i denti per un sentimento
molto diverso da quello che lui crede. «Per me vale un mese
di soldo andare lassù e mettergli di persona la legna sul fuoco,
a quel nobile individuo.»
La proposta dapprima lo scandalizzò, ma dopo aver parlato
un pezzo, e dopo che gli ebbi verbalmente firmato una specie
di cambiale, con un nome falso, che gli prometteva tredici
dollari per il prossimo giorno di paga (questo era ciò che guadagnava
un soldato semplice) ebbi il privilegio di portare la
legna, solo, fino in cima alla collina, di metterla nel fuoco e di
tornare subito via.
Ci avviammo verso l'altura, e quando ne fummo al piede,
lui ci rimase e io presi su per il pendio con due ceppi. Quei
soldati che brontolavano si erano sbagliati. Custer non aveva
indosso il pastrano, e anzi aveva posato il cappello accanto a
sé, e sbottonata la camicia. Naturalmente stava vicino al fuoco.
Nella luce capelli e baffi parevano d'oro. Non alzò mai gli
occhi dalla carta, sostenuta da un registro, che andava riempiendo
di scrittura filata, tuffando di tanto in tanto la penna
in una boccettina d'inchiostro, e poi mandava l'eccesso a sibilare
sulle fiamme.
Misi un legno sulle braci, volgendo la schiena all'attendente
al piede dell'altura, in modo che non vedesse l'altra mia
mano che sotto la giacca andava verso il manico del coltello.
Qualche favilla s'innalzò dal fumo roseo verso i neri cieli
aperti. Custer non alzò la testa, giacché per fare questo avrebbe
dovuto cambiare l'angolazione rispetto alla quale prendeva
luce il suo nobile profilo. Stava in posa, come aveva fatto
quella mattina a cavallo nel campo dei Cheyenne. Allora era
stato il "Generale al campo”; adesso era il "Soldato alla fine
del giorno”.
Era strano come un uomo dalla personalità di Custer potesse
influenzare quella del suo probabile assassino, ma io stavo
vedendo me stesso in diversi atteggiamenti: coltello levato
contro un generale che nulla sospettava, lui con l'alone degli
aurei capelli, me coi denti scoperti, e così via, attraverso una
serie che terminava con "Assassino senza scampo”.
Chissà quanto tempo sprecai in queste visioni puerili. Se
uno si dispone a uccidere, lascia a casa le fantasie. La realtà
dovrebbe bastare, almeno se tu sei un bianco.
Perché adesso accadde che il generale Custer parlò.
Continuando a graffiare con la penna, gli occhi fissi alla
carta, dice: «Ora prendo una tazza di caffè».
Forse in quel momento mi vennero meno le budella; forse
non ebbi mai il coraggio di ammazzare un uomo a sangue
freddo, ma ho sempre pensato che fu il tono nella voce di Custer
a salvargli la vita in quel momento, e a cambiare il corso
della storia. Chiamami vigliacco, ma non ero capace di tagliare
la gola a un uomo bianco mentre scriveva alla moglie e desiderava
bere un caffè.
Perciò l'assassino risponde, servilmente: «Sissignore» e
se ne va di sotto, dove lo aspettava l'attendente.
«Alzati subito» dico. «Il generale vuole che tu gli faccia
il bagno.»
Non credo che occorra portarti dietro con me, dito per dito,
sulla strada che percorsi dopo aver lasciato il Settimo Cavalleria
- perché me ne andai quella notte stessa, e mi avviai
solo solo in quella terra selvaggia. Dovevo farlo. Non avevo
rinunziato alla mia decisione. Una volta o l'altra avrei ammazzato
il generale Custer, ma prima dovevo stare lontano da
lui, per un poco. E non potevo sopportare di starmene nelle
vicinanze di quei Cheyenne prigionieri. E andare lungo il fiume
verso gli indiani ancora liberi era egualmente impensabile.
Fino a questo punto avevo avuto la peggio.
Ritornavo fra i bianchi a fare un po' di danaro. Non
m'importava dove e come, e poi volevo comprarmi una giacca
a code, un panciotto di broccato e una pistola col manico di
madreperla. E così vestito, un bel giorno, avrei incontrato il
generale Custer a passeggio con la sua signora per le strade di
qualche città, diciamo Topeka, oppure Kansas City, perché sapevo
che gli piacevano le città - ah, di lui seppi poi più cose
di quelle che ho sinora detto: gli piacevano i bei ristoranti,
i bei teatri, conosceva il centro di New York, persino, come
il palmo della sua mano; così almeno mi disse l'attendente.
”I miei complimenti alla sua signora, generale” avrei
detto, e poi gli avrei chiesto il favore di una parola a quattr'occhi,
e ci saremmo tirati in disparte, mentre la sua bella signora
sarebbe rimasta lì con quel sorriso finto sotto l'ombrellino.
Allora io dico: ”Tu sei un gran figlio di puttana”. E naturalmente,
da gentiluomo, lui chiede soddisfazione, e quindi la
scena successiva è all'alba, sulla prateria, schiena contro schiena,
dieci passi avanti, voltarsi, fuoco, e poi lui a terra, una
macchia di sangue sempre più grande che sboccia dalle asole
ricamate.
"Signore,” mi dice col suo ultimo respiro "siete voi il
migliore.”
Allora io, con uno stecco puntuto, estraggo dalla terra gelida
una radice fredda e la mangio, metto altre foglie, come
isolante, fra camicia e giacca e me ne vado. Presto perdo la
sensazione del tempo. Anzi, uscii addirittura di senno e ancora
non so come sopravvissi. Non vedevo altro che una massa di
bianco, come se fossi in mezzo a un deserto di cotone. Naturalmente
era neve, tormenta, ma non me la rammento fredda
perché ero arrivato alla condizione di sentire di più la materia
che la temperatura, e non sapevo far altro che impedirmi di
stare disteso per terra e di addormentarmi per sempre.
Immagino che alla fine cedetti a quest'impulso. Mi ero
mosso verso oriente, perché avevo incontrato il Cimarron e mi
ci ero fermato: in stato di delirio si segue qualunque cosa che
sembri sapere dove va. Insomma stavo traversando il Territorio
Indiano orizzontalmente, anziché procedere verso nord
fino al Kansas, come era mia intenzione, e credo di aver raggiunto
il confine della Nazione Creek, quando mi abbandonai
sulla prateria bianca che sembrava essere un enorme letto.
Quando mi destai ero in una baracca di legno di indiani
Creek. Il capofamiglia mi aveva trovato mentre andava a caccia
e mi aveva portato al coperto, e questa gente cortese, lui e
la moglie e diversi giovani, mi curarono e mi nutrirono, e mi
diedero i panni per sostituire l'uniforme turchina ormai in
brandelli. I Creek erano pellerossa della Georgia, quelli battuti
da Andy Jackson, e non molto tempo dopo il governo li costrinse
ad andarsene dal loro territorio di origine, per andare a
vivere a occidente dell'Arkansas. Lo stesso che era toccato ai
Choctaw, ai Cherokee e ad altri. Ma queste tribù erano ormai
civilizzate, avevano baracche di legno, andavano vestite come
i bianchi, coltivavano la terra, e prima della guerra addirittura
avevano tenuto schiavi negri.
In realtà, comunque, questa vita civilizzata delle nazioni
orientali era più pericolosa di quel che tu possa pensare dopo
un'occhiata a quelle piccole e pacifiche fattorie dei paraggi.
Quella famiglia Creek, vedendo la mia uniforme turchina, mi
aveva preso per un disertore, tipo abbastanza comune nelle
Nazioni. E per questo mi volevano bene, perché dal tempo di
Jackson avevano buoni motivi di rancore contro l'Esercito, e
poi durante la guerra la maggior parte dei Creek avevano
simpatizzato con i ribelli, una cosa che fa ridere se pensiamo a
come li avevano buttati fuori dalla Georgia, ma quel che a loro
piaceva di più, del Sud, era la schiavitù. In ogni modo, a guerra
finita, il governo federale castigò loro, i Choctaw, i Cherokee
eccetera, portandosi via la parte occidentale del Territorio
Indiano, che un tempo era appartenuto a queste tribù, per farne
delle riserve destinate ai Cheyenne. E da qui, secondo una
logica naturale, derivò la battaglia del Washita.
Quello che avevo cominciato a dire, però, è che c'era
un considerevole numero di guerrieri nel territorio delle
Nazioni orientali, insieme agli schiavi liberati e rimasti senza
lavoro, agli ex soldati ribelli in situazione analoga, e anche
persone sfuggite alla giustizia, spacconi, tagliagole e comunque
canaglie. Da quelle parti ce n'erano di tutte le razze: alcuni
parzialmente bianchi, parzialmente negri, parzialmente indiani,
tutti assieme, e con i tratti peggiori di ciascuna semirazza.
Ho detto che era pericoloso vivere in quella parte del paese,
anche se uno si teneva accosto alla sua baracca e al suo
campo, perché cerano sempre bande dei suddetti che giravano
a cavallo e assassinavano la gente. Era un posto singolarmente
adatto a praticare questa professione, perché non esisteva una
legge locale degna del nome. In generale, se tu rapinavi qualcuno,
a perseguirti non c'era altro che uno sceriffo federale
sortito da Forte Smith o da Van Buren nell'Arkansas, dov'era
il tribunale, non molto attivi a quell'epoca perché quelli del
tribunale eran stati ribelli, e con la guerra avevano perso anche
ogni autorità. C'era un proverbio che diceva: Non c'è domenica
a occidente di St. Louie e non c'è Dio a occidente di
Forte Smith.
Ora, il centro di questo rude elemento era una città nella
parte orientale della nazione Creek, una città che si chiamava
Mooskokee, e là io mi diressi dopo aver lasciato quella famiglia
che m'era stata amica, con l'intenzione di prendere la diligenza
e di viaggiare su verso il Kansas e lì prendere la Union
Pacific al capolinea, trovare Caroline e Frank Delight, incassare
il terzo dei nostri affari, perché come ho detto mi serviva il
danaro. In ogni caso, potevo sempre farmi dare un malloppo
da Frank, che ormai era mio cognato.
Andai a piedi fino a Mooskokee, una quarantina di miglia.
Non avevo un centesimo per la diligenza, ma avevo sulle
spalle un carico di pelli di procione che intendevo vendere in
città, perché servono a fare utili berretti. Infatti ne avevo uno
in testa. Ebbene, amico mio, ero giunto a quella che a me parve
la periferia, una specie di enorme pantano degno dei porci,
con attorno qualche cadente stecconata, e vidi un vecchio di
colore, che cercava i suoi maiali, e gli dico: «Zio, sai indicarmi
dov'è la città di Mooskokee?».
Quello si gratta il cencio che ha in testa e risponde: «Ormai
tu l'hai quasi traversata tutta».
«Cercavo la stazione della diligenza.»
Dice: «La stazione è in fondo alla strada, girato l'angolo.
Ma se fossi in te eviterei di andarci, perché stanno per rapinarla.
Così credo».
Davvero. Non aveva ancora finito di parlare e si udì una
raffica di colpi dalla parte che mi aveva indicato e subito dopo
un gruppo di uomini a cavallo sbucarono da dietro l'angolo e
vennero al galoppo nella nostra direzione e ci avrebbero travolti
se non ci fossimo subito buttati nel pantano al ciglio della
strada. Non capii la loro fretta perché nessuno li inseguiva.
Ieri qualcuno aveva sparato allo sceriffo, precisò il mio uomo
mentre ci tiravamo su dal fango.
Lo ringraziai e mi diressi verso la stazione della diligenza,
che ormai doveva essere al sicuro. L'agente giaceva in una
pozza di sangue e larghi fori erano aperti nella sottile parete
di legno, dove qualcuno era rimasto al sicuro con il fucile imbracciato.
Bene, io mi trovavo proprio in mezzo a quella che
era stata la stazione, pensando che ormai per me non faceva
differenza alcuna, anche per via del fatto che io per adesso
non avevo di che pagarmi il biglietto, quando sentii rumor di
cavalli, fuori, e poi eccoti tre clienti di aspetto assai brutto, che
trafficavano con le loro armi.
Questi tipi mi guardarono con gli occhi rossi, e poi avvistano
il cadavere, e quello che sembrava il capo dice agli altri:
«Te l'avevo detto che si faceva tardi. Ora questo buono a
nulla di un bastardo ci ha fregati».
Poi rivolto a me, con il tono dell'orgoglio ferito: «Ne facemmo
fuori un altro, e non ci avresti battuti, stavolta, se noi
non si fosse stati occupati un poco più avanti con la diligenza.
L'abbiamo assalita, l'abbiamo incendiata, abbiamo ucciso il
conducente, abbiamo ucciso la scorta, abbiamo ucciso anche i
passeggeri, ma uno dei passeggeri era una ragazza e allora
l'abbiamo ... tutti prima di ammazzare anche lei».
L'ho già detto: comunque, i soldi per il biglietto non li
avevo. Ma mi preoccupava di più al momento, la mancanza di
un'arma, e questi tangheri se ne sarebbero accorti presto e allora
avrei fatto compagnia a quello già steso per terra. Dovevo
profittare al massimo del tempo che mi restava, mentre
loro continuavano a invidiarmi perché avevo fatto fuori
l'agente.
«Ai miei ragazzi questo non piacerà» dico. «Avevano
progettato di prenderla loro la diligenza, e direi che a questo
punto ormai sanno tutto, e ora ritornano e vorranno conoscere
chi gli ha rubato quella roba là.»
«Quanti ragazzi hai?» dice il capo. Se solo si fosse passato
una goccia d'acqua sulla faccia, forse non avrebbe avuto un
così brutto aspetto. Era un mezzosangue, bianco e indiano, coi
capelli biondastri e i lineamenti sottili, ma con la pelle color
della castagna. Un altro era quasi nero, coi capelli lisci e neri
annodati sulla nuca. Il terzo sembrava bianco puro ma era il
più brutto fra i mortali da me visti: aveva gli occhi cattivi, e
una ferita di coltello che rimarginandosi gli aveva sollevato il
labbro dalla parte destra, in modo tale che tu gli vedevi i denti
anche se non ghignava. E in realtà pareva che ghignasse di
continuo.
«Diciannove o venti» dico io, e gli volto le spalle, a spregio,
e nel far questo sapevo che si sarebbero decisi a spararmi
alle spalle o di darmi una botta in testa. Vidi che invece avevano
bevuto il mio bluff, perché il capo comincia a vantarsi.
«Immagino che tu abbia sentito parlare di me» dice.
«Johnny Jump. Mi sono fatto una certa reputazione da queste
parti per assassinii e macelli. Il mese scorso feci saltare le cervella
a uno venuto da Van Buren. Questo è mio cugino, Jim
Smoker - e mi indica quello con la faccia nera - e l'altro
lo chiamiamo Cockeye. Non ha la lingua. Gliel'hanno strappata.
Non parla, ma accidenti se è cattivo.»
Io dico: «Non ho sentito parlare di voialtri, che dovete
essere robetta. Noi veniamo da St. Louie passando per il Texas
e ci siamo fermati in questo buco di fango a fare i soldi per
il tabacco. E poi si va nel Kansas, dove continuiamo a sparare,
accoltellare, rubare e violentare da un confine dello stato
all'altro».
Cockeye brontola qualcosa e sbava col labbro tagliato.
Jim Smoker esce e un minuto dopo lo sento che spara col fucile,
allora guardo e vedo che sta facendo pratica di tiro al
bersaglio contro la coda arricciolata di un porco vagante.
«Mio cugino» dice Johnny Jump «non ha tutti i venerdì,
ma è veramente utile quando si tratta di ammazzare e rubare.
Stavamo pensando che magari potremmo metterci tutti
insieme, coi tuoi ragazzi. Mi piacerebbe davvero rubare e ammazzare
e tutto il resto che tu hai detto che si può fare nel
Kansas.» Pareva proprio un ragazzino che prega il padre di
portarlo con lui a pesca, gli occhi accesi dal desiderio. Johnny
Jump aveva proprio qualcosa di ingenuo, e persino di simpatico,
chissà poi perché. Forse era la parte indiana dentro di lui.
Dopo averlo accettato, sia pure riluttante, insieme ai suoi
nella mia banda, che non esisteva, io non volevo viaggiare più
del necessario in compagnia di questa gente. Dissi loro che dovevo
incontrare i miei uomini venti miglia a nord. Potevano
venire con me, ma a loro rischio.
Raccontai che il cavallo mio se n'era andato chissà dove, e
allora Johnny Jump mi diede una bestia che aveva trovato alla
stazione della diligenza. E ancora non avevo un'arma. Cavalcammo
fino al tramonto, e poi io indicai un boschetto e dissi
che era quello il posto dove mi aspettavano i miei ragazzi, o
forse ci sarebbero venuti più tardi, e allora ci fermammo,-si
accese un fuoco e si mangiò pancetta coi fagioli che stavano
dentro una saccoccia rubata, perché quando giravano la campagna
ammazzavano tutti quelli che incontravano e portavano
via tutto quel che l'ucciso aveva con sé. Anzi, durante questo
breve viaggio incontrammo una piccola fattoria, e io li trattenni
dal saccheggiarla con la promessa del macello che si poteva
fare una volta trovati i miei ragazzi.
Non mi accorsi che Jim Smoker era rimasto indietro, perché
stava sempre in retroguardia, ma era sparito quando entrammo
nel bosco e si fece vivo solo più tardi mentre noi si
mangiava. Aveva un cappello diverso e portava due bottiglie
di whiskey e insieme al suo c'era un altro cavallo, carico di
bottino: sacchi di zucchero e grano, coperte, lampade a petrolio
e persino un piccolo sgabello.
Johnny Jump gli parlò in lingua creek e poi fece una risata.
«Mio cugino proprio ha dovuto ritornare in quel posto da
dove eravamo passati. Non sa resistere alle tentazioni, perché è
come un bambino.»
Mi dispiacque per la povera gente che abitava in quella
fattoria, ma si vide poi che il vento gelido che aveva portato
loro la morte, al tempo stesso mi salvò la vita. Infatti io non
potevo sostenere la mia affermazione, di dover incontrare la
mia banda al mattino seguente, e di sicuro me la sarei vista
brutta. Ma invece successe un'altra cosa: Johnny Jump e Jim
Smoker si divisero quelle bottiglie di whiskey, e dopo che
Johnny si fu riempita la pancia di liquore, cominciò a diventare
sentimentale. Oltre che fuorilegge, pareva che fosse anche
poeta, e seduto accanto al fuoco, con le lacrime che gli grondavano
per le guance, a mischiarsi col whiskey che gli colava
giù dal mento, recitò versi di sua composizione.
«Il caro amore di tutta la mia vita,
Come donne non ne ebbi mai altra,
La cosa più dolce in questa valle di lacrime,
Fu sempre la mia cara mamma.
E adesso lei è in cielo
Dove gli angeli suonano l'arpa,
Perché come anni saranno cinque o sei
Da quando composi il suo cadavere...»
Cerano dieci, forse venti strofe ancora, che non mi ricordo
più, e quando lui ha finito, lascia andare un grande urlo di
angoscia e prende il fucile e spara in mezzo agli occhi di Jim
Smoker. Poi scarica un paio di colpi nella schiena di Cockeye,
che dorme, e finalmente vuota il resto del caricatore - sedici
colpi - nel rotolo di coperte sovrastato dal berretto di procione
che avevo designato a rappresentare me stesso.
Dopo di che si stende e tranquillamente si addormenta. Io
vengo fuori da dietro l'albero dove ero stato a guardare tutto
questo, prendo il fucile che lui aveva mollato, mi scelgo le
due migliori Colt che c'erano e tutti i cavalli, dirigendomi verso
nord. Mi venne in mente di mettere una pallottola nella testa
di Johnny Jump, e di fare in questo modo un favore alle
sue future vittime, ma oltre alla mia antipatia contro l'assassinio
a sangue freddo, la verità è che mi rimaneva simpatico.
Può darsi che fosse per quella poesia.
I successivi due anni li passai viaggiando, soprattutto in
cerca di Caroline e Frank Delight, per avere un po' di quattrini.
Infatti, come già ho detto, non potevo uccidere Custer così
al verde com'ero. Una cosa non sapevo, giù alle Nazioni: che
la U.P. aveva raggiunto lo Utah congiungendosi alla Central
Pacific, proprio all'epoca in cui io lasciai la famiglia Creek
con la quale avevo passato l'inverno del '69. Insomma si stava
costruendo la ferrovia che attraversava tutto il continente. Ma
con la resa della vendita dei cavalli di Johnny Jump, che avevo
portato, senza altri incidenti, fino a Topeka, presi la diligenza
da Omaha, verso occidente, pensando che i miei parenti
forse avevano aperto un saloon in una delle città sorte lungo
la ferrovia.
A ogni stazione chiedevo di Caroline e di Frank, senza risultati,
ma in ogni modo avevo sempre desiderato di dare
un'occhiata a San Francisco, perciò andai da quella parte, e a
questo punto fui contento di abbandonare per un poco la ferrovia.
Non c'è dubbio che la strada ferrata transcontinentale
era una meraviglia di civiltà, ma lo sa Dio gli scossoni che mi
diedero quelle carrozze barcollanti, per una settimana, e avevo
ingozzato un quantità enorme di fumo e di cenere che entravano
dal finestrino aperto e ogni tanto una favilla accesa avviava
un piccolo incendio nel velluto verde dei sedili o sui
panni di qualcuno. In ogni modo dicevano che il treno viaggiava
a venticinque miglia allora, e io non ne dubito.
Poco dopo il mio arrivo a San Francisco rimasi senza
quattrini, perché ogni cosa era terribilmente cara. Per meno di
cinquanta centesimi non era possibile un pasto decente. E non
saprei perché, ma quei monti su cui è costruita la città cominciavano
a deprimermi: in cima ti sentivi grande, ma bisognava
pur sempre venire a basso, ogni tanto, e quando venivi a
basso, ti sentivi avvilire. Avevo vissuto troppo tempo in pianura.
E non riuscii neanche a rintracciare Caroline e Frank, pur
avendo battuto ogni saloon di terz'ordine e ogni casa di malaffare,
e questo mi portò via diversi mesi, perché questa città
non la cedeva a nessuna in fatto di divertimenti illeciti. Una
volta finito il danaro dovetti andarmene a lavorare in una
stalla, a inforcare fieno, a spalare letame, eccetera. Al momento
non avevo di meglio. Poi un giorno venne un tale dalla
California meridionale e lo sentii dire che cercavano conducenti
di carro, a trasportare merce da San Pedro a Prescott, in
Arizona, ed era disposto a pagare bene.
Era la primavera del '70 quando arrivai a San Pedro e trovai
l'uomo che dava i trasporti. Da principio fu in dubbio, che
un uomo della mia taglia potesse assumere un incarico simile.
«È un lavoro rognoso, amico mio. Se non ti fa fuori il deserto,
ti fanno fuori gli Apache, e se non gli Apache, ti fanno
fuori i banditi. Ci sono cento miglia di inferno dove tu dai da
mangiare alle bestie senza staccarle e vai avanti se non vuoi
lasciarci la pelle. Hai venti giorni per fare quattrocento e cinquanta
miglia, e io non voglio che per fare questo mi si ammazzino
i muli.»
Basti dire che lo convinsi a prendermi, e lui dice: «Voglio
correre il rischio. Un paio di anni orsono presi un ragazzo
di diciassette anni, e se la cavò bene, anche se per gli anni
suoi era grosso».
Ecco le cose che ti capitano quando hai la mia statura. Ma
ne ho fatto parola perché quel ragazzo, mi disse, si chiamava
Wyatt Earp. Era la prima volta che sentivo il suo nome, ma
me lo rammentai perché mi suonava strano, come una specie
di rutto.
Il padrone non esagerava affatto sulla rogna di quel lavoro,
e per tutto il tempo che lo feci, incontrai tutti gli ostacoli
che mi aveva predetto, ma se ci ripenso bene, preferirei il caldo,
la sabbia, gli Apache, i banditi a dieci muli alla volta. La
cosa più difficile, per me, era resistere alla tentazione di prendere
una mazza, dargliela in testa e ammazzarli. Conducevo i
muli sullo sterrato della U.P., ma il carattere di una bestia
peggiora secondo il terreno che deve percorrere. Ma questo
può dirsi anche di parecchi uomini, perché spesso è proprio la
cattiveria che spinge avanti un uomo.
Lo stesso vale per me. Feci questo lavoro per quasi tutto il
70, e non diventai migliore, nel farlo. Ma guadagnai parecchi
soldi, e poi nell'inverno ritornai a San Francisco, mi comprai
un bel guardaroba e una rivoltella modello Smith & Wesson,
quella chiamata "Americana”, appena uscita, un'arma bellissima,
calibro 44.
Poi mi comprai un biglietto di prima classe sulla U.P. fino
a Omaha (cento dollari e due dollari al giorno per dormirci)
perché adesso andavo a uccidere in perfetto stile,
George Armstrong Custer.


CAPITOLO 20.
WILD BILL HICKOK.

Nella primavera del '71 giunsi a Kansas City, che era
molto cresciuta da quando io la conobbi, e si chiamava
Westport. Forte Leavenworth era vicino. Appena fui giunto in città
venni a sapere che ci aveva svernato proprio il Settimo Cavalleria,
al comando del generale Custer. Lo vedevano spesso a
Kansas City, dal sarto, al ristorante, a teatro, che gli piaceva
moltissimo, cosa spiegabile conoscendo il suo carattere. Aveva
sempre al fianco la sua signora, ed era così bella, dicevano,
che uomini e donne si voltavano al suo passaggio. Naturalmente
anche il generale era un bell'uomo.
L'uomo che mi disse quanto sopra aveva capelli biondi e
ricciuti che gli ricadevano sulle spalle e baffi serici dello stesso
colore, era alto più di sei palmi, sottile alla vita e largo di torace,
e molto elegante nel vestire. Portava una giacca a code
con i risvolti di velluto, e un panciotto ricamato, cravatta nera
e cappello di seta.
No, non era Custer: era più biondo, più ricciuto, i suoi
occhi di un azzurro più caldo, e il viso più dolce, con il naso a
uncino e il mento breve. Era James Butler Hickok; il cosiddetto
Wild Bill dopo che ebbe fatto fuori l'uomo che lo chiamava
Duck Bill.
Ma torniamo a Custer, ai cui ordini Wild Bill era stato
durante la campagna del Kansas, un anno prima del Washita.
Lo conosceva bene, e gli voleva bene, come Custer voleva bene
a lui, e aveva un debole innocente per la moglie di lui, e
cercava di farle credere parecchie cose esagerate sul proprio
conto, e ci credeva anche Custer, e in questo modo erano tutti
amici, come succede fra le persone grandi e belle e potenti.
Perché a costoro tutto va per il verso giusto, fino a quando un
poveraccio strabico col naso rotto non gli spara alla schiena,
come fece Jack McCall con Hickok a Deadwood nel 76, appena
due mesi dopo che gli indiani ebbero fatto fuori quell'altro Capelli Lunghi.
In ogni modo, tutto questo doveva succedere cinque anni
dopo, ed eccoci sulla piazza del mercato di Kansas City, e io
avevo proprio l'intenzione di trovare Custer prima della fine
della settimana, e fare quel che dovevo. Voglio dire che questa
piazza del mercato era ritrovo dei cacciatori di bufali in
estate, quando scarseggiano le pelli, e ci venivano le guide
quando non erano in servizio, e i conducenti di muli fra un
viaggio e l'altro, e proprio lì si andava a sentire le novità, come
nel caso mio, anziché leggere i giornali.
E fu così che conobbi Wild Bill, il quale era uno dei centri
di attrazione di quelle parti, essendosi fatta una reputazione
un paio di anni prima come sceriffo a Hays City, nel Kansas.
Durante la giornata Hickok se ne stava seduto su una
panca fuor della stazione di polizia, dove il suo amico Tom
Speers, sceriffo a Kansas City, incoraggiava gli uomini della
frontiera a radunarsi, in parte perché li conosceva quasi tutti e
li aveva in simpatia ma anche, credo, perché voleva tenerli
fuori dai pasticci. Potevano star lì a chiacchierare e persino organizzare
qualche gara di tiro al bersaglio, senza disturbare affatto
l'elemento rispettabile della parte alta della città, ma
siccome c'era Speers con i suoi uomini, raramente scoppiavano
risse vere e proprie.
Non che questi celebri pistoleros si dessero spesso battaglia,
comunque. Chiunque si sia specializzato nella violenza
ha rispetto massimo per un esperto par suo.
Ora parliamo della mia vendetta contro Custer. Be', se
vuoi guarda i libri di storia e leggi come morì combattendo
contro gli indiani il 25 giugno 1876, dunque puoi star sicuro
che io non l'ammazzai a Kansas City, e il Settimo Reggimento
(Custer stava tornando verso oriente) era stato richiamato dalle
pianure a marzo. Lo avevo mancato per pochi giorni appena.
Può darsi che tu ti domandi perché non lo seguii. Dopo
tutto, non è che fosse andato in Cina. Avevo già traversato la
parte occidentale del paese, apposta per ammazzarlo. Sull'immaginazione
di quest'impresa avevo vissuto per due anni, dal
momento che lo giurai sulle rive del Washita.
Posso dire solo questo: c'era qualcosa sul fiume Missouri
che mi tolse la spinta. Pellevecchia provava la stessa cosa sul
fiume Platte, e infatti bada che cosa gli successe quando fu
sotto quel fiume: Sand Creek e il Washita. Io speravo che ormai
avesse imparato a fidarsi dei propri istinti, più che del
proprio orgoglio, e che fosse andato su a nord per restarci.
Nel caso mio, mi fermai lì a Kansas City, dove il Missouri
fa la grande ansa per poi puntare su St. Louie. Guardavo
quei gorghi fangosi e pensavo: Bene, comunque Custer se n'è
andato nelle praterie: questa è la cosa importante. Forse sono
stato io a fargli paura, nel senso spirituale o magico, perché
era proprio strana la coincidenza fra il mio venire e il suo andare.
Comunque, non andai verso oriente. Avevo un'idea strana
di quella parte di paese: credevo che fosse tutta una città da
St. Louie fino all'Oceano Atlantico, una città soprattutto di catapecchie,
piena di stranieri poveri arrivati dall'Europa, gente
dalla faccia scialba che leccava gli stivali dei potenti, dei tipi
brillanti come appunto Custer. Mi ci sarei trovato singolarmente
male.
A Kansas City non ero lontano dal luogo dove tredici anni
prima abitavano i Pendrake, e probabilmente ci risiedevano
ancora, perché la gente della loro condizione tale condizione
non la perde mai, e io pensavo di andarci, e di fare un paio di
volte la strada, su e giù, a cavallo, ma non ebbi il fegato di fare
neanche questo. Ti dirò una cosa, ero ancora innamorato
della signora Pendrake, con lo stesso ardore di prima, dopo
tutti quegli anni, e le battaglie e le mogli. Era questa la tragedia
vera della mia vita, contrapposta ai diversi miei contrattempi.
La cosa mi veniva in mente adesso perché con la notizia
della partenza di Custer io mi sentivo giù, più scoperto e disponibile
che mai, da quando avevo lasciato il Missouri anni
prima, e naturalmente, in un simile stato d'animo, era inevitabile
pensare alla signora Pendrake.
Be', se mai Custer fosse tornato a occidente, lo avrei ammazzato.
Questo giurai, ma in modo piuttosto meccanico, perché
non avevo speranza che lo facesse.
Le pianure centrali erano ormai tutte ripulite dei nemici.
L'estate dopo la battaglia del Washita, truppe del generale
Custer fecero fuori una banda di Cheyenne a Summit Springs,
uccidendo il capo, Toro Alto. Fu questa la fine degli Esseri
Umani nel Kansas e nel Colorado.
Allora cosa feci? Ecco, conobbi Wild Bill Hickok, e la
sua conoscenza fu per qualche tempo quasi una professione.
Avevo chiesto in giro di Custer, e un tale mi disse che Wild
Bill era stato per qualche tempo, come guida, agli ordini del
generale. A quel tempo non avevo mai sentito parlare di
Hickok, ma in piazza del mercato era una celebrità, e ricordo che
quando lo incontrai per la prima volta, stava mostrando a
qualcuno un paio di pistole con il calcio di avorio, regalo di
un senatore degli Stati Uniti a cui aveva fatto da guida durante
un viaggio per la prateria.
Io mi faccio largo fra la folla e dico: «Sei Hickok?».
Così me lo avevano indicato, ma dovevo pur dire qualcosa,
per attaccar discorso.
«Sì» dice questo uomo alto e slanciato dai lunghi capelli
biondi e mi dà un rapido sguardo coi suoi occhi celesti, poi leva
la pistola nella mano destra e spara un tamburo intero così
svelto che non si riusciva a contare i colpi contro un'insegna
appesa al muro di un saloon distante cento passi, e messo di
traverso rispetto alla piazza.
Questo fatto passò poi alla storia, ma senza che si facesse
cenno alla parte che vi ebbi io, che del resto mi limitai a star
lì a guardare. Non mi fece impressione. Io volevo soltanto sapere
di Custer, e i capelli fluenti di questo esemplare mi fecero
pensare che fossero della stessa razza.
Così quando ebbe esaurito quei cinque colpi, io dico
impaziente: «Be', Hickok, sei hai un po' di tempo, vorrei
dirti una parola».
Lui fa saltare la pistola ancora carica dalla mano sinistra
alla destra, e contemporaneamente l'inverso, cioè quella scarica
dalla destra alla sinistra. Questa manovra era un gran bel
vedere, giacché per un secondo le due pistole viaggiavano nell'aria.
Subito dopo Hickok sparò altri cinque colpi contro quell'insegna,
e poi tutti quanti traversarono la piazza per vedere
che cosa aveva fatto. Uno di quelli che stavano più indietro
viene accanto a me e mi dice: «Immagino che tu lo conosca
bene, Wild Bill, per dargli fastidio in un momento come questo».
«Ma io non lo conosco per niente» dico. «E non so
neanche se ho voglia di conoscerlo. Che cos'è a renderlo così
importante?»
Questo tale dice: «Non hai mai sentito raccontare di come
mise a posto la banda dei McCanles, dieci anni or sono, alla
stazione delle diligenze di Rock Creek, nella contea di Jefferson?
Erano in sei, mi pare, e cercavano Wild Bill, e lui
ne sistemò tre con la pistola, due con il coltello, e l'altro lo
ammazzò a colpi di calcio di fucile».
Subito dimezzai quel numero, fra di me, perché ero uomo
di frontiera dall'età di dieci anni, e sapevo qualcosina, su come
ci si comporta in un duello. Quando senti raccontare una storia
di più che tre contro uno, e quello solo vince, hai sentito
una bugia. Infatti più tardi venni a sapere che anche in questo
caso avevo ragione: Wild Bill uccise solo McCanles e due
suoi soci, e tutti e tre in un agguato.
«Sissignore» continua questo tale, che era dello stesso tipo
dell'elogiatore di Custer. «Proprio questo fece. E là a Hays
City, dov'era sceriffo, ebbe a che fare con Tom Custer, fratello
del generale, e lo metteva dentro quando era ubriaco e faceva
baccano, e Tom ritornò con due soldati per rendergli il fatto
suo, e Wild Bill ne fece fuori uno col coltello e quell'altro
con la pistola.»
Ora il discorso m'interessava, allora gli chiesi in che modo
aveva fatto fuori il fratello di Custer, se col coltello o colla
pistola.
«Ammazzò i soldati, non Tom.»
Il discorso tornava.
Ora Hickok e gli altri smisero di guardare l'insegna del
saloon, e questo contaballe che mi stava parlando, chiese come
era andata e un altro dice: «Ha messo tutti e dieci i colpi nel
cerchio di una O, perdio!». E tutti fischiavano e restavano senza
fiato davanti a questo prodigio - be', non proprio tutti,
perché lì intorno c'erano altre guide e altri pistoleri, gente come
Jack Gallagher, Billy Dixon, Old Man Keeler, e altri ben
noti a quei tempi, che stavano a guardare con aria pensosa,
per non dimostrare la loro invidia. Come accade sempre nella
vita, da una parte stavano gli specialisti, dall'altra il pubblico.
Di nuovo mi faccio incontro a Wild Bill e dico: «Se hai
un momento libero...». Era tutto contento della sua prodezza
e delle lodi che ne derivarono e forse era irritato dal fatto che
io badavo solamente alle faccende mie, e allora lui, rivolto a
uno che gli stava al fianco, come se nulla fosse dice: «Buttatelo
fuori».
E questo mi viene incontro con un'aria spregiosa nel viso
brutto e barbuto, è un tipo piuttosto grosso, ma poi si ferma
all'improvviso. Infatti avevo la S&W 44 puntata proprio là
dove il suo abbondante pancione traboccava sopra la cintola.
«Abbassa la cresta» gli dice Hickok con una gran risata.
«Quel disgraziato ormai ha il sopravvento... Via,» dice poi a
me «metti a posto il cannone e ti offro da bere.»
Così Wild Bill e io andammo al saloon e passammo sotto
l'insegna dove aveva messo dieci colpi nel cerchio di una O, da
cento passi, e io alzai gli occhi per accertarmi che era vero.
Entrammo, bevemmo il nostro whiskey, poi lui andò nel canto
più lontano e scansò i due lembi della giacca per mettere in
mostra il calcio delle pistole ficcate alla cintola, e per tutto il
tempo che restammo là dentro lui guardava ogni individuo
che entrava, e continuò a non badare alla nostra conversazione,
tranne una volta che il barista fece cadere un bicchiere, al
che Hickok reagì automaticamente, come un gatto, saltando
su dalla sedia.
E fu qui che mi parlò di Custer e della sua partenza verso
oriente, e di tutta la roba che ho già riferito.
«Perché volevi sapere del generale?» chiese, ma naturalmente
io non gli parlai del mio interesse vero, gli dissi una
bugia, che volevo farmi prendere come guida, e per nascondere
ogni emozione che potessi mostrare, dico: «So che hai avuto
a che fare con suo fratello Tom».
Lui dice: «Be', ormai è cosa passata».
Ecco ora un bell'esempio d'una cosa che voglio dimostrare.
Wild Bill Hickok non fu mai, personalmente, un millantatore.
Non aveva bisogno di esserlo. Ci pensavano gli altri.
Quando dico che bisognava addebitargli una tonnellata di balle,
non intendo che abbia mai detto una parola a proprio vantaggio.
Non disse mai di aver fatto fuori Tom Custer, o di
aver eliminato la banda dei McCanles, e neanche avrebbe mai
fatto parola di quei dieci colpi messi dentro la O. Ma cerano
altri a farlo, continuamente, a far salire le statistiche, ad accrescere
il numero dei passi, a diminuire la grandezza del bersaglio.
Fino a circa trent'anni or sono, io ancora trovavo gente
che affermava d'essere stata in piazza del mercato quel giorno
che "Wild Bill mise dieci colpi uno sopra l'altro sul puntino di
una i, a duecento passi.
Fu proprio allora che il barista fece cadere il bicchiere, e
Hickok saltò su dalla sedia, le mani pronte sul calcio delle pistole.
Quando si fu calmato, io dico: «Ma cosa ti rende così
nervoso?».
«Lasciarci la pelle» dice, così, semplicemente, e prende
un sorso. Poi mi guarda, con un sorriso divertito negli occhi
azzurri, e dice: «Magari sei tu che hai questa intenzione».
Questo solo per farmi ridere, e io dico: «Sei stato tu a invitarmi
a bere».
Dice: «Guarda, dimmelo chiaro, è stato Tom Custer a
mandarti qui? Perché, per quanto mi riguarda, quella è una
storia passata. Ma se lui vuole ricominciare, non deve mandare
qualcuno con la S&W nella fondina di pelle di vitello.
Te lo dico per il tuo bene, amico».
Ne fui offeso, perché ero orgoglioso di quella mia arma
nuova, e mi dava noia che si pensasse che io lavoravo per
qualcuno chiamato Custer.
Dico: «Bada bene, Hickok. Io non sono il servo di nessuno.
Se devo ammazzare, lo faccio per mio conto. Se ti vuoi
battere, buttiamo via le pistole e facciamo a cazzotti, anche se
tu sei grosso come un cavallo».
«Calmati» disse. «Non volevo offendere la tua sensibilità.
Permettimi di offrirtene un altro.» Chiamò il barista, ma
questo individuo era andato nel magazzino, sul dietro e non lo
sentì; allora Wild Bill mi chiede se per favore io vado a prendere
la bottiglia.
Sempre seccato, io dico: «Ma che sei zoppo?».
Risponde, in tono di scusa: «Non mi va di farmi sparare
alle spalle». E subito aggiunge: «No, non voglio dire che sia
tu quello che spara. Io ti credo, amico. Ma degli altri non mi
fido».
E alludeva a quella decina di persone inermi che in quel
momento erano nel saloon insieme a noi. Il locale non era
affollato, essendo di pomeriggio. C'erano quattro a un tavolo
che giocavano a carte: altri due o tre in fondo al bar. E rammento
anche un tale ubriaco fradicio in mezzo alla sala. Aveva
testa e spalle abbandonate sul tavolo, in una pozza di whiskey
versato, come un oggetto abbandonato in un'acqua stagnante.
Allora provai disprezzo per questo Wild Bill, pensando
che era un vigliacco se non se la sentiva di traversare una
stanza così pacifica. Poi mi venne in mente che fingesse. Forse
aspettava che voltassi io la schiena, per potermi sparare.
Ecco un buon esempio della sospettosità che s'impadronisce
dei pistoleri. Ci ero cascato anche io, e subito, solo trovandomi
vicino a Wild Bill. Ti senti il corpo come se fosse un
unico nervo vivo. In quel momento uno dei giocatori di carte,
che aveva appunto vinto una posta, mandò un grido di trionfo,
e Hickok, ma anche io, saltammo su dalla sedia, cercammo
le pistole - e lui aveva ragione, a proposito della mia fondina
di pelle di vitello, attillata come un guanto: più svelto tiravi,
più stringeva la rivoltella.
Dico: «Avevi ragione tu».
Hickok dice: «Le fondine non mi hanno mai bloccato».
Ora che ha scoperto questa mia deficienza, finalmente capisco
che si fida di me. «Le armi portale sempre alla cintola. Devi
trovarti un sarto che ti ci faccia una fascia, ma davvero liscia e
niente bretella, e naturalmente il panciotto va tagliato in modo
che le punte non si sovrappongano. E» continua «guarda
come è fatta la mia giacca, in modo che si apra bene a destra
e a sinistra.»
Dico: «Una cosa sola mi chiedo, se quando cammini le
pistole non ti scivolano giù e non ti vanno a finire dentro i
pantaloni».
Dice: «Ah, devi aprire la bacchetta e fissarla all'orlo dei
pantaloni».
Tutti questi suoi discorsi tecnici mi stavano scaldando, perché
un uomo si lascia affascinare dalla propria specialità e dagli
arnesi del mestiere. Bill si mise a farmi una lezione vera e
propria sulle prerogative dei vari mezzi per tenere al posto
suo una rivoltella: fascia di seta, bretella alla spalla, nascondiglio
sotto il panciotto, fondina di cuoio nella parte interna del
braccio, tasche posteriori guarnite di pelle e così via. Sostenne
anche di conoscere un tale che portava una pistola piccola all'inguine,
e quando era messo alle corde, chiedeva la grazia di
fare una pisciata prima di morire, si apriva la patta e apriva il
fuoco. Il guaio fu la volta che ebbe troppa fretta e si portò via
le parti virili.
Quel pomeriggio imparai un sacco di cose. Avevo pensato
d'essere piuttosto svelto con la pistola prima di arrivare a
Kansas City, ma al confronto con Wild Bill Hickok ero abbastanza
rozzo. Naturalmente capivo che lui era un fanatico.
Deve essere fanatico uno che si perde a parlare di fondine, di
cartucce, di lunghezza della canna, di limare il dente d'arresto
del cane per sparare più in fretta e la tecnica per premere il
grilletto o di sparare agendo sul cane eccetera. Si era scordato
il bicchiere e anche i suoi sospetti e cominciò a chiamarmi
«socio», «capo», al posto di quel sinistro «amico».
Dopo un po' mi stancai, ma lui dice: «Siediti, vecchio,
vado io a prenderli». E si dirige al bar, nonostante il fatto
che il proprietario era da un pezzo rientrato dal magazzino e
avrebbe potuto portare lui la bottiglia.
Una cosa mi divertiva: Wild Bill si portò dietro quel suo
cappello di seta, anziché lasciarlo dov'era. Credo che questo fosse
l'ultimo pezzetto di sospetto nei miei riguardi, che magari
io glielo portassi via. O forse lo fece solo perché non voleva
dimenticarselo e sedercisi poi sopra tornando.
Adesso era giunto a sei palmi dal banco e stava per fare
l'ordinazione quando l'ubriaco di cui ho già detto all'improvviso
si tirò su e mostrando in capo al braccio che era rimasto
piegato sotto il suo corpo una pistola, la puntò contro la schiena
alta e larga di Hickok, e tirò il grilletto. Direi che la distanza
era sui quindici palmi. Fu una cosa svelta. Voglio dire
che se tu avessi starnutito non ti saresti per niente accorto di
quel che era successo, perché un istante dopo l'ubriaco era di
nuovo steso nella stessa esatta posizione da cui era emerso,
con la differenza che stavolta versava sangue da un forellino
in mezzo agli occhi, sangue che andava a mischiarsi con il liquore.
E aveva sparato anche lui, solo che la sua pallottola andò
a ficcarsi nel soffitto, perché nel tempo che gli era occorso a tirarsi
su e a premere il grilletto, Wild Bill lo aveva visto nello
specchio dietro al banco, si era voltato, aveva passato il cappello
di seta nella mano sinistra, mostrando la pistola che aveva
tenuto sotto il cappello, nella mano destra, e aveva ucciso
quell'uomo. Poi si mise il cappello in testa, e andò a ispezionare
il cadavere. Gli altri fecero crocchio, e dopo un poco arriva
lo sceriffo Tom Speers e Speers dice: «Lo conosci, Bill?».
«No» dice Hickok espellendo il bossolo vuoto e sostituendolo
con una cartuccia carica. Poi alza le spalle, prende la
bottiglia da sopra il banco e torna da me.
Qualcuno dice: «È il fratello di Strawhan».
Ora questo fatto mi aveva un poco agitato, perché io non
ero estraneo alla violenza, ma non ero venuto a cercarla proprio
qui. Ingozzai il whiskey che Hickok mi aveva versato
con la sua mano ferma, tossii, e dico: «Questo nome ti dice
qualcosa?».
Di nuovo alza le spalle, sorseggia il suo whiskey, e ha
l'occhio greve, come uno che sta per addormentarsi. Alla fine
risponde: «Mi rammento un uomo che si chiamava così, a
Hays».
«Avuto qualche pasticcio con lui?»
«Lo ho ammazzato» dice. «Ora, a proposito di quella
tua S&W. È una bellissima arma, ma ha una certa tendenza
ad incepparsi, per via delle cartucce. Io la lascerei perdere e
mi cercherei qualcosa d'altro: per esempio una Colt, nella
versione Thuer...»
Intanto Speers aveva indotto due tali a portare via il cadavere
e dice a Wild Bill: «Passa da me più tardi, quando hai
un minuto libero».
Immagino che lo sceriffo dovesse fare il rapporto. Hickok
lo saluta con la mano, la sinistra naturalmente. Avrei dovuto
capire che stava per succedere qualcosa quando era andato al
banco con il cappello nella destra, la mano riservata sempre
alla pistola: la teneva sempre libera, in qualsiasi circostanza.
Una sola eccezione, quando stringeva la mano, nel qual caso
appena ti sfiorava le dita per ritirare subito la mano.
Non quel pomeriggio, ma in seguito chiesi a Wild Bill se
davvero fosse insospettito da quell'ubriaco, o se sempre traversava
una stanza tenendo in mano la pistola.
Rispose: «Ma certo. Io sospetto chiunque abbia fuor di
vista la mano che spara, anche se è morto. Novantanove volte
su cento mi sbaglio; ma una volta su cento ho ragione io, e
questo mi ripaga del disturbo».
Hickok era uno straordinario osservatore di tutto ciò che
riguardasse l'ammazzare. Adesso si accorse di come ero turbato
dall'incidente, anche se io credo che non se ne sarebbe avveduto
se fossi andato al gabinetto, e poi ritornato. Somigliava
a un indiano, per questa sua esclusività mentale. Per esempio,
non reagì affatto alla qualità del whiskey che stava bevendo,
che era abbastanza schifoso. E poi mi resi conto che aveva
parlato del generale e della signora Custer in quel modo che
m'era parso interessato solo perché sospettava che fosse mia
intenzione farlo fuori e cercare prima di guadagnar tempo. In
realtà non gli importava nulla di quei due, come non gli importava
di nessuno.
Ma riusciva anche a essere cortese con te, se entravi nella
zona della sua ossessione. E allora mi dice: «Per un uomo è
più duro vederle che farle, di queste cose. Sarà meglio che tu
ti trovi una donna. Vieni, ti faccio vedere il miglior locale della
città».
Dovette prima fermarsi al ristorante a mangiare una gran
bistecca, perché diceva che è buffo, ma queste cose gli mettevano
appetito, ma a parte quei due accenni, non sentii mai
Wild Bill dire di aver sparato al fratello di Strawhan, anche
se in strada e al ristorante, diversi individui che lo avevan saputo
gli fecero le congratulazioni, e altri si tirarono di lato.
Il posto dove mi portò era una sala da ballo, e quando
ci arrivammo calava già la sera, perché lui mangiava la bistecca
lentamente e con grande soddisfazione e poi si fece portare
un pezzo di torta, e ci volle tanto tempo che io ritornai
normale, perché dopo tutto un ammazzamento, per me, non
era cosa nuova. Mi feci portare prosciutto affumicato perché la
bistecca mi parve troppo dura. Ma non fu molto meglio il
prosciutto, potrei aggiungere, e me ne lagnai con il personale,
mentre a Hickok la bistecca parve eccellente.
Poi andammo alla sala da ballo, e come ho detto era presto,
con noi due soltanto in veste di clienti, e le ragazze arrivano
da una porta in fondo, strascicando i piedi, sbadigliando,
stirandosi, perché immagino si fossero alzate soltanto allora,
dopo aver dormito tutta la giornata. All'ingresso vedo una
scritta che dice: si prega di consegnare le armi da fuoco,
e quando passammo noi, un omaccione in camicia a righe
esce e afferma: «Scusate, ragazzi, ma vuol dire proprio quello
che c'è scritto».
Wild Bill gli dà una guardata con i suoi chiari occhi azzurri
e chiede: «C'è in giro Dolly?».
«Dovete consegnare le armi» dice l'omaccione. E siccome,
penso io, dovevo pur ammettere che Wild Bill era tipo da
incutere rispetto, spiega: «In mano mia sono al sicuro. Vedete,
a ogni pezzo attacco questa targhetta e ci scrivo a chi appartiene».
Si fruga nella tasca del panciotto, sicuramente per
prendere targhetta e matita, e conoscendo i principi di Wild
Bill io pensai: Dio mio, ora se ne parte un altro.
Comunque, proprio in quel momento comparve un donnone.
Sui quaranta, massiccia, con il petto grosso, e il vestito
di satin rosso tagliato basso per mettere in evidenza il burrone
fra i due seni. Aveva una gran crocchia di capelli neri e un accenno
di baffi, dello stesso colore.
Grida: «Billy!» con voce di basso, si fa avanti e si aggrappa
a Hickok premendogli il petto contro la giacca e piantandogli
un gran bacione sulla guancia. Poi dice all'uomo:
«Per il signor Hickok si fa eccezione».
«Hickok» dice lui e la faccia gli va in pezzi mentre cerca
di farsi piccino. E questo sta a dimostrare come funzioni una
reputazione. Quello era buttafuori di professione, e la sua professione
la faceva anche bene: lo vidi poi sistemare tre tangheri,
tre cacciatori di bufali, ubriachi, servendosi d'un modesto
manganello. Ma non appena sentì quel nome magico, fu a
terra lui, solo per avere di fronte l'uomo che portava detto
nome.
«Chi è questo tuo amichetto dal braccio corto?» chiede
la donna a Bill, così lui sente per la prima volta il mio nome
e glielo dice.
Allora Dolly mi agguanta, mi liscia il viso su quelle morbide
alture, e giuro che mi mette le mani sul didietro, e mi
preme contro le cosce che parevano due alberi. Non dico che
non fosse piuttosto interessante, perché era un bel tocco di
donna, anche se seccava un poco - come avere una zia che fa
la furba con te - e oltre tutto io dovevo badare al mio orgoglio,
e per questo la respinsi.
«Uuu» fa lei, facendo un certo verso con le labbra grevi.
«È timida, la nostra volpetta, no?»
Ridendo Hickok dice: «Gliela trovi una bella ragazza? È
nervoso, lo vedi». E allora lei chiama le donne, che erano parecchio
meglio di quelle che si trovavano allora nel West prima
di arrivare a San Francisco. Un paio erano addirittura carine,
e tutte sembravano piuttosto pulite, e non avevano addosso
segni di coltellate e di vaiolo. Il locale di Dolly era di
prim'ordine, bisogna riconoscerlo.
Le guardai, e qualcuna fece osservazioni poco pulite su di
me, mentre altre se ne stavano sulle sue o addirittura erano
fredde, perché il loro gruppo doveva soddisfare tutti i gusti,
ma quella che scelsi non era né sfacciata né altera. Era il tipo
di ragazza dall'aria triste e pensosa, piccola e sottile di corporatura,
coi capelli fra il rosso e il castano che sembravano arricciati
con il ferro e riusciti stopposi. Sotto gli occhi si scorgeva
appena un accenno di lentiggini. Portava un vestito rosso
che mostrava le spalle e le gambe fino al ginocchio, e i tacchi
delle scarpette erano troppo alti e le stortavano un po' le
gambe.
Non è piccante, vero? Infatti lei non lo era. Ma neanche
io avevo bisogno di una puttana, a questo punto. L'idea era
stata di Hickok, non mia; e io ti dico che quando un tipo come
lui proponeva qualcosa, tu la dovevi prendere in considerazione,
specialmente se un minuto fa tu lo hai visto sparare a
un uomo con tanto poche cerimonie.
Così, anche non provando nessun desiderio, scelsi questa
ragazza che era la meno desiderabile nelle faccende carnali, e
danzammo al trapestio di un uomo calvo sopra un minuscolo
piano, un uomo a cui la gente si rivolgeva chiamandolo «professore».
Io non sono un gran ballerino, e nessuno ti chiedeva
d'esserlo in un posto simile, dove la tua dama sporgeva avanti
la pancia e la girava contro la tua per un minuto, e poi ti tirava
fuori, giù in fondo, nella sua stanzuccia, anzi nella sua cuccia,
donde l'espressione "ragazza da cuccia”.
E proprio questo fece la ragazzina non appena cominciò la
musica, cominciò a macinarmi, solo che non aveva una pancia
degna di questo nome, e anzi quasi mi graffiava con i suoi fianchi
ossuti, e siccome ero ossuto anch'io, l'ultima cosa che potesse
venirmi alla mente era la lussuria. Così la spingo via, e
intanto cerco di saltellare un poco dentro i miei stivaletti pesanti,
perché il professore stava suonando un motivo allegro,
ma lei capisce sbagliato, cioè che io volessi filare verso la cuccia,
e stancamente, meccanicamente, eppure con forma risoluta,
mi tira fin giù in fondo.
La stanzuccia conteneva un letto di ferro, e una sedia
sgangherata che sarebbe crollata se ci fosse stato lo spazio necessario,
perché la sedia completava lo spazio fra letto e muro,
e in quanto alla lunghezza della stanza, lo capirai se ti dico
che la porta doveva di necessità aprirsi verso la sala.
Accese una lampada a petrolio appesa al muro, e io mi
misi sul letto, perché non c'era altro posto dove mettermi, e
con un movimento solo quella si sfila il vestito, lo appende a
un uncino, e nuda come mamma l'ha fatta mi si siede su un
ginocchio.
Avevo visto che era molto giovane, ma soltanto adesso vedevo
quanto fosse giovane. Il seno piccolo e piatto, i fianchi
sottili e i ginocchi ossuti; non era soltanto ossuta, era poco più
che una bambina, una condizione che il belletto in faccia aveva
mascherato.
Le chiesi quanti anni aveva.
Dice: «Venti».
Mi tirai indietro per distanziare le nostre teste. «Non raccontare
balle» dico.
«Be', allora, diciotto.» Mi si mette anche più addosso e
comincia a lavorarmi al collo.
Allora la butto giù e mi alzo, cosa che un uomo più ampio
di me non sarebbe riuscito a fare, e io non so proprio in
che modo un uomo della lunghezza di Hickok avrebbe potuto
stare in piedi sotto un soffitto così basso.
Immagino che fosse preoccupata perché io stavo per andarmene,
e quindi mi assicura, costernata, che sapeva lei come
fare ogni cosa, qualunque cosa, e sinora nessuno si era mai lamentato.
Io dico: «Al momento voglio una cosa sola, la verità sui
tuoi anni. Al momento non mi serve altro, per via del fatto
che l'altro giorno mi sono preso lo scolo, ma il dollaro te lo
do lo stesso e volentieri».
«Dollaro?» esclama indignata, e tutta l'idea che mi ero
fatta di lei come sostanzialmente innocente e pensierosa comincia
a cambiare. «Disgraziato di un avaro, ce ne vogliono
cinque per calarsi i pantaloni, in questa casa.»
Dico: «Be', mi venga un accidente se io sarei disposto a
pagare cinque dollari per montare la regina di Russia». La
sua rabbia mi divertiva. Le lentiggini presero colore e i capelli
mi parvero più rossi. Mi fece venire in mente qualcuno.
Continuo: «No davvero, e men che mai una ragazzina ossuta di
quattordici anni».
«Sto per compiere i diciassette» dice. «E tu vattene col
tuo dollaro o chiamo Harry e ti faccio buttar fuori.»
Cera qualcosa che mi attirava in questa ragazzina. Ma
non era desiderio, perché io ho sempre preferito le donne stagionate
e sode, a quello scopo. Forse mi piaceva il suo temperamento.
Dico: «Vabbene, la tariffa è giusta. Ma ti dico subito che
cosa voglio in cambio. Voglio starmene qui a sedere il tempo
che occorre perché il mio amico creda che me la sono spassata.
Ti prendi i soldi, e non devi lavorare».
Per lei andava bene, quando vide che dicevo sul serio, e
strinse la zampetta sul danaro. Anzi, credo che le piacesse
molto di più così; a quei tempi capitavano di rado le occasioni
di fare cinque dollari stando a sedere.
E ora, una volta svelato lo zenzero che aveva in corpo,
non prese più quel tono opaco e malinconico di prima, che
era appunto la sua parte da recitare. Ho già detto che in questo
locale offrivano tipi di ogni genere. Credo che lei dovesse
attirare lo hombre a cui piace immaginare di coprire una servetta
dopo una giornata di duro lavoro, magari orfana per
giunta, nel sottoscala.
Ma dal vero era senz'altro impudente. Avrebbe potuto anche,
ormai, rivestirsi, ma non lo fece, si distese con le mani
dietro la testa e i ginocchi alzati nella luce della lampada a
petrolio. «Senti, non hai un sigaro?»
«Ma tu fumi anche?» dico. «Accidenti che dura sei,
tu!» La punzecchiavo per divertirmici. Dovevo ammazzare il
tempo e non sapevo che altro fare. Mi misi di nuovo seduto in
fondo al letto, dove c'era più spazio, perché lei stava distesa
per il lungo, ma era piccola e in più aveva i ginocchi alzati.
Dico: «Credevo di trovare, a Kansas City, ragazze più raffinate
e signorili».
Bene, parve che i suoi occhi verdi cominciassero a brillare,
poi se li coprì con il braccio e il suo petto scarno cominciò a
vibrare scosso dai singhiozzi. Mi sentii subito un verme, la
presi fra le braccia, me la tirai di nuovo sulle ginocchia e lei
pianse contro la mia spalla, afferrandosi a me come se fossi la
sua ultima speranza sulla terra.
«Via via» dico, dandole un bacio paterno nei riccioli rossi
e carezzandole la schiena nuda, ossuta. «Racconta i tuoi
guai allo zio Jack.»
Continua a singhiozzarmi per un po' sul collo, poi mi dice
quello che segue:
«Sono nata e cresciuta a Salt Lake City, da una delle famiglie
più rispettabili di quella città, mia madre si era sposata
quindicenne con un famoso capo mormone. Un nome che tu
riconosceresti subito, se te lo dicessi. Ora gli estranei hanno
un'idea sbagliata dei mormoni, per via del numero delle mogli
che prendono, ma io ti dico che a Salt Lake City non si
trova covo di iniquità come questo. Mia madre era l'undicesima
moglie di papà, e tu guarda noi ragazze, qui da Dolly, bisticciamo
di continuo fra di noi, mentre mia madre non scambiò
mai una parola dura con mio padre. Avevo quindici sorelle
e venticinque fratelli, e abitavamo in una casa che era come
un albergo. Non facevamo altro che lavorare e pregare, dalla
mattina alla sera.
«Fino all'età di quattordici anni credo che sulla faccia
della terra non vi fosse ragazza più pura di me, perché io consideravo
il corpo umano come il tempio sacro di Dio e non
avrei osato profanare la mia mente con pensieri che non fossero
sanissimi. Ormai ero diventata piuttosto graziosa. Un giorno
le madri mi mandarono da una vicina a chiedere dello zucchero
in prestito. Il nostro vicino era anche lui un anziano
mormone, di nome Woodbine, che aveva solo sei mogli e dieci
figli, e siccome tutte le donne e i ragazzi in quel momento
erano a lavorare nei campi, in casa c'era soltanto l'anziano,
un cinquantenne con una gran barba nera.
«"Amelia, vero?” dice e mi fa entrare. ”Che bella ragazza
sei diventata. Lo zucchero credo che sia nella dispensa.” Così
mi ci accompagna e dice: "Credo che sia sul ripiano più alto.
Ora ti sollevo”. E mi solleva con le sue manone, e per allora
non successe altro, ma quando mi calò giù era acceso in viso e
col fiato grosso, eppure io non pesavo molto, te l'assicuro.
«Ma un paio di giorni dopo, mio padre mi chiama alla
sua presenza e mi informa che l'Anziano Woodbine vorrebbe
prendermi come sua settima moglie. Non servì a nulla protestare,
perché mio padre aveva già deciso, e io non osavo oppormi
a lui, e perciò quella notte stessa scappai di casa.
«Bene» continuò a dire singhiozzando solo a ripensarci.
«Molte volte mi sono pentita della mia stoltezza, perché nei
due anni seguenti ho visto quasi soltanto il lato peggiore dei
Gentili, molti dei quali barbuti e vecchi quanto l'Anziano
Woodbine, e alcuni dal corpo peloso come quello di un orso;
e invece di ridurmi a strumento del piacere di qualsiasi uomo
che venga alla porta, avrei potuto essere una onorata moglie
mormone».
Poteva anche essere vero, direi, se non fosse stata la tipica
storia che ti raccontano tutte le puttane: vengono sempre da
famiglia ottima, a sentir loro. L'accenno a Salt Lake City e ai
mormoni non poteva destare in modo spiccato la mia attenzione,
anche se forse tu rammenti l'idea di mio padre di andare
nell'Utah, e quella fu la ragione per cui mi misi con i Cheyenne
ed ebbi tutte le successive avventure.
Ma mentre questa Amelia se ne stava seduta sulle mie ginocchia,
nuda come un uccellino, io notai che aveva un neo
nel cavo alla base del collo. Ora la singolarità era questa, che
mia sorella Sue Ann, la quale aveva tredici anni l'ultima volta
che la vidi, aveva un neo identico in quel punto preciso. Ho
già detto prima che questa sgualdrinella mi rammentava qualcuno.
Ma a parte questo neo, non era mia sorella, la quale era
più bionda e aveva tratti diversi.
Dico ad Amelia: «Può darsi che io abbia qualche parente
a Salt Lake. L'ultima volta che li vidi, anni fa, intendevano
andarsene da quelle parti e diventare mormoni. Se poi l'han
fatto, tu dovresti aver sentito parlare di loro».
Lei alza la testa e mi guarda fisso. Per quanto avesse pianto,
aveva gli occhi asciutti, ed era riuscita a trasferire buona
parte della cipria e del rossetto sul bavero nero della mia
giacca. In fondo aveva le lentiggini quanto me, sotto quella patina;
e i capelli erano nettamente rossi.
«Che nome hai detto?» chiede con un'occhiata obliqua.
«Non l'ho detto,» dico io «ma se lo vuoi sapere, il nome
era Crabb. Si trattava di mia madre e di mia sorella Sue Ann,
che secondo me dovrebbe avere... be', una trentina d'anni, e
poi Margaret, un poco più giovane...»
«Sue Ann» esclama Amelia. «È il nome di mia madre!»
Si mette a ridere, a scuotere la chioma e poi ricomincia
a piangere, abbracciandomi al collo.
Soltanto allora, finalmente, capii a chi somigliava: a me.
«Dunque tu sei zio Jack!» dice.
Dico: «E ora sarà meglio che tu ti rivesta».


CAPITOLO 21.
MIA NIPOTE AMELIA.

Direi che fra tutte le cose che mi successero, questa fu per
me quella che mi diede la svolta decisiva: incontrare mia nipote
in quelle condizioni. Pensa se avessi... mi veniva la pelle
d'oca solo a pensarci. Avrei dovuto farmi saltare le cervella,
credo, perché mi venga un accidente se mai fui un degenerato.
Ora più la guardavo, più mi veniva ovvia la parentela:
non m'importò mai di avere il naso storto come se qualcuno
m'avesse dato un pugno in faccia da bambino, quando ero piccolo
e malleabile, ma lo sai, vidi questo stesso tipo di naso in
questa mia ragazza-nipote e mi sembrò attraente. Sentivo veramente
la parentela con lei, ed è per questo che la scelsi fra le
altre, anche se non mi attraeva in senso carnale.
Questo è l'aspetto positivo della situazione. L'aspetto negativo
è che faceva la puttana. Era impossibile ignorare questo
fatto, e mi faceva provare parecchia vergogna. Non sapevo
che cosa fare, e allora dissi di nuovo: «Vestiti». Ma gentilmente,
come si conviene a uno zio, e presi il suo vestito dal
gancio, e mi voltai mentre lei se lo metteva.
Soltanto allora, all'improvviso, mi sentii imbarazzato dalla
mia presenza in un posto simile. Strano, vero, che sentissi di
dovermi scusare con lei? Dico; «Amelia, voglio che tu sappia
che io sono venuto qui soltanto per fare un favore a quell'altro».
«Il signor Hickok» dice. «Sì, è sempre da queste parti.»
Io dico: «Voglio portarti via da questo posto. A cominciare
da questo momento, tu non sei più una ragazza da cuccia.
Ecco, fra una settimana avrai dimenticato tutte le tue sfortunate
esperienze, e fra sei mesi sarai una bella signora».
Infatti m'era venuta questa idea, proprio lì dentro. Per tutta
la vita avevo desiderato un po' di classe, e intendevo realizzarla
in questa mia nipote. Volevo metterla in una di quelle
scuole dirette da qualche zitella. Avevo di già un mio gruzzoletto,
e secondo quello che sentivo dire dai cacciatori di bufali,
c'era da far quattrini con quel mestiere. Fino a due o tremila
dollari in una sola stagione da settembre a marzo, che la maggior
parte di questi uomini avrebbe portato a Kansas City, a
spenderci in whiskey e donne un'intera estate. Ma non io. Io
avevo uno scopo, il riscatto di Amelia. Avevo perso due famiglie
in circostanze violente; ora avevo trovato i princìpi di una
terza famiglia in una casa malfamata.
Ma prima bisognava uscire da questa casa. Prevedevo che
ci sarebbe stato qualche guaio, e levai la pistola dalla fondina
e me la misi alla cintola come m'aveva consigliato Hickok.
Ma poi pensai che se ci fosse stato da sparare, poteva toccare
qualcosa anche ad Amelia. Meglio pagare. Cosa che si può
sempre fare, quando sei fra gente bianca.
Così cercai il mio gruzzolo, e non lo trovavo, eppure prima
l'avevo pagata con quei cinque dollari. Ero sicuro di averlo,
il gruzzolo, nel panciotto.
Dico: «Amelia, hai visto dove ho messo il danaro?».
Fin qui ho parlato soltanto delle reazioni mie. E questo
perché la rivelazione della nostra parentela aveva messo mia
nipote in uno stato di choc. Si era rivestita e adesso si
ravversava i capelli con le dita, e quando in poche parole le spiegai
la mia intenzione di tirarla fuori di lì, aveva accolto le mie parole
con un sorriso vago che le impegnò soltanto la bocca. Ma
adesso ripiglia la sua espressione acuta e dice: «Forse è caduto
ed è rotolato sotto il letto».
Così io mi chino a guardare, e lei spalanca la porta e fa
l'atto di uscire, di corsa, ma il vecchio zio si rivela più svelto
di quel che lei aveva pensato. La presi per una caviglia e la
trattenni.
«Credo che mi ci vorrà del tempo per raddrizzarti. Ora
tira fuori il malloppo o te lo faccio tirar fuori a furia di botte.»
Lo tira fuori dai capelli. Ce lo aveva messo mentre raccontava
la storia degli anni fra i mormoni, e mi teneva abbracciato,
e intanto mi frugava nelle tasche. Non ero arrabbiato, se
pensavo alla compagnia con cui era vissuta per due anni, povera
bambina.
Imboccammo una scala e salimmo in camera sua, che era
poco meglio della cuccia, e lei raccolse qualche misero suo oggetto,
la cipria e il resto, mise tutto in una valigia di cartone,
e io le feci indossare qualcosa di meglio del suo vestito da puttana,
e tenendola saldamente sottobraccio, la guidai di sotto e
poi verso l'uscita, e per far questo ripassammo per il salone, e
adesso da tutte le stanzucce venivano rumori e la pista da ballo
era affollata da uomini ubriachi e chiassosi, e per questo io
capii che era giusto fargli lasciare all'ingresso le armi da fuoco,
altrimenti in quattro e quattr'otto si sarebbero ammazzati
l'un con l'altro. Fu allora che vidi il buttafuori Harry che picchiava
in testa a quei tre cacciatori di bufali, per buttarli poi
per strada.
Amico, portai via Amelia ed entrai nell'ufficio accanto all'uscita.
Dolly c'era ancora, ma Wild Bill non c'era più. Rammento
che quando entrammo stava ricucendo una frusta di
cuoio. Se si azzarda a darmela in testa, a me o ad Amelia, mi
dico, le metto in corpo cinque pallottole, anche se è donna.
Alza gli occhi, sorride coi baffi e dice: «Divertiti,
Bracciocorto. Perché non ne prendi un'altra, sii bravo. Per qualche
tempo Billy rimane di là».
«Guarda, Dolly» dico io. «Mi porto via questa bambina.»
Mi vergognavo di parlarle della nostra parentela. Dissi
soltanto: «Non cercare di fermarmi».
Fece un nodo in cima alla frusta e se la batté sulla mano.
«E perché dovrei farlo? Questa è la casa della libertà.» Fa
una risata rauca e a gran passi esce, traversa la pista di ballo
affollata, verso l'interno; gli ubriaconi le facevano ala, scostandosi,
come quando una grossa nave entra nel porto di San
Francisco e la flottiglia più piccola deve cedere il passo.
Portai Amelia all'albergo dove ero alloggiato, e il portiere
si mise a ridere coi suoi denti guasti, ma io lo fermai subito
chiedendo per lei una stanza accanto alla mia, al secondo piano,
e andammo su, e io scoprii il letto, fiutai la caraffa sul tavolo
per vedere se l'acqua era fresca, le diedi una camicia da
notte mia, perché non aveva un abbigliamento decente per
andare a nanna, e poi ci fu il bacio della buonanotte, sulla
fronte.
Tutto questo Amelia accettò docilmente, senza dire una
parola; forse perché non si era ancora riavuta dalla sorpresa di
questa parentela.
Ero troppo eccitato per dormire molto, quella notte. Sul
registro dell'albergo scrissi «Amelia Crabb». Ignoravo il suo
nome mormone, né volevo saperlo. E neanche ero veramente
curioso di sapere altro, sulla sua vita precedente - neppure
della sua mamma, cioè mia sorella Sue Ann. Ero stato troppo
tempo lontano da questi che formavano la mia famiglia regolare.
Mi deprimeva un poco pensare alla loro vita a Salt Lake
in mezzo ai Santi-dell'ultimo-Giorno, essendo cosa estranea a
quel che io conoscevo. Andando all'albergo avevo chiesto ad
Amelia della mia mamma, cioè la sua nonnina, e lei mi disse
che non se ne ricordava, quindi io capii che doveva essere
morta. Non voglio dire con questo che fossi privo di sentimenti,
ma adesso tutto quello che avevo faceva centro su questa
ragazzina, e più per quel che sarebbe diventata che non
per come era adesso. Una persona a cui badare. E avrei fatto
meglio che in passato. Qui non c'erano indiani che dessero
pensiero, e neanche l'esercito degli Stati Uniti. E con gli altri
avrei saputo cavarmela, persino con Wild Bill Hickok, all'occorrenza.
Il giorno dopo, sul tardi, perché Amelia in quel bordello
s'era fatta l'abitudine di dormire di giorno, uscimmo e le comprai
dei vestiti, fra cui un abito abbottonato fino alla gola; con
la faccia ben lavata questa ragazza non l'avresti presa per altro
che per una di buona famiglia. Era pallida, senz'altro, ma proprio
questo la faceva apparire più rispettabile, perché a quei
tempi una signora non si faceva mai toccare la pelle dal sole.
Allora capii che non avremmo dovuto stare in quell'albergo,
perché non solo era pieno di scarafaggi o roba del genere,
ma sorgeva nella parte più rozza della città, con accanto un
paio di saloons, e c'erano dei tangheri sempre seduti lì davanti,
a sputare per terra sugo di tabacco, e qualcuno di loro poteva
anche aver conosciuto Amelia da Dolly. Così perbacco me
ne andai nel posto più bello di Kansas City, con bei lumi a
gas e velluti nell'ingresso e soprammobili dorati, e presi in affitto
due stanze comunicanti con in mezzo un bel salottino. Mi
deve essere costato sette, otto dollari al giorno, forse di più.
Non ricordo. Ricordo che la direzione si fece venire la puzza
al naso, ma io spandevo quattrini come se fossero semi e subito
cambiò questo atteggiamento.
Amelia non mi diede pensieri, perché è straordinario come
si avvezzò a questa nuova vita. Immagino che l'educazione dei
mormoni non fosse poi stata molto male, come base, e a questo
lo spirito naturale aggiunse il resto, aggiungendoci quello
che prese dai giornali di moda femminile che le compravo, e
lo studio che fece delle donne di alta classe che alloggiavano
nello stesso albergo: mogli e figlie di senatori, e quelle dei generali
dell'esercito e dei grandi commercianti. Seppe imparare
a camminare in una maniera tale che sembrava avesse le rotelle
sotto la gonna, e quando prendeva una tazza di tè la sua
bella manina si levava in aria come un uccello.
E carina, proprio carina si rivelò, con quel suo nasino
all'insù e la boccuccia, e i suoi capelli erano lucidi come
una foglia d'autunno, lavata dalla pioggia. Un paio di volte glieli
aveva acconciati un parrucchiere professionista. All'albergo
tutti gli uomini subivano il suo fascino, ma in modo discreto
e rispettabile, senza versacci e schioccar di labbra e roba del genere,
alla maniera dei cialtroni con cui sino a ora io me la facevo.
Certo, mi costava parecchio e in pochi giorni avevo sfilato
tanti di quei biglietti dal mio malloppo che si era ridotto sottile
come il dito mignolo, e dovevo ancora pagare il conto dell'albergo,
che cresceva di ora in ora, perché Amelia ordinava
di continuo roba da mandare su nelle nostre stanze. Ed era
giusto così, perché io volevo tenerla al chiuso fino a quando il
modo di vita della signora diventasse per lei un'abitudine che
sostituisse nel suo pensiero la vita di prostituta.
Ero andato sin adesso a diverse scuole, senza trovare quella
giusta, per varie ragioni: in certe, le zitelle avvizzite che le
dirigevano mi guardarono da oltre il naso aguzzo e mi dissero
che erano al completo per i prossimi cinque anni; e voglio
dirti una cosa, che ce ne furono alcune le quali mi fecero venire
in mente Dolly.
Ma dovevo trovare altro dinero da qualche parte. E la sola
cosa che mi veniva in mente, per farne, fu di andarmene nella
zona della piazza del mercato e di giocare a poker. Quei cacciatori
di bufali facevano delle gran partite, ogni notte: di solito
attaccavano dopo le dodici, quando rientravano dal teatro
o dalla sala da ballo, e continuavano fino al mattino. Quando
dico che erano partite grandi, intendo che con l'aiuto della
fortuna potevi alzarti dal tavolo alle quattro e mezzo antimeridiane
con due o trecento dollari in tasca. Stavolta andava bene,
dal mio punto di vista: potevo mettere a nanna Amelia e
poi uscirmene, giocare tutta la notte, rientrare prima dell'alba,
e nessuno ne sapeva niente. Infatti non volevo che lei sapesse
che suo zio era un giocatore: da questo genere di vita mero
giurato di proteggerla.
La prima notte che andai in piazza del mercato, incontrai
Wild Bill Hickok. Stava a sedere nel suo canto preferito di
quel saloon dove aveva ucciso il fratello di Strawhan, e quando
entrai mi salutò con la mano. Stava giocando a poker e
aveva proprio allora vinto una posta grossa.
Mi dice: «Ehi, ti avevo capito male. Non credevo che tu
fossi il tipo da tagliare la corda con una ragazza da cuccia».
Non mi piacque questo modo di alludere ad Amelia, ma
per protestare dovevo ammettere che la ragazza era parente
mia, e questo non volevo farlo.
Continua: «Sissignore, se tu sei forte nel poker come sei
forte nell'amore, mi faresti un piacere se ti siedi al nostro tavolo.
Tu» e indica l'uomo seduto di fronte a lui «dagli la tua
sedia».
Non ti dico la faccia che fece quell'uomo, eppure si affrettò
a obbedire. Ora, l'ultima persona che avrei voluto come
avversario alle carte era proprio Wild Bill. Mi sono dimenticato
di dire, sinora, che avevo intenzione di barare. So che certe
persone giudicano la disonestà al gioco delle carte come
uno dei peggiori peccati del mondo. E neanche io ammiro
molto questo vizio, ma pensavo che la mia situazione bastasse
a giustificarlo. Lo so che proprio questo dicono tutti quelli che
in qualche modo mancano di scrupolo nelle loro faccende, ma
qui io non voglio predicare la morale, qui io mi limito a raccontare
una storia, e appunto a quel tempo successe che io decisi
di barare con i miei avversari. Solo che non mi aspettavo
di giocare contro Wild Bill Hickok.
Così giocai pulito per un paio d'ore e verso le due del
mattino ero rimasto con cinque dollari. Allora mi feci forza e
pensai che la piccola Amelia era tutto quello che avevo al
mondo. O trovavo i soldi per fare di lei una donna per bene,
oppure Amelia ritornava là donde era venuta, nel qual caso
non m'importava di prendermi in testa una pallottola di Wild
Bill. Capii subito che in questo non avevo scelta.
Ebbene, quel Frank Delight che aveva preso una cotta per
Caroline ed era maestro di giochi d'azzardo, mi aveva mostrato
diversi trucchi che mettevano la sorte dalla parte dell'uomo
che li usava. In realtà non avevo fatto la pratica sufficiente a
manovrare l'asso-nella-manica, che gli esperti sanno far comparire
con una tale sveltezza che l'occhio non lo segue; e la
stessa debolezza valeva per lo scozzo, in mano mia. Allora decisi
di servirmi dell'anello-specchio. È un anello normale che
ha una superficie piatta, ben lustra, che riflette i segni delle
carte, quando tu le servi rovesciate. In questo modo sai quel
che hanno in mano i tuoi avversari'e puoi giocare di conseguenza.
Avevo comprato un anello d'ottone e con la lima avevo lisciato
un tratto di superficie lucida, pochi millimetri, ma sufficienti
perché, senza che nessuno lo scoprisse, mi trasmettessero
l'informazione. Finora non avevo osato adoperare questo anello,
ma quando feci io le carte, voltai il castone verso il palmo
della mano, mi passai le mani sulla giacca come per asciugarmi
il sudore, ma in realtà volevo lustrare il minuscolo specchio
all'interno della mano sinistra; e attaccai.
Subito cominciarono a scemare le vincite di Wild Bill, e
credo che fossero le cinque e mezzo del mattino quando finalmente
spinse avanti i resti del suo mucchio e con un sorriso
strano dice: «Be', amico, se sei bravo in amore come sei bravo
al gioco...». Gli si spegne la voce, si alza, se ne va via dal
saloon, verso il mattino, mostrando la schiena, e questo significava
che era proprio sconvolto.
Non ho ancora parlato di quei due altri tipacci che giocavano
con noi, essendo essi di quelli che stimavano privilegio
farsi battere da Wild Bill. Ce n'erano parecchi, lì attorno, di
ruffiani che a turno perdevano con lui, ogni notte. Ora, mentre
mettevo via la mia vincita - vidi poi che era un poco più
di cento dollari - questi uomini si scambiarono un'occhiata,
poi guardarono me.
E uno dice: «Mi rammento il povero Hank Franch. Anche
lui vinse con Wild Bill, a poker».
Io feci loro una smorfia e me ne uscii dal tanfo d'una notte
intera di fumo e di liquore. Uscii nella purezza del mattino.
Bisognava salvare la faccia, a quei tempi, e fui contento di
non averli presenti "quando vidi Hickok che aspettava fuori, in
strada, il cappello di seta inclinato in avanti, i capelli biondi
che gli ricadevano sulle spalle, le belle mani bianche fermate
per i pollici alle tasche basse del panciotto, con quel doppio
calcio di madreperla sporgente alla vita. Su per la strada veniva
un uomo che spingeva un carretto; in fondo alla piazza
qualcuno stava sellando un mulo, il quale gonfiava la pancia,
come fanno sempre i muli, in modo che il sottopancia non
stringa troppo, e il proprietario stava per dargli un calcio proprio
lì.
Amico, penso, qui li sconto tutti questi anni miei di spaccone,
perché ora Hickok mi fa fuori, per aver barato, e Amelia
se ne torna a far la puttana, e questo è un altro mio fallimento.
E stavolta Wild Bill aveva ragione, eppure non volevo cedere.
Non so perché, mi faceva paura, ma al tempo stesso la
sua presenza era per me una sfida.
Perciò uscii dalla porticina a ventola, in veranda, e gli dico:
«Mi stavi aspettando?».
Per un momento lunghissimo, da mozzare il fiato, mi dà
quel suo sguardo diritto, poi all'improvviso si lascia andare
e dice: «Via, amico, andiamo a mangiare qualcosa».
Mangiando la bistecca e le uova e le patate Wild Bill mi
dice: «Chi sa giocare a poker come te dovrebbe imparare anche
a maneggiare una pistola». Non so se me lo disse in senso
sarcastico oppure no, e neanche capii il motivo per cui si
offriva di farmi scuola gratis. Però accettai e ogni mattina, dopo
la partita, facevamo proprio quello: Wild Bill e io si mangiava,
poi a cavallo raggiungevamo la periferia della città, per
sparare. E io mi accorsi che pur portando la pistola da anni,
e pur avendola diverse volte usata, al confronto con Hickok
sapevo pochissimo di quest'arma.
Mi parlava ancora di questioni tecniche, sulle pistole, le
fondine, le cartucce eccetera, ma soprattutto facevamo pratica
di tiro e di velocità nell'impugnare l'arma. Capii che, prima di
portarci anche me, in questi posti veniva di certo da solo,
perché, come un bravo pianista, anche il pistolero deve esercitarsi
di continuo, altrimenti perde il giusto tocco. Ecco gli esercizi
che Wild Bill preferiva: far entrare un tappo nel collo di una
bottiglia e spaccare la pallottola in due contro il bordo di un
nichelino alla distanza di quarantacinque palmi, partendo con
le pistole ai pantaloni. Io tenevo un dollaro d'argento all'altezza
del petto, lo lasciavo cadere, e prima che toccasse terra
lui doveva estrarre la pistola, sparava e colpiva il nichelino in
modo tale che il piombo molle della 45 si spaccava in due
parti eguali.
Può darsi che le prime trenta volte che mi ci provai, non
riuscii neanche a colpire la tavoletta a cui stava fissato il nichelino,
oppure sparai la prateria, a destra e a sinistra della
bottiglia. Ma poi arrivai a sbagliare di appena sei dita, e sempre
a destra rispetto al bersaglio, così imparai a spostare sulla
sinistra ed ebbi il mio primo successo una mattina dopo una
settimana che andavamo là. Il mio successo fu col nichelino;
poi riuscii anche a ficcare il tappo nella bottiglia, che era più
facile.
Ma non riuscivo a farmi la mentalità di quello che tira
fuori la pistola più svelto di tutti, o di quello che spara meglio
di tutti, senza altro scopo. Prendi Wild Bill: la sola cosa per
cui era adatto era fare lo sceriffo: pattugliare le strade di una
città di vaccari, con la speranza che qualcuno gli facesse resistenza,
in modo da poter usare la pistola. Non poteva essere
neanche un fuorilegge, perché ai fuorilegge interessa più la
rapina che il maneggio delle armi, oppure, come nel caso di
Johnny Jump e della sua banda, l'assassinio, il macello. Insomma,
qualcosa di concreto. Ma stringi stringi, quella del
pistolero è una idea astratta, tesa a dimostrare quest'assunto:
io sono migliore di te. Può darsi che tutto questo sia leale,
perché non ci entrano grandezza e peso, e un nano è alla pari
con un gigante, quando tutti e due hanno in mano una Colt.
Ma la domanda è un'altra: come la metti quando incontri
uno migliore di te?
Proprio questo cominciai a pensare, perché non appena mi
fui migliorato, Hickok mi dice: «Certo, sparare alle bottiglie
è il meno. La prova vera è lo scontro da uomo a uomo. Ho
conosciuto tiratori di prim'ordine che si gelavano affrontando
uomini i quali non distinguevano il calcio dalla canna, e ci
morivano».
Giocavo a poker ogni notte, tutta la notte, ed è inutile dire
che vincevo, con il mio anello-specchio. Però non ero così
sciocco da esagerare troppo, con quel sistema. Dopo quella
prima volta, tenni basse le mie vincite, venti dollari una notte,
trenta la successiva, per poi magari scendere a quindici; e se
arrivavo ai cinquanta, ristabilivo l'equilibrio perdendo un cinque
o sei dollari la notte dopo. Nel complesso era una buona
rendita, ma non così cospicua da destare serio sospetto, anche
se naturalmente ogni successo in un gioco d'azzardo può essere
sospetto a quelli che ci hanno scapitato. Ma ero abile col
mio anello, e se i miei avversari cercavano qualcosa, cercavano
i soliti trucchi ovvii, come segnare le carte o tagliare il mazzo,
trucchi a cui assolutamente io non ricorrevo.
Poi prendevo quelle lezioni di tiro e dopo ritornavo all'albergo
e ci trovavo la piccola Amelia che si destava proprio allora
dal sonno, verso le otto, e io fingevo d'essermi appena alzato
e si prendeva il caffè che ci portava un inserviente nel salottino
fra le nostre due camere. Era davvero bello, ed ella
non pareva per nulla seccata da questa vita nuova, come io
avevo temuto, e io potevo permettermi di pagare i conti, e al
mattino potevamo andare a fare il giro dei più costosi negozi
per signora, e lei comperava altri vestiti, altri cappelli, altre
scarpe, e poi nel pomeriggio si prendeva la carrozza per andarcene
in giro, oppure si andava a passeggio nei parchi e sul
far della sera ci prendevamo i divertimenti dei signori veri:
concerti di piano e violino, letture di teatro eccetera.
Fra tutte queste cose, e i pasti, io cercavo di farci scappare
qualche sonnellino: ma in quel periodo non ne avevo gran
bisogno. Avevo ventinove anni, nel fiore della vita; avevo una
persona da raddrizzare, e qualche altra persona da
imbrogliare, ero amico di Wild Bill Hickok; facevo soldi, mangiavo
tutti i giorni, andavo vestito a dovere.
Ma la cosa principale era il mio affetto per Amelia. Per
quella ragazza avrei fatto qualunque cosa. Stava diventando
una tale signora che io son convinto che riportandola da Dolly
nessuno l'avrebbe riconosciuta. Non erano soltanto i suoi
bei vestiti, ma guardando le fotografie delle riviste e le signore
rispettabili nei migliori locali di Kansas City dove la portavo,
aveva appreso un portamento elegantissimo. Aveva un
collo piuttosto lungo e flessuoso, con una gran massa di capelli
rossi ben sistemati dalle forcine di madreperla e ambra: pareva
un meraviglioso nido di uccello posato su una colonna di
marmo.
«Zio Jack» diceva sempre, comparendo sulla porta della
mia stanza quando ci preparavamo a uscire. «Zio Jack, stasera
preferisci che mi metta il paletot o il basque oppure il sacque?» Erano tipi di soprabito per signora, a quei tempi. Io
non li distinguevo l'uno dall'altro, ma siccome mi lusingava
sentirmelo chiedere, sceglievo a caso, e lei seguiva il mio consiglio,
perché la sua gioia maggiore era farmi contento. Ora
considera il suo atteggiamento e poi considera l'atteggiamento
mio: io trovavo piacevole tutto quello che lei faceva, perché
eran sempre cose graziose e assennate, e la sua voce, che era
stata bruttina ai tempi della Dolly, adesso era graziosa come
quella di una sorgente che gorgoglia fra le felci. Provavo una
gioia immensa anche solo a vederla mangiare un buon piatto.
Voglio dirti quanto si era raffinata: quando masticava tu non
le vedevi i denti, ed era così silenziosa quando pescava con il
cucchiaio in una ciotola di minestra che tenendo gli occhi
chiusi non avresti capito quello che stesse facendo.
Tutto questo era riuscita a raggiungere da sola, perché
non sono cose che si possano insegnare a una persona, e lo sa
Dio se io sono buon insegnante di belle maniere. Ma dalla
mia esperienza con la signora Pendrake avevo imparato almeno
questo: quando vedo la classe, me ne accorgo, e per quanto
era in poter mio, riuscivo a incoraggiare Amelia quando
puntava nella direzione giusta, il che significa che dovevo
mantenere intatto il flusso del denaro, ciò che m'imponeva di
continuare a barare.
E così torniamo a Wild Bill. Non volevo mai giocare contro
di lui, e certe sere riuscivo a evitare la sua compagnia. Ma
lui veniva a cercarmi in tutti i saloons, e quando mi trovava,
faceva alzare un altro dalla sedia, la prendeva lui, e attaccava
a perdere. Era strano, troppo strano per il mio stomaco, e allora
dovevo non usare l'anello-specchio quando al tavolo c'era
lui, mentre ne profittavo al massimo in sua assenza, sì che la
serata, alla fine dei conti, era proficua.
Ma l'anello non mi dava certo carte migliori dei miei avversari,
ma semmai la cognizione di quel che essi avevano in
mano, e questo soltanto quando ero io il mazziere; era molto
meno disonesto che segnare un asso; ci voleva pure una certa
abilità, ed era soltanto la fortuna a determinare che carte toccavano
a ciascuno nella smazzata. Non so dire se la fortuna
mi aiutava di più o di meno quando usavo l'anello. Ma questa
è la stranezza: ogni volta che Bill sedeva al tavolo e io non
usavo più lo specchietto, cioè quando giocavo pulito, la fortuna
mia cominciava a farsi estrema, fantastica. Scale, scale reali,
tris, coppie, mi arrivavano come per magia.
Bill giocava ostinato. E sempre si andava a far colazione,
dopo, e poi a sparare; a parte quell'aria strana che gli vidi in
faccia la sera della mia prima vincita e che non abbandonò
fino a quando uscii dal saloon per incontrarlo in strada - e
sempre usciva per primo - non mi mostrò nulla che potesse
definirsi animosità, sospetto, disprezzo, invidia.
In quanto alle lezioni di pistola, immagino che gli servissero
a esercitare il suo orgoglio, rammentando concretamente,
dopo ogni seduta al tavolo del poker che, se anche aveva perso,
dominava nel più serio gioco d'azzardo che ha per posta la
vita o la morte. Infatti, anche se noi sparavamo alle monete e
ai tappi, non potevamo ignorare quante monete e tappi siano
simili, per diametro, all'occhio di un uomo.
In ogni modo io credo che quando Wild Bill Hickok affrontava
un uomo, gli guardava l'occhio come se fosse stato
un tappo.
Stavo diventando davvero bravo con la pistola contro quegli
oggetti inanimati ed ero anche svelto. Però la velocità in
sé era meno importante della precisione, perché, come diceva
Bill, quello che conta è saper mettere la pallottola dove vuoi
tu. Aveva visto un uomo veloce sparare tre colpi prima che
quello lento riuscisse a spararne uno; ma i tre erano falliti,
mentre il colpo del lumacone fece secco lo svelto.
Dice: «Certo, è qui che salta fuori la personalità; sia
svelto che lento, c'è il colpo giusto per ciascuna occasione, e si
ammazza o si muore a seconda di quanto tu sei prossimo alla
perfezione. Una volta deciso di sparare addosso a un uomo, la
tua mente si vuota, e la tua volontà, il tuo corpo, la tua pistola
diventano un solo strumento con un unico scopo. È come se
la pistola ti crescesse dalla mano, come se fosse il tuo dito a
sputare piombo e fumo. Anzi, è proprio questa la tecnica per
mirare; come se tu puntassi il dito per dare forza a quello che
dici. In un caso simile la persona ordinaria trova naturalmente
la precisione: attento la prossima volta che litighi, dice, se il
dito del tuo avversario fosse una pistola, tu saresti spacciato».
Una mattina montammo due tavolette uguali con incastrata
la moneta, arretrammo di venti passi e i due colpi furono
all'unisono, come una sola esplosione.
«Ehi» dice Hickok, guardandomi da sopra il naso a uncino
e i biondi baffi a manubrio. «Ti ho insegnato tutto quello
che si può imparare, qui. Per il resto ci vuole un bersaglio che
risponda al tuo fuoco.»
«Dev'essere stata fortuna» dico io, e dicevo sul serio.
Quell'esercizio lui poteva ripeterlo identico quando lo voleva,
mentre io sapevo bene di non poter riuscirci più di due volte
su cinque: uno può dire queste cose, di se stesso. Avevo anche
la sensazione precisa che non avesse usato tutta la velocità di
cui era capace.
«Io non credo nella fortuna» risponde, con quella voce
che pareva una frustata. Ma lascia perdere il discorso e
quando fu salito a cavallo per ritornare in città era quello di
sempre.
Wild Bill Hickok aveva amici devoti e nemici giurati.
Negli anni Settanta, nel Kansas, a fare il suo nome ottenevi
sempre una reazione forte, in un senso o nell'altro, e nelle risse
che si accendevano su di lui morì forse più gente di quanta
ne abbia mandata sotto terra lui. Certa gente, forse per invidia,
continuava a dire che in fondo Wild Bill era una pistola
di seconda classe, e per di più un vigliacco, e naturalmente era
maggiore il numero di quelli che gli attribuivano imprese impossibili.
Tenendo conto di tutto questo vorrei esporre la mia
esperienza accanto a questo uomo a Kansas City, nel '71. Non
che in quel periodo Wild Bill abbia fatto solo quel che io racconto:
giocò a poker anche con altri, e vinse. Ma io voglio
raccontare solo quello che seppi di lui personalmente. Se conto
i prò e i contro, ne vien fuori pari e patta.
Mi insegnò il maneggio preciso di una rivoltella. Ma se
anche non lo avessi mai conosciuto, è probabile che me la sarei
cavata bene anche senza questa specialità, non poi necessaria
quanto tu credi per sopravvivere alla frontiera. Prendi l'incidente
con il fratello di Strawhan; se Wild Bill non fosse stato
un esperto pistolero, sarebbe morto; ma se non fosse stato
un esperto pistolero, il fratello di Strawhan non sarebbe neanche
venuto a cercarlo. Insomma, cosa fece, ma per davvero,
Hickok per me? Mi insegnò forse come salvare la pelle? No,
semmai mi diede i mezzi per rischiarla.
Provai un curioso sollievo quando furono terminate quelle
lezioni, e non so come cominciai a pensare che non l'avrei visto
mai più neanche al tavolo del poker. E così fu per un paio
di notti, e un tale mi disse che a Hickok era stato offerto un
posto di sceriffo ad Abilene, che era una di quelle città nuove
sulla ferrovia, dove quelli del Texas portavano il bestiame da
caricare, e quando arrivavano lì i cowboys prendevano la paga
e facevano un gran baccano, con il whiskey, le puttane e le
pallottole, e poco tempo prima avevano ammazzato l'allora
sceriffo Tom Smith, detto Fiume dell'Orso, il quale voleva imporre
la legge a suon di cazzotti. Per questo adesso Abilene
voleva assumere un pistolero.
«Credi che accetterà?» chiesi.
«Di certo» disse questo tale. «Dopo il fratello di Strawhan
non ha più ammazzato nessuno.»
Questa era un'opinione tipica nei riguardi di Hickok: che
gli piaceva mandare la gente sottoterra. Era un'idea che piaceva
a tanti dei suoi ammiratori, perché in qualsiasi comunità
bianca è grande il numero degli individui che hanno nel cuore
l'assassinio, ma si stimano troppo deboli per praticarlo di persona,
e perciò si prendono come sostituto un uomo come Hickok.
A un Cheyenne piace ammazzare, ma non piaceva a
Wild Bill: gli era indifferente. Aveva dato un'occhiata al cadavere
del fratello di Strawhan solo per accertarsi se non fosse
necessario un altro colpo. Anzi, io credo che a Hickok non
piacesse nulla. Per lui la vita consisteva nel fare quel che era
necessario, e di continuo confrontava le sue imprese con quell'idea
di perfezione del colpo per ogni occasione. Era quel che
si dice un idealista.
Un paio di giorni dopo si vide che era sbagliata la mia
supposizione che avesse lasciato la città, perché avevamo appena
attaccata la nostra solita seduta notturna al tavolo del poker
quando entrò a grandi passi nel saloon l'alta figura di
Hickok, e si tirò di lato, in modo che la sua schiena non fosse
in linea diretta con la porta, mentre lui dominava il locale, come
del resto faceva sempre. Era vestito di nuovo; non più la
giacca a code, ma una bellissima, morbida casacca di pelle che
gli arrivava alle ginocchia, ricamata al colletto e ai polsini,
con la pelliccia e quattro dita di frange ai bordi. Alla vita portava
una fusciacca di seta rossa, annodata è sfrangiata. E nella
fusciacca, sopra le anche, le sei colpi dal calcio di avorio. L'uno
e l'altro calcio sporgevano in avanti.
Sapevo che cercava me: non serviva a nulla cercare di nascondersi,
così lo saluti a voce alta, e lui viene a sedersi, e naturalmente
io per tutta la notte vinco, in modo perfettamente
pulito, senza usare l'anello, e verso l'alba lui mi "vede” cento
dollari e mi mostra un full di assi.
Al che io dico: «Ho una doppia coppia».
Era inconsueto vedere Wild Bill sorridere. Stavolta sì, e si
diede una tiratina ai baffoni. Dice: «Be', finalmente ce l'ho
fatta».
E io dico: «Quattro donne».
Eppure continuò a sorridere mentre spingeva il danaro
verso di me, più danaro di quanto ne avessi mai fatto, in quegli
ultimi tempi, con una sola presa. E persino scherzò con gli
altri, che poi lo seguirono fuori. Non so perché lo avevo preso
in giro in quel modo: una meschinità fargli credere per un
istante che mi aveva battuto. Ma da parte mia era stato istintivo.
Non sono il primo, e neanche l'ultimo, a punzecchiare un
individuo che presenta in modo tanto ovvio la propria debolezza.
Be', alla fine anch'io me ne andai, l'ultimo a uscire, e il
barista sbadiglia e mi augura la buona notte, e io esco in veranda
e naturalmente c'è Wild Bill, in strada, a venti passi di
distanza. Mi colpì il fatto che proprio quella era sempre stata
la nostra distanza negli esercizi di tiro, perché quando hai fatto
molto allenamento, queste cose i tuoi occhi le colgono automaticamente.
Dico: «Vogliamo far colazione, Bill?».
Dice: «No».
Io scendo in strada e lui arretra per conservare la stessa distanza,
le mani abbandonate lungo i fianchi.
Dico: «Qualcosa non va?».
Dice: «Tu mi hai sempre imbrogliato».
Dico: «No, non è vero. Forse la prima volta che giocammo,
ma poi mai più. E sono pronto a ridarti quello che vinsi
allora».
«Non ti mettere la mano in tasca» dice.
«La mia pistola la vedi» preciso. «Qui, alla cintola.»
«Credo che tu ne abbia un'altra nascosta in quel panciotto.»
«Ti giuro di no, Bill.» Ti dirò una cosa strana: adesso
non avevo paura, mentre credo che avesse paura lui. Non l'avevo
perché non era mia intenzione risolvere la faccenda a revolverate
con Wild Bill. In quanto a lui, non poteva darsi pensiero
per l'abilità sua e mia nel maneggiare le armi; aveva
paura di qualche mio trucco proditorio, specialmente ora che
avevo ammesso di averlo imbrogliato, quella volta. Pochi uomini,
a quell'epoca, erano disposti ad ammettere qualcosa, anche
se colti sul fatto.
«Provati a prenderla, se vuoi» dice.
«Non voglio» dico.
Dice: «Accidenti. Ti ho insegnato tutto quello che sai.
Lo hai visto tu, sei bravo quanto me. Siamo ad armi pari,
no?».
Non risposi.
«Be', sì o no?» ripeté, in tono quasi di supplica. «Guarda,
amico, nessuno imbroglia Wild Bill Hickok. Se avevi bisogno
di soldi, bastava che me li chiedessi.»
«Ti ho detto che ti ho imbrogliato quella volta sola.»
Dice: «Allora sei anche un bugiardo. E nessuno dice le
bugie a Wild Bill Hickok».
Bene, ci sono due cose da notare in questo colloquio. Intanto,
parlava di sé come riferendosi a una istituzione: personalmente
non gl'importava molto di queste presunte offese
mie, ma non poteva permettere che si trattasse con tanto sgarbo
la Società Anonima Wild Bill Hickok. Capisci, allo stesso
modo in cui tu hai l'obbligo di dire "Vostro Onore” quando
parli non all'uomo che ti sta seduto dinanzi, ma alla funzione
del giudice.
Secondo: a mano a mano diventava più offensivo, aggiungendo
"bugiardo” a "imbroglione”, due insulti che da quelle
parti e in quegli anni potevano meritare un colpo di pistola,
anche se parevano perdere efficacia con il passare degli anni.
Capivo che ben presto sarebbe passato a "figlio di puttana”,
l'offesa più terribile, a parte "ladro di cavalli”, che qui tuttavia
era fuor di luogo.
Chi sentiva darsi, in pubblico, uno di questi titoli, doveva
pur fare qualcosa. Invece, per mia fortuna non c'era nessuno
lungo la strada che ascoltasse il mio vilipendio nella luce del
sole nascente. Quegli altri che giocavano a carte se ne erano
andati e il barista aveva lasciato il locale passando dalla porta
di dietro.
Ma qualcuno poteva comparire da un momento all'altro:
e prima che questo succedesse, io dovevo decidere la scelta fra
una morte rapida e una vergogna duratura. Credo di aver già
precisato che non mi andava di sparare addosso a Wild Bill.
Ma non volevo neanche finire sulla bocca di tutti per essermi
tirato indietro. In questo caso avrei dovuto smettere di giocare
a poker. Non solo in breve tempo tutti avrebbero saputo che
io imbrogliavo, ma mi avrebbero preso per un codardo, da allora
in poi tutti avrebbero potuto sfottermi impunemente. La
cosa grave era la seconda offesa, perché l'imbroglio non era
cosa rara a quel tempo. Tutti ci si provavano, ma io ero più
furbo degli altri. Persino Hickok a volte dava un'occhiata agli
scarti, in una partita di poker. In questo modo non potevi certo
sapere quello che aveva in mano l'avversario, ma guardando
quello che aveva scartato imparavi parecchie cose. In tal
modo l'usanza di guardare gli scarti era vista molto di mal occhi,
al punto che c'era anche il rischio di rimetterci la pelle. Solo
che Hickok soleva giocare a carte con uomini i quali avevano
paura di lui.
Dunque le sue basi morali non erano più salde delle mie,
ma lui non aveva idea di come lo avessi imbrogliato. Mi stava
processando per omicidio senza avere il corpus delicti. Ti dico
questo perché tu non abbia di me un'opinione troppo dura,
quando sentirai ciò che segue.
Un istante dopo vidi un carro che veniva su per la strada,
finora troppo lontano perché il conducente capisse quel che
succedeva, ma dopo altri cento passi avrebbe capito. Io mi ero
spostato, in modo da trovarmi a occidente di Wild Bill, e ciò
voleva dire che il sole nascente era appena sopra il suo capo e
di conseguenza mi dava negli occhi. Di solito io abbassavo la
tesa del cappello, ma di fronte a un uomo come Hickok non
si fa la minima mossa.
Perciò guardavo di traverso. «Tu dici che io sono un imbroglione,
vero?» chiedo.
«Proprio così» dice.
«E un bugiardo?»
«Sì, un bugiardo.»
Dico: «Voglio abbassarmi la tesa, per via del sole. Voglio
usare la mano sinistra».
«Fai piano, ma proprio piano» dice, e infila i pollici nella
fusciacca rossa poco avanti il calcio delle due pistole.
La mia mano sinistra strisciava in su come un bruco su un
muro, prese la tesa e l'abbassò di un dito. Poi volsi il palmo
della mano in avanti e aprii le dita.
Al tempo stesso, con la mano destra cercai la pistola. Per
un frammento di secondo non seppi quello che Wild Bill stava
facendo; se ben rammenti, mi aveva insegnato a concentrarmi
su me stesso, nell'istante dell'azione. Perciò non lo vidi
distintamente estrarre l'arma, ma di sicuro vidi la canna della
Colt sputare piombo e fumo contro di me.


CAPITOLO 22.
”BIDONI” E BUFALI.

Di sicuro ci avrei lasciato la pelle, senza quel trucco.
Colsi la luce del sole nel mio anello-specchio e la riflessi
negli occhi di Hickok, poi mi buttai per terra. Seppur momentaneamente
accecato, estrasse l'arma con l'efficienza di sempre,
e mandò due colpi a rombare nello spazio già occupato dalla
mia testa, un istante prima. Ma per un poco riuscì a vedere
soltanto macchie verdi ammiccanti. Era proprio patetico, se ci
ripenso ora, a parte i suoi sette palmi di pelle di daino guarnita
di pelliccia.
Rimasi lì steso per strada, al sicuro, sotto il suo fuoco, ma
non osavo dire una parola, perché lui avrebbe potuto orientarsi
sul suono della voce. Avevo estratto la pistola, e avrei potuto
anche ammazzare il grande Wild Bill, a questo punto, e
passare alla storia per averlo fatto.
Ecco, il momento del silenzio non fu nella realtà più lungo
del momento del fuoco, e poi Bill dice: «Va bene, amico,
ce l'hai fatta anche stavolta. Spara». Ma io neppure rispondo.
Lui dice: «Penso che sarà meglio che tu spari,
amico, perché fra un secondo io ti ammazzo, se non spari».
Il conducente del carro si era tirato sul bordo della strada,
e si era ficcato sotto il suo veicolo, distante tuttora diversi isolati.
Ma due colpi non bastavano a far saltare giù da letto una
persona, a quei tempi, specialmente a quell'ora piccola del
mattino, sicché per adesso, a mio avviso, avevamo un pubblico
insufficiente.
«Vuoi prendermi in giro?» dice Bill, esasperato davvero,
e spedisce altre tre cariche di piombo nell'aria da me or ora
abbandonata, poi opera il suo cambio volante delle due pistole.
E ormai ricominciava a vederci bene, sicché immagino potesse
capire che io ero steso per terra, e mi si avvicina, mi urta
con lo stivale e dice: «Ah, in ogni modo te l'ho fatta» convinto
che fossi morto o ferito. Io stavo lì con gli occhi chiusi.
Poi dice: «Mi dispiace, amico. Ma è stato leale, no? Te lo
avevo insegnato, vero? Ma ora voglio portarti dal medico, e se
tu sei morto, pago io un bel funerale».
Pensai che a questo punto doveva aver messo via la pistola,
sicché mentre lui si chinava per tirarmi su, io rinvenni e
gli misi la pistola contro il naso.
«Sei soddisfatto?» chiedo. «A questo punto avrei potuto
ammazzarti dieci volte.»
Con la vita che faceva, non aveva molto tempo libero da
dedicare allo stupore. Distolse lo sguardo e alzò le mani in
aria, arretrando. Poi lentamente le tirò giù e fece una gran risata.
Dice: «Amico, tu sei il più furbo diavoletto che abbia mai
incontrato. Tu lo sai, ci sono un paio di centinaia di uomini
che darebbero tutto quel che hanno pur di sparare addosso a
Wild Bill Hickok, e tu ti sei lasciato scappare questa occasione».
Rideva, ma io credo che dentro di sé, nel profondo, fosse
in realtà offeso, tale era la stima che aveva di sé. Avrebbe preferito
che l'avessi ammazzato, piuttosto che prendersi il disturbo
di dimostrare che io ero sostanzialmente indifferente al fatto
della sua esistenza, purché potessi salvarmi la pellaccia.
Fece un altro tentativo per estorcermi l'ammissione che io
subivo ancora il suo fascino. Dice: «Immagino che ora te
ne andrai in giro dicendo che l'hai spuntata con Wild Bill
Hickok».
Dico: «Non ne farò mai parola». E fino a oggi, quella
parola l'ho mantenuta. Non intendevo fargli pubblicità gratuita,
in nessun modo. Era questo il guaio di questi belloni
coi capelli lunghi, come lui e Custer: la gente parlava troppo
di loro.
Gli calarono i baffi, delusi; però rise ancora, per reggere la
sua parte, e dice: «Io me ne vado ad Abilene a fare lo sceriffo.
Se capiti da quelle parti, amico, sarò ben contento di pagarti
da bere. Ma a poker con te, accidenti, io non ci gioco
più».
Mi stringe la mano. Non mi pare di aver detto che aveva
le mani molto piccole per un uomo della sua taglia, e anche i
piedi, quasi piccoli come i miei. Poi si voltò e se ne andò su
per la strada, ben dritto, senza vacillare, con i capelli abbandonati
sulle spalle e la gran casacca di pelle che gli arrivava
fin quasi al ginocchio, come il vestito di una donna. A me
venne in mente una bella ragazza, molto alta.
Rimasi a Kansas City tutta l'estate del '71, e continuai a
guadagnare di che vivere per me e per Amelia al tavolo del
poker, e continuai a barare e un paio di volte mi ci beccarono,
e una volta ebbi una pallottola nel polpaccio, ma non fu un
danno permanente, perché il calibro era piccolo, e un'altra
volta un tale tentò di accoltellarmi, e io dovetti sparargli in
una mano.
In ogni modo, dopo questi incidenti, cominciai a farmi
una brutta reputazione. Mi era sempre più difficile trovare
gente disposta a giocare a carte con me, e ogni volta che mi
capitava una partita, mi sorvegliavano strettamente. Se giocavo
con un qualche praticante delle arti violente che erano a
Kansas City quell'estate - per esempio Jack Gallagher, oppure
Billy Dixon - puoi giurare che giocavo pulito: perché
quanto più ne sai, sul maneggio della pistola, tanto maggior
rispetto tu hai per quelli che se ne sono fatta una specialità.
La piccola Amelia continuava a spendere in misura prodigiosa.
Un giorno tornai in albergo e ci trovai un pianoforte a
coda, fatto di mogano, messo nel salottino, e con il pianoforte
un tedesco anziano con la barba e gli occhiali, venuto con lo
strumento da St. Louie, per accordarlo e per dar lezioni di musica.
Non soltanto dovevo pagare il pianoforte e le spese di
trasporto, ma anche lo stipendio di quest'individuo e il suo vitto
e alloggio - per quanto lo riguardava, in eterno, immagino.
Infatti, anche se Amelia avesse imparato un giorno a suonare
senza assistenza, il pianoforte avrebbe richiesto l'accordatura
per tutto il resto della sua vita.
Non son mai riuscito a capire se fosse un uomo fidato, ma
sembrava senz'altro un tedesco vero, e certamente sapeva la
musica, solo che era difficilissimo convincere questo bastardo a
suonare un qualche pezzo, e non soltanto le scale, di continuo,
durante le quali scale tirava fuori il suo diapason d'accordatore
e trafficava sulle corde e sui martelletti.
Il conto era senz'altro di quattro cifre, anche se non rammento
la somma precisa, perché non appena la vidi la cancellai.
In ogni modo, non appena mi fui riavuto dalla botta, in
realtà fui orgoglioso di Amelia, per la sua iniziativa. Evidentemente
aveva trovato l'indirizzo della fabbrica di pianoforti,
aveva mandato una lettera su carta intestata dell'albergo, dicendo
mandate il vostro modello migliore, e accidenti, quelli
glielo avevano spedito, su per il fiume, da St. Louie, e con il
pianoforte quel tedesco. Per mia fortuna, non gl'importò nulla
del tipo di sistemazione, perché era un fanatico puro della
sua musica, così io lo misi su una branda, in un cantuccio della
mia camera, e questo per lui andava benissimo, e campava
di salsicce e pan di segale, seppure si rammentava di mangiare,
sì che in questo modo io risparmiavo un pochino.
Debbo dire che Amelia non imparò mai a suonare il piano
bene. Era l'unica cosa che facesse in modo maldestro, e il
risultato era una musica non più gradevole di quella che
avrebbe fatto un gatto camminando sulla tastiera. Faceva impazzire
il professore, e lui imprecava, urlava, si strappava la
barba, e una volta ricordo che attaccando un certo esercizio
per la novantanovesima volta, facendo sempre lo stesso sbaglio,
il tedesco si mise a piangere come un bambino.
Dopo un paio di mesi, Amelia viene da me e dice: «Zio
Jack, ti dispiace se rispedisco il piano? Ormai per me è diventato
una noia mortale». Ecco come parlava, adesso, proprio
come una ragazza inglese, con la bocca piccola e le parole dette
nel naso. Di classe davvero.
E naturalmente io dissi di sì, perché la volevo felice, così
pagai al tedesco il viaggio di ritorno, una pagnotta, un tocco
di cacio, e diedi incarico a certi negri di portare fuori il piano,
di incassarlo e di metterlo su una nave diretta a St. Louie. Ma
caso volle che proprio quella nave si mettesse a fare le corse
con un altro vascello, e a quei tempi lo facevano sempre, e
mise i fuochi così alti che le caldaie scoppiarono, e quella
troia di una nave bruciò fino alla linea di galleggiamento, e
con la nave bruciò anche il piano. Dovevo ancora qualcosa come
930 dollari per quello strumento, e ricevevo spesso corrispondenza
minacciosa sull'argomento, seguita da esattori con
in testa il cilindro, e in mano documentazione di vario genere,
principalmente atti di sequestro, e quando vedevano che non
c'era nulla da portare via, si facevano convinti che bisognava
mettermi in galera, ma un avvocato che io mi presi trovò una
scappatoia, per cui avrei dato loro cinquanta dollari alla settimana
per il resto della mia vita, e così quelli si calmarono, e
l'avvocato mi mandò un conto di appena duecento dollari per
i suoi servigi.
E questo proprio quando io non riuscivo a trovare qualcuno
che giocasse a poker con me. Il conto dell'albergo ricominciò
a salire, i negozi di vestiti mandavano il conto anche loro,
ero in debito con il parrucchiere e con lo stalliere, e con due
ristoranti. E anche allora ad Amelia venne l'idea di dedicarsi
alla musica, sì che dovemmo sostituire quel tedesco e il suo
pianoforte con una donna grassa, fornita di un petto tale che
in confronto a lei Amelia pareva una tubercolosa. Insegnava
canto e sosteneva d'essere italiana, d'un teatro d'opera in un
posto chiamato Milano, secondo le sue parole: signorina Carmela.
Sapeva cantare senz'altro, e quindi poteva anche essere
vero. Quando era in vena sul serio, poteva riuscire anche a
romper tutti i bicchieri che c'erano nelle nostre stanze, e quando
si metteva a fare le scale, arrivavano proteste da tutti i
clienti, fino al quarto piano, ala posteriore.
Bisogna anche dire che era quasi sempre ubriaca, e allora
abbandonava la sua mole su un sofà, e stava zitta, e col ditone
adorno di anellacci da quattro soldi dava il tempo ad Amelia,
poi le veniva il singhiozzo e si addormentava. Allora per me
c'era la scelta: lasciarla dormire - cosa che poteva durare delle
ore, e a me le ore di scuola costavano tre dollari l'una -
oppure svegliarla, e qui poteva succedere che lei mi abbracciasse,
nell'illusione che io fossi un suo intimo amico chiamato
Vincenzo. E Amelia ci si divertiva da morire.
Tuttavia io temo che il talento canoro di mia nipote non
fosse per nulla superiore alla sua capacità di pianista, anche
se, a differenza del tedesco, la signorina Carmela sarebbe stata
l'ultima ad ammetterlo, pensando allo stipendio, direi. Non
riuscivo a capire perché, con una voce così melodiosa come
quella che si era formata in Amelia, cantasse più come un corvo
che come un'allodola; ma credo che non esista un rapporto
fra le due cose. Approvavo anche la sua indomita ambizione
di fare della musica, ma quando lei e la signorina annunziarono
che secondo loro Amelia era pronta a prendere in affitto
una sala da concerti per cantarvi, be', io non volli che la mia
nipotina finisse preda di una folla di spettatori paganti, e infuriati
sin dalla prima canzone, e sapevo che proprio questo sarebbe
successo a meno che non ci fossimo trovato un pubblico
di sordi. Sicché, per la prima volta, io dissi no.
Amelia per questo non pianse né urlò, si limitò ad ammalarsi,
in silenzio, e per diversi giorni non volle mangiare nulla;
quando entravo in camera sua, mi concedeva un sorriso triste
e dolce, le manine posate sulla coperta, e io vidi che se
non cedevo probabilmente sarebbe morta anzitempo, perché
aveva in sé la vena romantica dei Crabb. Così alla fine io dissi
vabbene, e presi in affitto una sala da concerti, feci stampare i
programmi, e incaricai certi ragazzi di fare il giro della parte
alta della città regalando biglietti, perché non era il caso di
cercare di venderli, e la notte del concerto caricai un fucile a
due canne e mi feci vedere seduto sul davanti, in caso di guai.
Ma non ebbi motivo di seccarmi, perché vennero sei persone
appena, e Amelia era talmente nervosa che quasi non si accorse
del pubblico, e la signorina, che l'accompagnava con
l'armonium, era già piena di vino e un paio di volte cadde
dallo sgabello, sì che la nostra maggiore difficoltà non fu fare
i conti con il pubblico, ma semmai tenere su la grassona italiana.
Rammento che mi bastarono cinque dollari per avere, il
giorno dopo, una recensione favorevole, perché a quei tempi i
giornalisti erano notoriamente pagati assai male. Ma fu questo
l'unico attivo che ottenni: ero in debito per la sala,
l'armonium preso in affitto, il tipografo e naturalmente la signorina
per i suoi servigi e per lo sgabello che aveva rotto.
Ma certamente la piccola Amelia trasse soddisfazione dal
concerto e comperò una decina, anzi una ventina di copie del
giornale che la elogiava e fece in modo che in albergo tutti
sapessero che si parlava di lei; per questo non rimpiansi nulla,
anche se i miei obblighi finanziari crescevano con una grandezza
che aveva del gigantesco. E intanto non prevedevo nulla
di buono, riguardo al poker, perché ormai si era arrivati alla
fine di agosto e quei cacciatori di bufali stavano per avviare la
stagione nuova, sì che, partiti loro, a Kansas City non sarebbe
rimasto nessuno con cui giocare, anche ammesso che qualcuno
volesse ancora giocare con me, cosa che comunque molti non
erano per nulla disposti a fare.
A questo punto intendevo andare io di persona a caccia di
bufali, perché in una sola stagione, da settembre a marzo, un
uomo in gamba poteva ricavare due, tremila dollari di pelli,
ma per far questo bisognava darci sotto sul serio, come se fosse
un'industria, e cioè occorreva un capitale, per partire. Ci voleva
un fucile da bufali grosso, uno Sharps, e una provvista di
munizioni di grosso calibro, un carro e le bestie per tirarlo, e
poi ci voleva un uomo che sapesse spellare, perché un cacciatore
degno del nome non mette il coltello sulle bestie che ha
ucciso, non so perché: solo snobismo, credo, ma così andavano
le cose. Può sembrare buffo, ma i cacciatori di bufalo si
consideravano un'aristocrazia. In ogni modo, voglio rammentare
soltanto le cose essenziali. La maggior parte dei cacciatori
famosi avevano con sé una squadra di dieci, dodici uomini,
compresi i conducenti, il cuoco, uno che badasse alla mandria
eccetera, e un arsenale di armi, perché con lo Sharps, quando
hai sparato molto, la canna si surriscalda, e tu non puoi aspettare
che si raffreddi, mentre magari il branco ha fiutato sangue
e ti viene addosso all'impazzata.
Basti dire che il problema per me fu risolto quando incontrai
un uomo di nome Allardyce T. Merriweather, in uno di
quei posti dove si va a bere a Kansas City, dove ero riparato
un pomeriggio a meditare sopra una ciotola di acquavite. Mi
basta pensare a lui che mi torna in mente il suo modo di parlare.
Mi si avvicina un uomo mentre io me ne sto al bar e intona
quello che segue.
Dice: «Signore, so che voi perdonerete il mio ardire
quando io dico che, essendo noi i due soli gentiluomini in
mezzo a questa clientela di ruffiani, è mia opinione che dovremmo
fare causa comune».
Dico: «Prego?».
Dice: «Esattamente». E si presenta.
«Crabb» dice, dopo avermi stretto il manico. «Di quale
ramo familiare? Filadelfia, New York o Boston?»
Ora io pensai che fosse uno di quelli che dall'est vengono
qui nel West a curarsi i polmoni o roba del genere, che si
pensa possa guarire con un giro nella prateria; e proprio allora,
preoccupato con i soldi com'ero, mi dava fastidio che questo
mangiatorte potesse girare liberamente, spese pagate, mentre
a me si negava, una vita disonesta, sicché gli dico: «Filadelfia».
Che diavolo me ne importa se lui mi credeva?
Dice: «Ah. Io conoscevo quelli di New York e di Boston».
Non ho ancora detto che aspetto avesse: ecco, era di
mezza tacca, come quello che ti sta dinanzi, ma come assetto
lo si poteva definire un vero e proprio paino. Era perfettamente
rasato, ma con la mascella azzurra, e indossava, o portava,
parecchi accessori, spilla da cravatta col brillante, fiore all'occhiello,
catena d'orologio con ornamenti annessi, canna dal
pomo d'oro, guanti scamosciati, eccetera. Mi pare che fosse
della mia età, circa.
«A quale università avete studiato?» dice. «Harvard o
Yale?»
Dico: «La prima».
Dice: «Io ho studiato a quell'altra, ma avevo parecchi conoscenti,
sì, amici per la pelle, a Cambridge, verso il Sessanta,
che immagino siano stati i tempi vostri. Avete conosciuto
Montgomery Brear, oppure William W. Whipple, o Bartley
”Doc” Platt, tutti quanti dell'Indian Pudding Club? Oppure
Chester ”Chet” Larkin che era un Bue Muschiato, o Mansard
Fitch, che era membro dei Canguri?».
Dico: «No, mai. Io ero un'Antilope».
Dice: «Signore mio, ebbene: permettete che vi stringa
ancora la mano per questo. Non vi chiedo altra garanzia. Credo
che qualsiasi signore del mondo organizzato sappia quanto
sia esclusivo il circolo delle Antilopi. Non mi sorprendo dunque,
signore, che io sia stato capace di distinguervi fra la massa:
è la razza che parla».
Continua su questa solfa per un pezzo e si beve ancora,
mentre io mi divertivo alle sue spalle. Alla fine mi stufai delle
sue ciance e stavo pensando di andarmene, quando lui dice:
«Signore, io non ho altra risorsa che quella di gettarmi ai vostri
piedi, e di chiedere la vostra pietà. Mi trovo in una condizione
disperata. Ahimè, io non ho la vostra fibra morale. Io
sono un giunco, signore, e temo che la grande vecchia ditta
dei Merriweather, banchieri, della quale un giorno diventerò
erede, troverà in me un pilastro di sabbia.
«In breve, signore, in due settimane io ho scialacquato
nei giochi d'azzardo i cinquemila dollari che mio padre mi mise
in tasca per le spese mensili del mio giro alla frontiera.
Non oso telegrafargli che me ne mandi ancora. Mi appello a
voi come a un gentiluomo in mezzo a questa razzumaglia.
Venti dollari, signor Crabb, un nonnulla per voi, mi salverebbero
la vita.
«In cambio avrete la mia ricevuta, firmata con il nome
dei Merriweather, buona come moneta sonante, e potete tenervi
la mia spilla a garanzia».
Io ero nettamente contrario, ma quell'accenno al brillante
mi diede un improvviso calore al cuore: era grosso come una
ghianda e credo che non sarebbero bastati venti dollari a pagare
soltanto la scatola che l'aveva contenuto.
Potevo permettermelo, e anzi misi subito mano al portafogli,
prima che cambiasse idea.
«Dio vi benedica» dice quando ha in mano i biglietti di
banca e mi consegna la spilla. «Speriamo di ritrovarci un
giorno in circostanze più fortunate.»
Era così contento che uscì subito dal saloon senza darmi la
ricevuta, cosa che per me andava benissimo, perché aveva trasformato
la faccenda in una vendita: mezza libbra di diamante
per venti dollari. Non mi sarei fatto lo scrupolo di vender
la spilla appena trovavo qualcuno disposto a comprarla, e tenermi
in tasca la differenza.
Mentre pagavo il barista, la spilla mi cascò a terra, e la
gemma si sbriciolò in tanti frammenti, così fu chiaro che era
vetro puro.
Corsi alla porta e vidi quel cialtrone che filava per la strada,
e dopo una caccia non lunga, perché era svelto di mente
ma non di gamba, mentre io di gamba ero lesto, lo inchiodai
al muro e gli appoggiai la pistola sullo sterno.
Lo sforzo lo faceva sudare, e ansava con quella boccaccia,
ma con tono indifferente mi dice: «Signore, voi avete visto il
mio bluff».
«E potrei farti saltare un occhio» dico io. Ma poi mi misi
a ridere, perché ho sempre voluto bene alla gente di spirito,
ripresi i miei venti dollari, e riposi l'arma. «Bidonista nato e
cresciuto» dico.
Lui dice: «Be', forse questa è un'esagerazione. Fino all'età
di dodici anni fui una persona per bene».
Allora dico: «Quello che mi colpisce è il fatto che tu ti
sia ridotto in questo modo. Ora che ti guardo bene, vedo che
quasi hai il culo fuor dei pantaloni, porti dei polsini che paiono
morsicati dai cani, e non vedo forse un buco nella tomaia
delle tue scarpe, dove ti sei tinto la caviglia con l'inchiostro
perché non si veda?».
Allardyce dice: «Ho conosciuto giorni migliori». Il suo
orgoglio ne era ferito. «Ma certamente questo passaggio di
malasorte dovrà terminare. Voi dovete ammettere che la mia
tecnica è irreprensibile. Quel gioiello lo avete comprato subito.»
Dico: «Vero. Solo per caso mi è caduto di mano; altrimenti
tu l'avresti fatta franca».
Trae un profondo sospiro e dice: «Se è del caso, potremmo
andare immediatamente al posto di polizia. Sono desolato
di dovermi pentire dei miei insuccessi».
Dico: «Allardyce, stavo pensando che in questa esperienza
non ho perso nulla, e non ci è cosa che meno mi piaccia di
vedere un uomo in catene. Non mi vanno le galere. Io credo
che si possa sparare a un uomo, oppure lasciarlo andare. In
questo momento ho bisogno di parecchi soldi, ma mi ci vuole
un programma. E sognare questo ultimo par essere la tua specialità».
Mentre parlavo tu vedevi la fiducia in sé ritornargli. Si
toccò il cappello, manovrò il bastone e non so come la sua
grettezza era di nuovo scomparsa. Veramente, Allardyce era
un grande attore, e avrebbe potuto fare la sua fortuna sul palcoscenico.
«Signore,» dice sbattendo i suoi guanti scamosciati sul
palmo della mano sinistra, e porgendomi la destra «sono il
vostro uomo.»
Quel che Allardyce mi proponeva era il trucco della spilla.
Io dovevo fare solo questo: andare in una certa gioielleria e
comprare una spilla su cui lui aveva già messo l'occhio.
«Cosa potrà costare?» chiedo e lui dice: «Bah, un trecento
dollari» e si strofina il bavero di seta della giacca in una maniera
così superciliosa che una persona normale non noterebbe
quanto il bavero è liso.
Dico: «Se avessi trecento dollari non sarei ridotto a tentare
l'inghippo».
Allardyce dice: «Mio caro Jack, in un esercizio di questo
tipo tu devi mettere tutti i tuoi mezzi a confronto con la somma
che intendi guadagnare. Noi stiamo puntando ai duemila
dollari: e quindi, trovarne trecento in capitale attivo è faccenda
di secondaria importanza. Fra le mie attività c'è anche il
borseggio: in una serata so mettere insieme la somma che ci
serve; e qui prevedo la tua domanda: ma perché, se sono così
abile in quest'arte, non sono solito cavarne di che vivere? Perché,
per esempio, non ti sfilo il portafogli anziché venderti la
spilla?».
Continua: «Ecco, qui sta il criterio morale della faccenda.
Un uomo ha il senso, la definizione, di quello che è. Jack, io
sono un imbroglione, e debbo osservare le regole della mia
professione, altrimenti non potrei vivere. Posso anche borseggiare,
ma soltanto in vista dell'imbroglio, altrimenti le mie dita
perderebbero la loro abilità. Ci lascerei subito la pelle, e
immagina la mia vergogna, a farmi portare dinanzi alla giustizia
come un qualsiasi ladruncolo».
Allardyce era un imbroglione ma anche un filosofo e io
capii che avrebbe potuto facilmente discettare su questo per
un paio di mesi, ma io non vedevo l'ora di far soldi, così gli
dissi di mettersi in movimento, e lui obbedì e in un paio di
giorni tornò coi soldi, trecento dollari, e questo credo che dimostrasse
la sua devozione all'ideale, perché quei soldi avrebbe
potuto berseli o scialacquarli in un'altra maniera. Ma una
volta accettata l'idea che era storto, nel suo genere era onesto,
e non so se capisci quello che voglio dire.
E ora ecco che tocca a me. Presi i soldi e andai in una
gioielleria di classe chiamata la Kaller & Co., dove acquistai
la spilla che mi era stata descritta, e non ci si poteva sbagliare:
era un cuore formato da rubini in una ghirlanda d'oro, e
al centro del cuore un piccolo diamante. Chiedevano quattrocento
dollari, ma quando ne offrii trecento, prendere o lasciare,
quelli presero. E questo serviva anche a stabilire che io ero
piuttosto trasandato negli acquisti. Senza dubbio immaginarono
che fossi un allevatore il quale spendesse soldi per una puttana
di suo gradimento, cosa per nulla insolita a Kansas City.
Il giorno dopo Allardyce andò a quel negozio e fece finta
di farsi prendere dalle smanie quando scopre che la spilla è
stata venduta. Ah, è certo che la scena la fece alla perfezione
perché, come dico, era un attore nato e avrei proprio voluto
vederla, ma dovevamo far finta che fra noi due non ci fosse
rapporto alcuno. Allardyce recitava la parte di un ricco forestiero
in arrivo dall'est. Aveva visto il gioiello nella vetrina di
Kaller, e aveva deciso di comprarlo per la sua fidanzata, ma
aveva anche dovuto aspettare l'assegno mensile di cinquemila
dollari che gli mandava suo padre, il ben noto banchiere eccetera
eccetera. Ora che si precipitava in negozio con il conquibus,
aveva la sensazione che Kaller, dando via quella gioia, lo
avesse pugnalato alla schiena.
Il vecchio Kaller, calvo e con il colletto alto, s'incaricò
personalmente della faccenda. Dice: «Ma signore, ma noi
non avevamo idea che lei s'interessasse a quel pezzo. Se soltanto...».
Ma Allardyce lo interruppe e attaccò una tiritera,
nel corso della quale non volle guardare alcun altro gioiello,
minacciò di non frequentare mai più il negozio di Kaller -
anche se non ci aveva mai messo piede prima - e chiese che gli
portassero una copia di quella spilla. «C'era soltanto quella»
disse Kaller, vecchio furbacchione. «Però posso telegrafare a
New York. Forse riusciamo a convincere l'artigiano a farne
un'altra, per un ammiratore della sua abilità quale voi siete.»
Quando Allardyce sentì dire ”New York” gli vennero
daccapo le smanie, e il personale gli faceva vento e gli portava
acqua, e alla fine fa noto che intende lasciare Kansas City
all'indomani, per San Francisco, dove vive la sua amata ragazza,
e quella spilla vale due, anzi tre volte il prezzo richiesto,
purché riescano a consegnargliela (anche la copia) prima che
prenda il treno di mezzogiorno.
Per poco Kaller non si mangiò la cravatta. Gracchia:
«Forse è possibile, forse. Potremmo chiedere, direi, potremmo
chiedere mille dollari». Vecchio furbacchione, guarda in faccia
Allardyce, come se stesse per pigliargli un colpo.
E con tutta l'indifferenza di cui fu capace, Allardyce fa:
«E allora io ve ne do tremila. Ma basta con questo tira e molla,
amico, bisogna che tu ti sbrighi. La scadenza è domani a
mezzogiorno. Fino a quell'ora, tu mi trovi all'Excelsior». E
consegnando un suo biglietto da visita, se ne va dal negozio.
Io già avevo fatto sapere a Kaller quale fosse il mio albergo,
comperando il gioiello, perciò il gioielliere si precipita a
cercarmi. Siccome non volevo coinvolgere Amelia in questo
sordido affare, lo feci entrare in camera mia e chiusi la porta.
Amelia stava prendendo lezione di canto con la signorina Carmela,
in salotto, e quegli strilli non giovarono a lenire il nervosismo
del vecchio Kaller.
Dice: «Signor Crabb, è successa una cosa terribile. Quella
spilla era già stata acquistata da un'altra persona, e pagata
totalmente a uno dei miei soci, anche se io ignoravo l'acquisto.
Forse io potrei restituirle il danaro e portarmela via. Lo so,
è un fastidio tremendo, e io vorrei riparare, signore. La prego di
accettare un altro gioiello con lo sconto del dieci per cento».
Io ghignavo fra di me, pensando a quello che Allardyce
mi aveva detto a proposito della filosofia dell'imbroglio: che
gli imbroglioni sono due, la vittima e il carnefice, e che non si
può, con un uomo retto, tentare il gioco della fiducia. Ma tu
guarda il vecchio Kaller: intendeva guadagnare 2.700 dollari,
e in cambio mi avrebbe concesso uno sconto di venti sacchi.
Dunque non provai simpatia per lui. Dissi che non era
nemmeno da parlarne, che la mia cara nipotina della stanza
accanto, famosa concertista, si era innamorata di quella gioia e
che avrei preferito tagliarmi la gola che levargliela; che la
vendita era perfettamente legale, e che la colpa non era mia
se lui non sapeva farsi gli affari suoi.
Be', alla fine mi offrì di più, e io a dire che i quattrini non
contavano nulla in questa circostanza, sì che gradualmente io
alzai la somma, ed ero preoccupato di una cosa sola, che a
quel vecchiaccio maledetto venisse un attacco di cuore e che
mi morisse lì davanti, prima di arrivare ai duemila, somma
che Allardyce e io avevamo deciso essere ragionevole, perché
se il profitto di Kaller fosse sceso al disotto, lui avrebbe fiutato
il rosicante.
Arrivo in porto dopo un paio d'ore. Io dico: «Signor
Kaller, lei ha fatto un affare. Non sopporto la vista di un uomo
che soffre».
Aveva i quattrini in tasca, e quando tirò fuori il malloppo
io mi rammaricai di non essere salito fino a duemilacinquecento,
perché mi parve che lui sarebbe arrivato a tanto, ma accidenti,
anche così non era male, per la mia prima uscita. Con
un paio d'ore di lavoro avevo messo assieme una bella somma.
Più tardi ci trovammo con Allardyce al saloon e spartimmo
in due il ricavato.
«Sono sceso all'Excelsior» dice. «E ho lasciato parola
per Kaller che ho cambiato programma e che sono partito per
la caccia oltre Topeka, e che ritorno fra una settimana e che a
quella data potremmo concludere l'affare. Tanto basti a coprire
la mia assenza dalla città.»
Chiedo: «Dove vai, Allardyce?» E lo chiedo perché la
vita che faceva era interessante.
«Bah, credo a St. Louis. Lì vado sul sicuro. E tu, Jack? Io
ti consiglierei di andartene da Kansas City. Certo, Kaller non
ha in mano nulla contro di te, ma non appena avrà capito
può metterti nei pasticci. Ma perché non vieni con me? Io credo
che tu abbia davvero talento, per l'inghippo.»
Lui non sapeva di Amelia, capisci, perché io lo avevo tenuto
lontano dal mio albergo. Dopo tutto era un imbroglione.
«Può anche darsi» gli dico. «Ma io credo che la mia vera
vocazione sia per la vita all'aperto. Sto per partire verso la
zona dei bufali, per la cacciata invernale.»
Allardyce mi porge la mano. «È stato un piacere, Jack.»
Dico: «Ne sono orgoglioso, Allardyce. E ti faccio i migliori
auguri per il prossimo colpo».
Fu l'ultima volta che lo vidi, lì in piedi in quel misero saloon,
che ordinava una bottiglia di champagne con una tale
ansia di cominciare la dolce vita che non ce la faceva ad aspettare
di trovarsi in un posto in cui avrebbe potuto praticarla
decentemente. Ebbi la sensazione che fra un paio di giorni si
sarebbe disfatto, perché dell'inghippo ciò che gli piaceva era
l'azione, più che il danaro guadagnato. Che professionista! E
che persona in gamba, nel venirmi incontro a Kansas City.
Do una piccola somma ai creditori per dimostrare la mia
buona intenzione e tenermeli buoni per un poco, e verso un
acconto al pensionato che finalmente trovai per Amelia -
era un posto molto snob dove abitavano le studentesse, con
una direttrice così montata che a fatica riusciva a dire una
parola.
Ora, io so che, con la consueta sporcizia mentale nella
quale ciascuno raccoglie le reminiscenze altrui, tu t'aspetti,
prima o poi, di scoprire che Amelia ritornò alla sua antica
condotta di vita. Alla gente non piace sapere che qualcuno si
ravvede. Ma in questo debbo deluderti. Non c'era forza sulla
terra che potesse distogliere Amelia dal diventare una bella signora,
ora che ne aveva preso il gusto. Per fare un esempio, se
mangiando al ristorante le cadeva la forchetta, lei non si chinava
a raccoglierla dal pavimento, lei no. Per questo c'erano i
servitori, diceva. E a questo criterio informava tutto quello che
faceva, sì che, se in camera sua le cadeva un libro dal grembo
sul tappeto, ebbene, premeva il campanello perché venisse
uno di quei ragazzi, di corsa, a raccogliere il volume e a porgerglielo.
Ora la sola cosa che mi preoccupava era che Amelia potesse
opporsi al suo ingresso nell'Accademia per Signorine
della Signorina Wamsley, un pensionato che poteva sembrare
troppo austero dopo quell'estate lussuosa, trascorsa all'hotel
con il tedesco, la signorina Carmela, eccetera, ma questa fu
una preoccupazione che si rivelò falsa, perché la signorina
Wamsley era inglese, o forse solo bostoniana, ma comunque
parlava con quell'accento, e questa per Amelia era una novità,
e dopo il nostro primo viaggio per fare l'iscrizione, io dico a
mia nipote: «Non sentirai la mancanza della signorina Carmela?».
E lei dice: «Non farmi ridere». E lo dice con l'accento
di Boston.
Non le chiesi neanche se le sarebbe mancato lo zio Jack.
Neanche lo pretendevo, ma non avevo voglia di sentire una
bugia, o una verità penosa. Non ero tanto sciocco da non capire
che quanto più lei diventava quel che io volevo che diventasse,
tanto meno le sarebbe stata grata la mia presenza.
Così io sentii che era ormai tempo di andarmene alla caccia
del bufalo, liberando Amelia da ogni legame con me, e insieme
fare i soldi che occorrevano per sostenerla nel suo stile.
Sarei rientrato soltanto la prossima primavera; poi sarei andato
in visita alla scuola una domenica su due, quando entravano
gli ospiti a prendere il tè, e cercavano di rammentarsi che
prima di succhiarlo bisogna levare il cucchiaino. In quel momento
non avevo altri piani a lunga scadenza.
Dopo aver anticipato la retta di mezzo anno di scuola, e
aver dato qualche soldino ad Amelia, non mi restava molto
danaro, ma riuscii a farmi dare a credito buona parte dell'attrezzatura
occorrente, mi trovai uno capace di spellare le bestie,
che non andava pagato prima del ritorno a primavera, e
prima della vendita delle pelli. Questo io feci a Caldwell,
Kansas, che a quell'epoca era il quartier generale della cacciata
al bufalo. In quanto a Kansas City, abbandonai la città nel
cuore della notte, lasciandomi dietro tutti i conti da pagare,
compreso quello dell'albergo. Per quanto so, io ne sono ancora
debitore.
La zona del bufalo si stendeva dal Nebraska meridionale
fino al fiume Colorado, nel Texas. Prima delle ferrovie, la zona
arrivava fin su al Canada, ininterrotta, con i grandi branchi
che si muovevano verso nord quando la stagione si faceva calda,
e ritornavano al sud quando cominciavano le nevicate.
Ora quando io dico, come già ho detto, che la massa del
bestiame continentale fu tagliata in due dalla Union Pacific,
non intendo dire che non restassero molti animali a sud dei
binari, e neanche a nord. Anzi, restavano almeno dieci milioni
di bufali nel 1871, e infatti tanti ne rimasero uccisi sulle
grandi pianure da quell'anno al '75. Dieci milioni in cinque
anni. E io diedi un contributo massimo a questo sterminio,
secondo le mie forze, per un motivo assai semplice, che quante
più pelli si portavano, tanti più quattrini si facevano. Queste
pelli, una volta conciate, servivano soprattutto a fare cinghie
per le macchine. Ma ci facevano anche scarpe e finimenti
e coperte.
Chi andava a caccia di pelli non aveva i mezzi e il tempo
per prendere in considerazione la carne delle creature uccise, a
parte la lingua o la coscia che a volte serviva per la cena; e
così la maggior parte della carne restava là dove l'animale era
caduto, e se la mangiavano i lupi, oppure marciva al sole. In
seguito qualcuno scoprì che le ossa erano un buon fertilizzante,
e perciò venivano a raccoglierle con i carri, le sbriciolavano
e i coltivatori le spargevano per i campi.
Rimane aperta la questione della carne, ed è inevitabile il
fatto che in quella zona se ne fece uno spreco tremendo, mentre
gli indiani, generalmente, consumavano fin l'ultima libbra
di bufalo, in una forma o nell'altra, dalle orecchie allo zoccolo,
compresa persino la parte maschile, da cui ricavavano una
specie di colla. Eppure, come già tu sai dal mio racconto, spesso
gli indiani fecero la fame, molto prima che il bufalo fosse
eliminato, e anche di più prima che arrivasse l'uomo bianco.
Prima dell'uomo bianco, infatti, gli indiani non avevano un
cavallo dalla cui groppa cacciare, e neanche il fucile con cui
sparare al bufalo da lontano, e a piedi.
Secondo me, bisogna tenere presenti queste cose, prima di
dare la colpa ai cacciatori. Noi volevamo soltanto tirare a
campare, e una sola cosa ci premeva: i prezzi sul mercato delle
pelli. A volte tu ti fai un'idea da certe memorie, scritte da
uomini che non cerano: il grande esercito dei cacciatori che
parte allo sterminio d'ogni bisonte vivo sul continente, per fare
spazio al bestiame da pascolo, o per far fuori gli indiani distruggendo
ogni loro risorsa di cibo. Certo, succedevano anche
queste cose, ma non era per nostra intenzione. Noi eravamo
soltanto un branco di uomini armati di fucili Sharps, e se superando
un rilievo del terreno si vedeva un gigantesco oceano
di bufali che coprivano magari venti miglia, non riuscivi a
credere che sarebbe venuto il giorno in cui poche migliaia di
noi avrebbero provocato la scomparsa completa di quei milioni
di bestie.
Pure, detto questo, ammetto che a me pare un vero peccato.
Ma facevamo proprio questo, ed ecco come: alla fine di
agosto e ai primi di settembre, i cacciatori salivano verso il
Nebraska, prendevano contatto con i branchi e li seguivano in
direzione sud fino al Texas, man mano che faceva più freddo,
e nell'andare li abbattevano, e la caccia di solito durava fino
al marzo dell'anno successivo. Poi a primavera i cacciatori
smettevano e andavano a Kansas City, come abbiamo visto, in
vacanza, mentre i bufali se ne tornavano, come al solito, verso
il nord.
In questo tipo di caccia non serviva il cavallo. Ci si spostava
a piedi, il più possibile accosto a uno dei piccoli branchi in
cui si divideva, per mangiare, il branco grosso, si metteva una
forcella di appoggio, su quella si posava la canna lunga dello
Sharps, e si sceglievano gli animali, uno per uno, ai margini
del branco. Facendo le cose a dovere, potevi tirare avanti in
questo modo per un pezzo, prima che il bufalo imparasse la
lezione, perché non gl'importava nulla degli scoppi, né si
preoccupavano quando uno di loro crollava a terra stecchito.
L'unica cosa che li metteva di cattivo umore era l'odore del
sangue.
Se il vento durava favorevole, riuscivi ad abbattere fino a
trenta animali, e gli altri continuavano a pascolare tranquilli,
ma superato quel numero una bestia fiutava il sangue e cominciava
ad agitarsi e a battere lo zoccolo in terra, poi un altro
animale fiutava il sangue e muggiva, e il branco cedeva al
panico, sì che poi finiva sparso sopra quattro miglia quadrate
di prateria, ed entro un minuto tu vedevi solamente le code di
un'orda abbandonata al terrore. Oppure, come ogni tanto accadeva,
perché potevano esserci altri cacciatori all'opera all'altra
estremità del medesimo branco, la fuga poteva avvenire
nella tua direzione, e tu vedevi un ragguardevole orizzonte di
corna, prima d'essere travolto e calpestato.
Ma di solito questo non succedeva, e quando il branco era
scomparso, il tuo uomo addetto a spellare veniva avanti con il
carro, che sin allora era rimasto indietro, e si metteva al lavoro
sugli animali abbattuti: faceva i tagli, metteva una fune attorno
alla pelle del collo, attaccava l'altro estremo a un cavallo
e tirava, spellandolo interamente. Al campo, si mettevano
le pelli a seccare, e poi si ammucchiavano in attesa dell'arrivo
degli acquirenti, che di tanto in tanto mandavano i loro carri
a fare il giro dei cacciatori.
Ebbene, amico mio, ecco pressappoco in che cosa fui occupato
durante l'inverno 1871-72, e con il mio uomo delle pelli
terminai la stagione giù verso il Canadian River, nel
Panhandle texano. Alla fine di marzo ritornammo a Caldwell e trattammo
coi mercanti di pelli e ricavammo circa seimila dollari
per quel nostro lavoro invernale, e ciò vuol dire che io, da solo,
abbattei duemilacinquecento bufali alla mia prima uscita.
Ma vecchi praticoni come Billy Dixon e Old Man Keeler fecero
anche di meglio.
Eppure a me non sembrava di avere neanche intaccato la
popolazione dei bufali. Vicino a Prairie Dog Creek, sotto il
Canadian, io e l'uomo delle pelli, superato un rilievo del terreno,
vedemmo il mondo intero coperto di pelo scuro. Diciamo
che si vedevano venticinque miglia di prateria, perché la
giornata era chiara. Ebbene, muovendo il braccio teso da sinistra
a destra, verso l'orizzonte, avresti indicato, così facendo,
un milione di bufali.
A Caldwell divisi il ricavato con il mio socio, e dopo aver
saldato i debiti coi fornitori, mi restarono alcune migliaia di
dollari, e con quelli ritornai a Kansas City a vedere come stava
Amelia.
Ma prima di parlare di questo, debbo rammentare una
specie di coincidenza che mi capitò di sperimentare. Ti ricordi
di quel tale dal nome buffo che mi aveva preceduto, come
conducente di muli, nella corsa da San Pedro a Prescott, Arizona?
Wyatt Earp? Ebbene, ebbi con lui un incontro durante
la caccia al bufalo, e ora te ne voglio parlare.
...
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...
FINE Parte 3.